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segunda-feira, 7 de setembro de 2026

Dalla Mezzadria alla Terra Propria: Il Grande Sogno degli Emigranti Veneti in Brasile


Dalla Mezzadria alla Terra Propria: Il Grande Sogno degli Emigranti Veneti in Brasile

Come la piccola proprietà rurale trasformò il destino delle famiglie italiane nel Rio Grande do Sul

Ci sono parole che sembrano piccole, ma che portano dentro di sé il peso di un’intera civiltà. «Proprietà» è una di queste. Per chi ha sempre vissuto circondato da terre, forse significa soltanto un documento conservato in un cassetto. Per migliaia di contadini provenienti dal Veneto, invece, rappresentava un sogno che aveva attraversato generazioni senza mai trovare pace.

Per secoli, i loro padri e nonni avevano coltivato campi appartenenti ad altri. Erano mezzadri, coloni, affittuari o semplici lavoratori agricoli. Conoscevano il tempo della semina, il momento esatto della potatura delle viti, la stagione della raccolta del mais e del grano, ma ignoravano la tranquillità di piantare un albero sapendo che i propri figli ne avrebbero raccolto i frutti. La terra era vicina ai loro piedi, ma lontana dai loro diritti.

Fu in questo scenario che nacque la grande avventura dell’emigrazione. Molti credono che quegli uomini e quelle donne abbiano lasciato il Veneto spinti soltanto dalla fame. La povertà, senza dubbio, spinse migliaia di persone oltre l’Atlantico, ma esisteva un altro desiderio, più silenzioso e forse ancora più potente: possedere un pezzo di terra che potessero finalmente chiamare proprio.

Quando partirono per il Brasile, non portavano con sé soltanto bauli di legno, immagini di santi e alcuni abiti accuratamente piegati. Portavano una speranza antica, alimentata da generazioni che non erano mai riuscite a spezzare il ciclo della dipendenza. L’oceano separava i continenti, ma separava anche due modi di vivere.

Quando arrivarono nel Rio Grande do Sul, trovarono una realtà che aveva ben poco della terra promessa immaginata nelle propagande dell’emigrazione. Al posto dei vigneti ordinati, c’era una foresta quasi infinita. Al posto delle strade, soltanto sentieri aperti tra alberi giganteschi. Non c’erano case ad aspettare i nuovi arrivati, né campi pronti per essere coltivati. C’era soltanto la foresta, fitta e silenziosa, che imponeva agli uomini una sfida apparentemente più grande delle loro stesse forze.

Eppure, esisteva una differenza decisiva tra quella foresta brasiliana e i campi lasciati in Europa. Per la prima volta, lo sforzo impiegato per abbattere un albero, costruire una casa o piantare una vite non avrebbe beneficiato un padrone lontano. Ogni colpo d’ascia avvicinava quella famiglia alla costruzione di un patrimonio proprio. Ogni pietra posata sopra un’altra costruiva più di un muro; costruiva una nuova condizione sociale.

È vero che la terra non veniva distribuita gratuitamente. I lotti dovevano essere pagati, e molte famiglie trascorsero anni a saldare i propri debiti con il governo imperiale prima di ricevere il titolo definitivo di proprietà. Ma ciò non diminuiva il significato di quella conquista. Al contrario, ne aumentava il valore morale. Era una proprietà acquisita attraverso il lavoro, la perseveranza e il sacrificio quotidiano.

Forse questa fu la più grande trasformazione provocata dall’immigrazione veneta nel sud del Brasile. Non cambiò soltanto il paesaggio. Cambiò il rapporto stesso tra l’uomo e la terra. Nel vecchio sistema del colonato, ogni investimento valorizzava la proprietà di un’altra persona. Nel nuovo sistema delle piccole proprietà, ogni albero da frutto piantato, ogni recinzione costruita e ogni vite coltivata rafforzavano il patrimonio della propria famiglia.

Questo cambiamento modificò profondamente anche il modo di lavorare. Lo sforzo cessò di essere soltanto un mezzo per sopravvivere e divenne un investimento nel futuro. Il padre che costruiva un granaio pensava già ai figli che lo avrebbero utilizzato molti anni dopo. La madre che piantava un frutteto sapeva che forse non avrebbe raccolto tutti i suoi frutti, ma lo avrebbero fatto i suoi nipoti. Il tempo cessò di essere soltanto il presente e cominciò a comprendere anche le generazioni che dovevano ancora nascere.

Fu da questa visione di permanenza che nacquero le piccole comunità coloniali. Intorno alle proprietà sorsero cappelle, scuole, mulini, fucine, cantine, negozi e, più tardi, cooperative. Dove prima esisteva soltanto la foresta, cominciarono a sorgere villaggi che, decenni dopo, si sarebbero trasformati in città prospere. La piccola proprietà rurale divenne il fondamento di una società caratterizzata dal lavoro familiare, dalla solidarietà tra vicini e dal costante desiderio di costruire un futuro migliore.

Nulla di tutto questo avvenne senza sofferenza. Ci furono anni di raccolti perduti a causa delle gelate, delle malattie, dell’isolamento, delle difficoltà nel trasportare la produzione e di debiti che sembravano non finire mai. Molte famiglie dovettero ricominciare più di una volta. Altre partirono verso nuove frontiere quando i primi lotti non potevano più essere divisi tra tutti i figli. Nacque così la seconda migrazione, che portò i discendenti verso l’Alto Uruguay, Santa Catarina, Paraná e tanti altri luoghi dove la foresta attendeva ancora il primo colpo d’ascia.

Eppure, qualcosa rimaneva intatto. Il valore della terra cessava di essere soltanto economico. Essa rappresentava libertà, autonomia e dignità. Era la prova concreta che il lavoro poteva modificare il destino di un’intera famiglia. Forse per questo i discendenti di quegli immigrati hanno sempre coltivato un rispetto quasi sacro per la proprietà, per l’economia e per il lavoro quotidiano.

A volte immagino il momento in cui uno di quei coloni ricevette finalmente il documento definitivo del proprio lotto. Non ci furono bande musicali né discorsi solenni. Forse si limitò a piegare con cura quel foglio e a conservarlo dentro una cassa di legno, insieme all’atto di matrimonio, ai certificati di battesimo dei figli e ai pochi ricordi portati dall’Italia. Ma in quel gesto silenzioso si concludeva una storia iniziata molto prima della sua partenza dal Veneto.

Quel giorno, cessava di essere soltanto un contadino sopravvissuto al colonato europeo. Diventava proprietario di una terra conquistata con le proprie mani. E poche trasformazioni ebbero conseguenze così profonde per la formazione del Rio Grande do Sul quanto questo passaggio discreto, quasi silenzioso, dell’uomo che coltivava la terra degli altri a quello che finalmente poteva dire, con legittimo orgoglio: questa terra è mia, e su di essa fiorirà il futuro dei miei figli.

Nota dell’Autore

Per il lettore del XXI secolo può essere difficile comprendere la portata della trasformazione vissuta dagli immigrati veneti quando divennero proprietari di un lotto di terra in Brasile. Oggi la proprietà rurale viene percepita come un bene patrimoniale. Nel XIX secolo, invece, essa rappresentava qualcosa di molto più profondo: un completo cambiamento della condizione sociale.

La maggior parte delle famiglie che lasciò il Veneto viveva del lavoro agricolo, ma raramente era proprietaria della terra che coltivava. Per generazioni, i loro antenati avevano lavorato come mezzadri, affittuari, coloni o braccianti, producendo per proprietari che detenevano il dominio delle terre. Il lavoro della famiglia garantiva la sopravvivenza, ma non costruiva un patrimonio. Qualsiasi miglioramento realizzato nella proprietà andava, in ultima analisi, a beneficio del proprietario della terra.

Quando arrivarono nel sud del Brasile, questi immigrati dovettero affrontare sfide immense: foreste fitte, isolamento, malattie, scarsità e la necessità di aprire, con il proprio lavoro, gli spazi nei quali avrebbero vissuto. Eppure, esisteva una differenza essenziale rispetto alla vita che avevano lasciato alle spalle. Per la prima volta, ogni albero abbattuto, ogni vite piantata, ogni recinzione costruita e ogni casa eretta valorizzavano una proprietà che, dopo l’adempimento degli obblighi legali e finanziari, sarebbe appartenuta alla loro stessa famiglia.

Questo passaggio dal lavoro senza patrimonio al lavoro finalizzato alla costruzione di un patrimonio familiare spiega, in larga misura, la straordinaria dedizione dei coloni alla terra e lo sviluppo delle colonie italiane nel Rio Grande do Sul. Più che un cambiamento economico, si trattò di una profonda trasformazione culturale e psicologica. La piccola proprietà divenne un simbolo di libertà, stabilità e speranza, valori che plasmarono generazioni di discendenti e lasciarono tracce permanenti nella formazione dell’agricoltura familiare e della società gaúcha.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta


sábado, 5 de setembro de 2026

La Seconda Migrazione degli Immigrati Italiani nel Rio Grande do Sul


La Seconda Migrazione degli Immigrati Italiani nel Rio Grande do Sul


Giovanni strinse saldamente le redini mentre il carro cominciava lentamente a percorrere la strada di terra battuta. Era l’anno 1918. Seduto sul sedile del conducente, lanciò un ultimo sguardo alla casa paterna, come se volesse imprimere per sempre nella memoria ogni dettaglio delle pareti, del tetto, del cortile e degli alberi che per tanti anni erano stati lo scenario della sua vita. Al suo fianco viaggiava Rosa, sua moglie. Dietro di loro, sistemati tra bauli, sacchi di provviste e alcuni attrezzi accuratamente conservati, viaggiavano i tre figli della coppia. Tutti stavano iniziando un viaggio che sarebbe durato più di una settimana, fino a raggiungere il nord del Rio Grande do Sul, una regione di recente occupazione, aperta alla colonizzazione nelle vicinanze del fiume Uruguay, conosciuta allora come Paiol Grande, località che in seguito avrebbe ricevuto il nome di José Bonifácio.
Il carro avanzava lentamente, ma i pensieri di Giovanni correvano molto più velocemente di quanto i buoi riuscissero a camminare. Bastò che la vecchia casa scomparisse dietro una curva perché un altro addio, molto più antico, si risvegliasse interamente nella sua memoria. I ricordi apparvero con la velocità di un lampo, come scene di un film proiettato dentro la sua stessa anima.
Tornò a essere il ragazzo di quindici anni che, molti anni prima, lasciava per sempre la piccola casa di pietra ormai segnata dal tempo, a Fanzolo, uno dei piccoli villaggi che formavano il comune di Vedelago, in provincia di Treviso. Poteva ancora sentire, con impressionante nitidezza, il suono della campana della chiesa. Il sacerdote Don Luigi aveva ordinato che venisse suonata con tono grave, non per annunciare una morte, ma per segnare una partenza che, per molti, sembrava definitiva. Era un addio simile a quello rivolto a un vecchio amico che non sarebbe mai più tornato.
Gli tornarono alla memoria anche i lunghi abbracci dei familiari, gli occhi pieni di lacrime dei vicini, le silenziose strette di mano degli amici e la piccola folla che accompagnò la sua famiglia fino al momento della partenza verso la stazione ferroviaria. Da lì avrebbero preso il treno che li avrebbe condotti fino a Genova, dove sarebbe iniziata la traversata dell’oceano. Pochi parlavano durante quel viaggio. Le parole sembravano insufficienti di fronte al dolore di abbandonare una terra nella quale ogni pietra, ogni strada e ogni campanile custodivano la storia di intere generazioni.
Giovanni era allora il penultimo dei sei figli della famiglia Tessari. Era cresciuto circondato dai fratelli, imparando fin da piccolissimo che l’infanzia dei figli dei contadini terminava quasi nello stesso momento in cui cominciava. Le mani ancora piccole conoscevano già il peso della zappa, della falce e dei cesti della raccolta. A quell’epoca, giocare era un privilegio raro, quasi sempre interrotto dalle necessità del lavoro.
Suo padre, Domenico Tessari, era originario di Fanzolo. Uomo di poche parole e di enorme resistenza, portava sulle spalle il peso di una responsabilità che sembrava crescere ogni anno. Sua madre, Maria, era nata nel vicino villaggio di Salvarosa, appartenente al comune di Castelfranco Veneto. Insieme formavano una famiglia semplice, profondamente legata alla terra, ma senza esserne mai proprietaria.
Vivevano come mezzadri in una proprietà agricola che attraversava il proprio declino. Il terreno, un tempo generoso, diventava sempre meno produttivo. Il proprietario delle terre risiedeva a Treviso e conosceva poco delle difficoltà affrontate da coloro che coltivavano i suoi campi. Esigeva la parte della produzione che gli spettava, indipendentemente dal fatto che il raccolto fosse stato buono o cattivo.
Anno dopo anno, le delusioni dei raccolti diventavano sempre più frequenti. I cambiamenti climatici alteravano il ritmo delle stagioni, distruggevano le coltivazioni e compromettevano ciò che avrebbe dovuto garantire il sostentamento della famiglia. Quel poco che riuscivano a raccogliere bastava appena a sfamare tante bocche. Eppure, una parte doveva essere consegnata al padrone. Il resto scompariva rapidamente tra necessità sempre più urgenti. I debiti si accumulavano senza pietà, trasformando il futuro in una successione di incertezze.
Domenico lottò a lungo per rimanere su quella terra dove i suoi antenati avevano vissuto. Cercò soluzioni, ascoltò consigli, parlò con vicini che affrontavano le stesse difficoltà. In molte notti si incontrò anche con l’amico, il sacerdote Don Luigi, uomo rispettato per la sua prudenza e per conoscere da vicino le sofferenze delle famiglie della regione. Le conversazioni ripetevano sempre le stesse domande e terminavano quasi sempre nello stesso silenzio. Restare significava accettare una vita di povertà sempre maggiore. Partire significava abbandonare tutto ciò che conoscevano.
La decisione maturò lentamente, come maturano le scelte che cambiano per sempre il destino di una famiglia. Dopo aver riflettuto a lungo, Domenico decise di emigrare in Brasile. Non era un’avventura impulsiva né un sogno di facile ricchezza. Era, soprattutto, un tentativo disperato di offrire ai figli ciò che la terra natale non riusciva più a garantire: speranza.
La destinazione scelta fu la Colonia di Alfredo Chaves, che in seguito avrebbe preso il nome di Veranópolis. La possibilità di acquistare terre proprie sembrava quasi incredibile per qualcuno che aveva lavorato per tutta la vita su proprietà altrui. Questa opportunità divenne possibile grazie agli sforzi di un amico emigrato alcuni anni prima nella Colonia Dona Isabel. Conoscendo la realtà brasiliana e le possibilità offerte ai nuovi coloni, questo amico fece da intermediario nell’acquisto di mezza colonia di terra, permettendo a Domenico di compiere il passo più importante di tutta la sua esistenza.
In quel momento, mentre il carro procedeva lentamente verso il nord del Rio Grande do Sul, Giovanni comprese che la sua vita sembrava disegnare un curioso cerchio. Anni prima era stato un ragazzo condotto dal padre alla ricerca di un nuovo inizio. Ora era lui a condurre la propria famiglia verso un’altra frontiera agricola, ripetendo, sul suolo brasiliano, lo stesso coraggio che un giorno aveva trasformato i suoi genitori in pionieri. La prima migrazione aveva attraversato un oceano. La seconda attraversava montagne, fiumi e foreste. Ma in entrambe c’era la stessa silenziosa convinzione che accompagnava tante famiglie di immigrati italiani: quella secondo cui la vera patria di un uomo forse non è il luogo in cui è nato, ma quello in cui i suoi figli potranno costruire un futuro migliore.
Gli ultimi giorni del viaggio sembrarono interminabili. Le strade diventavano soltanto sentieri aperti tra la foresta, costringendo uomini e animali a superare fango, pietre e ruscelli che comparivano a ogni curva. Quando finalmente raggiunsero la regione di Paiol Grande, Giovanni comprese di trovarsi di fronte a una frontiera molto diversa da quella che aveva incontrato da ragazzo, quando era arrivato nell’antica Colonia Alfredo Chaves. Là la foresta dominava ancora quasi tutto. Enormi araucarie si innalzavano come colonne di una cattedrale costruita dalla natura stessa, mentre il mormorio costante delle acque del fiume Uruguay e dei suoi affluenti ricordava che quella terra apparteneva ancora molto più alle foreste che agli uomini.
Fu in quello scenario di immensità quasi incontaminata che Giovanni, conosciuto fin dall’infanzia con il soprannome di Nelo, decise di piantare nuovamente le proprie radici. Scelse un pezzo di terra in una zona di Paiol Grande che, molti anni più tardi, avrebbe dato origine al comune di São Valentim. Come era accaduto ai suoi genitori decenni prima, la prima sfida non fu coltivare la terra, ma conquistare il diritto di viverci. Prima del primo raccolto vennero l’ascia, la zappa e la forza delle braccia. Abbatterono alberi, aprirono una radura, costruirono un semplice riparo di legno e lo coprirono con assi e scandole. Ogni tronco abbattuto sembrava annunciare che una nuova vita stava iniziando.
Di notte, quando il silenzio della foresta avvolgeva la piccola casa appena costruita, Nelo ricordava spesso Fanzolo. Pensava alla vecchia casa di pietra dei suoi genitori, alla campana della chiesa suonata da Don Luigi, al lungo viaggio fino a Genova e alla traversata dell’oceano. Comprendeva allora che la distanza percorsa non si misurava soltanto in chilometri. Il vero viaggio si compiva dentro il cuore. Ancora una volta la famiglia Tessaro aveva ricominciato dal nulla. Ancora una volta il futuro dipendeva soltanto dal coraggio di trasformare la foresta in campi coltivati e la speranza in realtà.
Gli anni passarono e il piccolo riparo perduto tra gli alberi lasciò il posto a una proprietà prospera. Nelo e Rosa formarono una famiglia numerosa, crescendo otto figli secondo gli stessi valori di lavoro, fede e perseveranza che avevano ricevuto da Domenico e Maria. Sembrava che, finalmente, il lungo cammino avesse trovato la sua destinazione definitiva.
Ma la storia della famiglia Tessaro non era ancora finita.
Come le terre del Veneto erano diventate troppo piccole per Domenico e le antiche colonie della Serra Gaúcha insufficienti per Nelo, arrivò il momento in cui anche i figli dovettero cercare nuovi orizzonti. La proprietà, sebbene frutto di una vita intera di sacrifici, non poteva più sostenere tante famiglie. Ancora una volta le terre disponibili diventavano rare e costose. Ancora una volta la soluzione era andare avanti.
Fu così che alcuni di quegli otto figli ripresero il vecchio destino della famiglia. Lasciarono São Valentim e aprirono una terza fase di quella lunga epopea iniziata molto tempo prima in un piccolo villaggio del Veneto. Si diressero verso l’Ovest del Paraná e, più tardi, verso le lontane terre del Mato Grosso, portando con sé lo stesso spirito pionieristico che aveva attraversato l’Atlantico nella generazione dei loro nonni e conquistato le foreste del nord gaúcho nella generazione dei loro genitori.
Forse questa è la vera eredità dei Tessaro. Più di un cognome o di un pezzo di terra, trasmisero di generazione in generazione la straordinaria capacità di andare sempre avanti. Per loro, la vita non fu mai misurata dal luogo in cui erano nati, ma dal coraggio di ricominciare quando la necessità lo richiedeva. E così, di migrazione in migrazione, contribuirono a scrivere una pagina silenziosa e grandiosa dell’occupazione del Sud e del Centro-Ovest del Brasile.

Nota dell’Autore

La storia narrata in questa cronaca riunisce avvenimenti che segnarono la vita di migliaia di famiglie discendenti da immigrati italiani nel sud del Brasile. I nomi dei personaggi sono fittizi, ma il percorso che compiono è assolutamente reale e si ripeté innumerevoli volte tra i pionieri che per primi trasformarono le foreste della Serra Gaúcha in piccole proprietà rurali e che, una generazione dopo, videro partire nuovamente i propri figli.
Si tende a immaginare che l’immigrazione sia terminata quando le navi smisero di attraversare l’Atlantico. In realtà, per molti veneti, emigrare divenne una condizione permanente dell’esistenza. Dopo aver abbandonato la terra natale, ricostruirono la propria vita in Brasile attraverso un lavoro quasi sovrumano, abbattendo foreste, aprendo strade, costruendo case, chiese e intere comunità. Tuttavia, bastarono pochi anni perché emergesse una nuova sfida: i figli crebbero, si sposarono e formarono le proprie famiglie, mentre le antiche colonie non disponevano più di terre disponibili.
Le proprietà conquistate con decenni di sacrifici erano piccole e, divise tra numerosi eredi, non erano più sufficienti a garantire il sostentamento di tutti. Le terre libere erano praticamente scomparse e quelle rimaste raggiungevano prezzi impossibili per gli agricoltori che dipendevano esclusivamente dal lavoro della propria famiglia. Restare significava, spesso, condannarsi alla povertà. Partire di nuovo diventava l’unica alternativa.
Fu così che migliaia di discendenti dei primi immigrati ripeterono il cammino dei loro genitori. Non attraversarono un oceano, ma affrontarono lunghi viaggi in carrozza, aprirono sentieri nelle nuove foreste, si stabilirono in regioni lontane e ricominciarono la vita esattamente come aveva fatto la generazione precedente. Questa seconda migrazione contribuì a occupare vaste aree del nord del Rio Grande do Sul, dell’ovest di Santa Catarina e, più tardi, del Paraná, perpetuando un movimento di espansione che plasmò gran parte della colonizzazione del Sud del Brasile.
Questa successione di partenze rivela una caratteristica profondamente radicata nella cultura di quei coloni provenienti dal Veneto: la straordinaria capacità di ricominciare. Essi impararono che la sopravvivenza richiedeva il coraggio di abbandonare ciò che era conosciuto, la fiducia nell’affrontare l’ignoto e la disponibilità a ricostruire, tutte le volte che fosse necessario, ciò che la vita insisteva nel mettere alla prova. Forse questo è il più grande lascito lasciato da queste famiglie: la certezza che la speranza non è un luogo al quale si arriva, ma una strada che si percorre ogni volta che il futuro richiede un nuovo inizio.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quarta-feira, 19 de agosto de 2026

Il Primo Giorno nella Foresta del Rio Grande do Sul – L’Incontro degli Immigrati Italiani con la Foresta Brasiliana


 

Il Primo Giorno nella Foresta del Rio Grande do Sul – L’Incontro degli Immigrati Italiani con la Foresta Brasiliana

«Prima di costruire case, gli immigrati dovettero costruire coraggio; fu esso la prima dimora eretta nella foresta del Rio Grande do Sul.»

Ci sono giorni che non finiscono quando il sole scompare. Restano vivi attraverso le generazioni, nascosti nella memoria delle famiglie come un seme che non ha mai smesso di germogliare. Il primo giorno degli immigrati italiani nella foresta del Rio Grande do Sul fu uno di quei giorni.

Fino ad allora la foresta esisteva soltanto come parola. Se ne parlava ancora negli alloggi, nei porti, nelle lunghe file dell’Ostello degli Immigrati, nei carri che avanzavano lentamente lungo i sentieri aperti a colpi d’ascia. Dicevano che era vasta, oscura e senza fine. Ma nessuna descrizione era capace di preparare un uomo abituato ai campi coltivati del Veneto all’immensità verde che finalmente incontrò.

Quella mattina la foresta sembrava non avere né inizio né orizzonte. Gli alberi si ergevano come colonne di una cattedrale costruita molto prima di qualsiasi chiesa. I loro tronchi sparivano nelle altezze, mentre i liani scendevano come corde lanciate da un tempo sconosciuto. La luce giungeva al suolo filtrata da migliaia di foglie, creando un silenzio luminoso che intimoriva più della stessa oscurità.

Chi veniva dall’Italia conosceva boschi, castagni, vigneti e piccole selve comunali. Conosceva il suono delle campane, il vento che attraversava i campi di grano, il canto delle rondini sui tetti di pietra. Nella foresta sudamericana, però, tutto sembrava appartenere a un altro mondo.

I suoni non offrivano conforto. Erano avvertimenti.

All’improvviso un grido attraversava le chiome. Poco dopo ne sorgeva un altro, ancora più strano. C’era il battere secco di ali invisibili, lo scricchiolio di rami senza che nessuno potesse scorgere l’animale che li spezzava, il ronzio interminabile degli insetti e il mormorio incessante dell’acqua nascosta tra pietre e felci. Man mano che il pomeriggio avanzava, ogni rumore sembrava acquisire una vita propria.

I bambini, che durante il viaggio avevano trasformato quasi tutto in gioco, scoprirono lì una paura nuova. Si aggrappavano alle gonne delle madri, osservando ogni movimento delle foglie come se da esse potesse spuntare qualsiasi creatura immaginata nelle antiche storie raccontate dai nonni. Gli adulti facevano lo stesso sforzo per nascondere il proprio timore. Dopotutto, quando il padre manifesta paura, l’intera casa impara a tremare.

La foresta brasiliana non era ostile perché desiderasse scacciarli. Era semplicemente indifferente alla presenza umana. Esisteva molto prima di loro e avrebbe continuato a esistere qualora avessero desistito dal rimanere.

Fu allora che cominciarono a fare ciò che ha sempre sostenuto gli immigrati: lavorare.

Le asce aprirono i primi colpi nel legno. Ogni albero abbattuto richiedeva ore di sforzo collettivo. L’odore fresco della linfa si mescolava al profumo umido della terra smossa. Le mani ancora segnate dal lungo viaggio imparavano rapidamente un altro tipo di fatica, più pesante, ma più degna, perché cominciava a costruire qualche speranza.

Prima della casa, bisognava superare la prima notte.

Alcune famiglie trovarono rifugio all’interno di alberi giganteschi, cavi dal tempo, dove improvvisarono un tetto provvisorio contro il freddo e la pioggia. Quelle cavità, aperte naturalmente nel corso di decenni, si trasformarono per alcuni giorni in stanze, cucine e dormitori. Non erano abitazioni. Erano promesse di sopravvivenza.

Altri eressero piccoli ranchos di legno e fango. Piantaavano pali nel suolo, intrecciavano rami sottili, riempivano gli spazi con fango tratto dalle rive dei ruscelli e coprivano tutto con foglie di palma accuratamente sovrapposte per impedire all’acqua di trovare passaggio. Il pavimento rimaneva la terra battuta stessa, indurita dai passi dell’intera famiglia. Quando pioveva per diversi giorni, il fango tornava a essere fango e l’umidità sembrava penetrare nelle ossa.

Lì dormivano padri, madri, nonni e bambini, quasi sempre condividendo lo stesso spazio con attrezzi, semi, pochi mobili improvvisati e i rari oggetti portati dall’Italia. Un baule, un’immagine di santo, un rosario, una fotografia ingiallita o una piccola Bibbia rappresentavano molto più di ricordi. Erano gli ultimi testimoni di un mondo che l’oceano aveva lasciato dietro di sé.

Di notte la foresta cambiava completamente voce.

Ciò che di giorno era soltanto esuberanza diventava mistero. I bugios facevano risuonare i loro richiami gravi tra le valli. Le civette solcavano l’oscurità con canti sconosciuti. Qualche armadillo rivoltava foglie secche. Un porcospino camminava lentamente su rami alti. Le lucciole apparivano tra gli arbusti come piccole lanterne sospese dal cielo stesso. E, molto lontano, forse un giaguaro ricordava a tutti che quella terra aveva ancora antichi padroni.

Pochi riuscivano a dormire profondamente nelle prime settimane. Il minimo scricchiolio faceva immaginare pericoli invisibili. Bastava un ramo caduto perché qualcuno si svegliasse convinto che qualche animale girasse intorno al barraco. I bambini cercavano le mani dei genitori prima ancora di aprire gli occhi.

Ma esiste una strana qualità nel coraggio umano.

Esso quasi mai nasce dall’assenza della paura. Nasce di solito dall’impossibilità di tornare indietro.

La mattina seguente le asce tornavano a lavorare.

Ogni tronco abbattuto allargava un poco la radura. Ogni pietra rimossa permetteva di preparare un piccolo pezzo di terra per il mais, il fagiolo o la vite che un giorno forse avrebbe ricordato i vigneti abbandonati in Europa. Ogni palo conficcato avvicinava la futura casa di legno.

Quella casa tardava.

A volte ci volevano due, tre o più anni perché fosse pronta. Nel frattempo il barraco rimaneva la casa. I bambini crescevano al suo interno. Imparavano a camminare sul suolo di terra, a riconoscere il canto degli uccelli, a distinguere l’odore della pioggia in arrivo e a percepire che la foresta, a poco a poco, cessava di essere nemica per trasformarsi in vicina.

Anche la paura invecchia.

Ciò che il primo giorno sembrava spaventoso diventava parte della routine. Il canto del quero-quero annunciava visitatori. Il volo delle gazze rivelava cambiamenti del tempo. Il bugio smetteva di essere mostro per diventare soltanto un altro abitante della foresta. Persino il silenzio acquisiva un altro significato. Non era più minaccia. Era compagnia.

Quando finalmente la piccola casa di legno era pronta, costruita con tavole segate dagli stessi coloni, tetto solido e un camino semplice da cui usciva il fumo della stufa, essa rappresentava molto più di un rifugio. Era la prova che la foresta aveva accettato quegli uomini e quelle donne come parte del suo paesaggio.

Forse è per questo che tanti discendenti avvertono ancora un rispetto quasi sacro per gli alberi antichi. Essi furono testimoni silenziosi dell’istante in cui i loro antenati smisero definitivamente di essere viaggiatori per diventare abitanti di una terra sconosciuta.

Ogni famiglia conserva una data di nascita.

Le famiglie dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul conservano anche quel primo giorno nella foresta.

Fu lì, tra il profumo del legno appena tagliato, il fango sulle mani, la paura nascosta negli occhi dei bambini e la speranza che insisteva a rimanere, che cominciò una delle più belle storie di lavoro, perseveranza e appartenenza mai scritte su questa terra.

Nota dell’Autore

La storia dell’immigrazione italiana viene di solito raccontata a partire dai raccolti abbondanti, dalle cappelle erette dalle comunità, dalle case di legno che ancora resistono al tempo e dalle famiglie che prosperarono grazie al lavoro instancabile dei loro antenati. Raramente, però, volgiamo lo sguardo all’istante più decisivo di tutto questo percorso: il primo incontro tra quegli uomini e quelle donne e la foresta brasiliana.

Fu in quel giorno, prima ancora della prima coltivazione, della prima vite o del primo raccolto, che si combatté la vera battaglia dell’immigrazione. Non contro un nemico umano, ma contro l’ignoto. La selva fitta, i suoni mai uditi, gli animali invisibili, la solitudine e la consapevolezza che non esisteva più una via di ritorno richiesero un coraggio che i documenti ufficiali quasi mai registrarono.

Nel corso delle generazioni la memoria ha conservato le case, i cognomi e le fotografie. La paura silenziosa di quel primo giorno, tuttavia, andò scomparendo man mano che la foresta cedeva il posto ai campi coltivati e alle città. Forse perché la sofferenza raramente è l’eredità che i genitori desiderano lasciare ai figli.

Questa cronaca è nata dal desiderio di restituire visibilità a questo capitolo quasi dimenticato della colonizzazione del Rio Grande do Sul. Comprendere ciò che quegli immigrati provarono di fronte all’immensità della foresta significa comprendere, nella sua dimensione più umana, l’extraordinario lascito che costruirono. Ogni comunità fondata, ogni chiesa, ogni scuola, ogni vigneto e ogni piccola proprietà rurale cominciarono, prima di tutto, con una notte passata sotto un rifugio precario e con la decisione di rimanere dove tutto ispirava incertezza.

Recuperare questa memoria non significa soltanto rendere omaggio ai pionieri. Significa riconoscere che l’identità di migliaia di famiglie brasiliane fu plasmata molto prima delle vittorie, quando esistevano ancora soltanto la paura, il lavoro e una speranza sufficientemente forte da trasformare una foresta in casa. È in quel primo giorno, tante volte dimenticato dalla Storia, che forse risiede la più vera grandezza dell’immigrazione italiana.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quinta-feira, 9 de julho de 2020

L' epopea della emigrazione veneta



 

Giovanni Meo Zilio

Brasile venetofono e condizioni generali della prima emigrazione

La prima emigrazione organizzata in partenza dal Veneto (in buona parte dalla provincia di Treviso e, in minor misura, dalla Lombardia e dal Friuli, risale al 1875. Infatti a partire da quell’anno cominciarono ad arrivare in Brasile - negli stati di Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà, Espirito Santo, e soprattutto nella cosiddetta “zona di colonizzazione italiana” ubicata nel Nordest del primo stato, che oggi ha per centro economico, commerciale e culturale la fiorente città di Caxias do Sul con circa 500.000 abitanti: miracolo di sviluppo e modello di “un altro veneto” trapiantato e cresciuto oltre oceano. Ad esso vanno aggiunte altre correnti emigratorie, soprattutto in Argentina e Uruguay, dove molti italiani erano già presenti da prima, e, in minor misura, in minor paesi come il Messico.

Le cause principali del fenomeno emigratorio furono, com’è noto, la miseria e l’emarginazione delle classi rurali dell’epoca, se non addirittura la fame, insieme al sogno della proprietà della terra da parte dei nostri contadini (allora veri “servi della gleba”), spesso ingannati da fallaci propagande interessate, favorite, a loro volta, dall’ignoranza commista alla speranza che è sempre l’ultima a morire. Ma va tenuto conto anche di quell’insop-primibile spirito di avventura, quell’attrazione verso il nuovo e il lontano che da sempre ha agito sull’umanità e che spesso viene trascurato dagli storici dell’emigrazione.

La traversata atlantica in quell’epoca (nel fondo delle stive) fu da sola una epopea che ancora è presente nella memoria collettiva, tramandata in episodi struggenti nei ricordi dei vecchi e nella copiosa letteratura popolare, soprattutto veneto-brasiliana (canti, poesie, racconti), che, a partire dalle celebrazioni del centenario della prima emigrazione “in loco” (1975), è esplosa qua e là anche in forme stilisticamente pregevoli. Così pure rimane nella memoria collettiva l’epopea delle inenarrabili condizioni di arrivo e di insediamento e le lotte della prima generazione per disboscare a braccia la montagna, per difendersi dagli animali feroci, dai serpenti, dagli indios, dalle malattie, per costruire dal nulla strade e abitazioni, per affrontare continuamente la paura che diventava un’ossessione…

Questa storia di illusioni e di sofferenze, di eroismo e di umiliazioni, questa “storia interna” della nostra emigrazione, che rappresenta il rovescio della storia esterna di cui, più che altro, si sono occupati gli studiosi, è ancora tutta da approfondire.

Per quanto riguarda il sud del Brasile, che può essere considerato emblematico, un primo gruppo di emigrati arrivò, dopo indicibili peripezie e sofferenze a quella che oggi si chiama Nova Milano, nei pressi di Caxias do Sul. Dal porto di Porto Alegre essi proseguivano in barconi lungo il rio Caì e poi a piedi, per chilometri e chilometri, attraverso la selva, con le poche masserizie sulle spalle, facendosi strada a forza di “machete”, fino a raggiungere i terreni loro assegnati proprio nella foresta, a nord dei territori pianeggianti e più fertili occupati dalla emigrazione tedesca 50 anni prima. Si può immaginare il costo umano di tutto ciò dopo che essi avevano tagliato i ponti dietro di sé, vendendo i loro poveri averi prima di partire dall’Italia.

Le tracce della prima colonizzazione si possono vedere ancora oggi in molti nomi di luoghi, come la citata Nova Milano, Garibaldi, Nova Bassano, Nova Brescia, Nova Treviso, Nova Venezia, Nova Padua, Monteberico...; mentre altri come Nova Vicenza e Nova Trento hanno cambiato successivamente i loro nomi originari nei nomi brasiliani di Farroupilha e Flores da Cunha in periodi caratterizzati da xenofobia. Tale xenofobia del governo centrale arrivò al punto che, negli anni dell’ultima guerra, a quei nostri immigrati che non sapevano parlare il brasiliano, fu proibito (pena l’arresto) di parlare la loro lingua veneta, con le conseguenze morali che è facile immaginare, oltre alle difficoltà pratiche (le quali spesso sfociavano nel tragicomico!) che tutto ciò produsse fra quella povera gente emarginata a cui era tolta perfino la parola...

Si tratta comunque di un fenomeno imponente - in Brasile come in Argentina, sia per estensione, sia per popolazione (nell’ordine dei milioni di discendenti), sia per la omogeneità e vitalità - il quale per più di un secolo è stato trascurato se non ignorato dal governo italiano e dalle sue istituzioni.

La stragrande maggioranza delle prime correnti immigratorie era composta di contadini che impiantarono nel nuovo territorio le colture e i metodi agricoli tipici delle loro zone di provenienza (a cui si aggiunsero artigiani e commercianti). La cultura che si impose sulle altre fu quella della vite con la conseguente industrializzazione del vino e degli altri derivati dell’uva, che ancor oggi rappresenta la maggior fonte di ricchezza dello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul, che rifornisce tutto il Brasile. 

Andando per le campagne si trovano ancora vitali certi antichi strumenti (da noi ormai quasi scomparsi) dell’agricoltura dell’800 e della vita domestica di allora (a Nova Padua, nei pressi di Caxias, il monumento all’immigrante, sulla piazza del paese, è rappresentato solennemente da una vera e propria “caliera de la polenta” su un imponente piedistallo). L’alimentazione nelle campagne è ancora sostanzialmente quella tradizionale del Veneto a cui si è aggiunto l’autoctono e immancabile “churrasco” (carne alla brace).
La religione è tuttora intensamente seguita e sentita, anche perché il clero cattolico e l’organizzazione religiosa hanno accompagnato, fin dal primo momento, le sorti degli emigranti. Basti pensare che le “cappelle” sono state fino ad oggi i principali centri comunitari nella “colonia” (leggasi campagna) non solo religiosi ma anche di organizzazione sociale e culturale, e che intorno ad esse si sono formate via via le parrocchie e i municipi. In anni recenti i villaggi dove non vi era un parroco stabile si poteva assistere a scene, per noi incredibili, come quella della popolazione riunita in un capannone che fungeva da chiesa, a celebrare i riti religiosi senza nessun sacerdote e sotto la guida di quello che viene chiamato il “prete laico”, con la partecipazione attiva e solenne degli anziani del paese.

Chi vive in “colonia”, e ha conservato per lo più il mestiere e le tradizioni dei primi emigranti, fino a poco tempo fa era ancora considerato come emarginato e guardato con sufficienza persino dagli stessi discendenti di veneti abitanti nelle grandi città. Solo da qualche decennio, da quando sono ripresi i contatti effettivi con l’Italia, si sta risvegliando ed estendendo una coscienza in positivo delle proprie origini (non più opaco, lontano mito da dimenticare) con una spinta a ritrovare la identità storica: una ricerca, spesso struggente, delle proprie fonti per ripristinare quel “cordone ombelicale” che era rimasto tranciato da oltre 100 anni.

Il fenomeno più imponente all’interno di questa “storia di immigranti senza storia”, come qualcuno l’ha malinconicamente definita, è il mantenimento, dopo un secolo, della propria lingua di origine (il veneto), a livello familiare, interfamiliare e, in determinate occasioni (feste, ricorrenze, giochi, riunioni conviviali, ecc.) anche a livello comunitario; con un grado di vitalità e di conservazione, nelle campagne, che spesso supera addirittura quello del Veneto d’Italia il quale, com’è noto, è ancora ben radicato fra di noi. Si tratta di quella che i dialettologi chiamano un’ ”isola linguistica”, relativamente omogenea, dove la lingua veneta ha finito col trionfare sul lombardo e sul friulano, estendendosi come una “koinè” interveneta all’interno di un contesto eterofono (il lusobrasiliano). Essa ci consente di ricostruire, come “in vitro”, dopo tre o quattro o anche più generazioni, la lingua dei nostri nonni e bisnonni, soprattutto per gli aspetti orali non documentati come la pronuncia e l’intonazione, o per l’uso di certi proverbi, modi di dire, canti dell’epoca. Così, attraverso la storia delle parole (quelle conservate, quelle alterate e quelle sostituite) possiamo ricostruire alcuni spaccati della storia (spesso commovente) di quelle comunità. Essa, a sua volta, rappresenta uno squarcio drammatico e appassionante della storia d’Italia e della storia del Brasile.

Chi scrive queste righe è un vecchio emigrante che ha provato personalmente quello che molte centinaia di migliaia di compatrioti hanno vissuto: testimone diretto della situazione di quanti, nell’ immediato ultimo dopoguerra, hanno attraversato l’oceano accalcati nella stiva di vecchie Liberty, residuato di guerra, dormendo in letti a castello di quattro o cinque cuccette disposte in verticale, con un caldo incredibile ed in condizioni infernali di promiscuità. Egli ha girato in lungo e in largo le Americhe per molti anni, dagli aridi altipiani del Messico fino alla desolata Patagonia argentina. Per molti anni in veste di emigrato e poi di studioso e di ricercatore. Come tanti altri emigranti ha vissuto in carne propria il dramma del trapianto, la mortificazione degli affetti, l’ ansia di tante illusioni, il naufragio di tante speranze. Non ignora quindi, accanto alla portata storica del fenomeno migratorio, il dolore, la fatica e il coraggio che lo hanno accompagnato, anche perché, pure lui, ha cominciato dalla gavetta - come si suol dire - svolgendo lavori manuali di sopravvivenza. Ma la sua storia personale è poca cosa rispetto alla storia generazionale delle nostre comunità che hanno vissuto, soprattutto nell’ immenso Brasile, un’epopea inenarrabile di lotte, sacrifici, in condizioni di vita infraumane (in particolare le prime generazioni); epopea trasmessa oralmente (perché nella maggior parte dei casi si trattava di gente che non sapeva leggere né scrivere) di padre in figlio, anzi di madre in figlia perché le donne, come sempre, sono le depositarie delle tradizioni più vitali ed essenziali. Le prime generazioni affrontarono, come si è detto, sacrifici inenarrabili, abbandonate nelle foreste; senza Lari e senza Penati, cioè senza casa e senza famiglia, costrette a sopravvivere in condizioni drammatiche. Persino senza la parola, come si è detto più sopra: senza parola non c’è identità, non c’è comunità né comunicazione, quindi non c’è vita che possa dirsi umana. Ma essi hanno resistito a denti stretti con dignità e coraggio malgrado le umilianti e brucianti condizioni di inferiorità. 

Non solo nel Brasile, ma anche in Argentina, e altrove soprattutto i veneti, i lombardi e i friulani, i cosiddetti polentoni (si ricordi che “polenta”, nel rioplatense popolare, è passata a significare forza, coraggio) assieme ai solidi piemontesi ed agli industriosi e parsimoniosi genovesi, hanno fornito, con le luci e le ombre naturali in tutte le cose umane, un contributo di progresso al paese che li ha accolti. Essi hanno conservato nel cuore fin dall’ultimo quarto del secolo scorso il sogno ed il mito della madre patria, della madre-matrigna che li ha abbandonati per più di cent’anni. Loro hanno invece continuato a rimembrarla ed a sognarla nei filò interminabili delle stalle contadine, nell’accorata e discreta intimità familiare, nelle commosse riunioni comunitarie, nelle umili preghiere quotidiane. 

Attraverso le generazioni hanno conservato incredibilmente la loro lingua, gli usi, i costumi, i riti, le feste, i balli, i giochi (il tresette, le bocce, la mora, la cuccagna). Giochi conditi da certe nostre espressioni paesane, ormai non più blasfeme, perché eufemistizzate, come “Ostrega!”, “Ostregheta!” o “Sacramenta!”. Si sentono ancora i canti comunitari di una volta, che noi in gran parte abbiamo perduto, e che li hanno aiutati moralmente a vivere, a sopravvivere: nei paesi più sperduti. Nelle piazze di alcuni paesi abbiamo troviamo, come monumenti, oltre alla ”caliera” della polenta, come già detto, la carretta o la carriola, la gondola veneziana, il leone di S. Marco (addirittura il simbolo del Municipio di Octavio Rocha, nel Rio Grande do Sul, rappresenta il leone di S. Marco che tiene stretto nella zampa il grappolo d’uva al posto del libro tradizionale!).

Quelle persone, con il sacco sulle spalle (con la valigia di legno in un secondo tempo e di cartone in un terzo), fin dal secolo scorso hanno alleviato la nostra pressione demografica, hanno reso un servizio storico all’Italia, ci hanno alleviati dalla fame, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con le loro rimesse, ed oggi acquistano “in primis” prodotti italiani e quindi potenziano il commercio e l’economia del nostro paese. Si valuta in oltre 100.000 miliardi l’indotto proveniente dalla collaborazione economica dei nostri emigrati. 

Questa gente è sangue del nostro sangue, gente che ha sofferto moralmente e materialmente l’emarginazione secolare e dalla quale abbiamo anche qualcosa da imparare o da reimparare: quei valori che oggi in gran parte si vanno dimenticando.

L’Italia, oggi, non può non onorare il suo debito secolare, storico, morale e politico.

Giovanni Meo Zillo è professore Emerito di Letteratura Ispano-Americana dell’Università di Venezia. Ha pubblicato saggi e articoli sull’argomento di cui è studioso.