sábado, 5 de setembro de 2026

La Seconda Migrazione degli Immigrati Italiani nel Rio Grande do Sul


La Seconda Migrazione degli Immigrati Italiani nel Rio Grande do Sul


Giovanni strinse saldamente le redini mentre il carro cominciava lentamente a percorrere la strada di terra battuta. Era l’anno 1918. Seduto sul sedile del conducente, lanciò un ultimo sguardo alla casa paterna, come se volesse imprimere per sempre nella memoria ogni dettaglio delle pareti, del tetto, del cortile e degli alberi che per tanti anni erano stati lo scenario della sua vita. Al suo fianco viaggiava Rosa, sua moglie. Dietro di loro, sistemati tra bauli, sacchi di provviste e alcuni attrezzi accuratamente conservati, viaggiavano i tre figli della coppia. Tutti stavano iniziando un viaggio che sarebbe durato più di una settimana, fino a raggiungere il nord del Rio Grande do Sul, una regione di recente occupazione, aperta alla colonizzazione nelle vicinanze del fiume Uruguay, conosciuta allora come Paiol Grande, località che in seguito avrebbe ricevuto il nome di José Bonifácio.
Il carro avanzava lentamente, ma i pensieri di Giovanni correvano molto più velocemente di quanto i buoi riuscissero a camminare. Bastò che la vecchia casa scomparisse dietro una curva perché un altro addio, molto più antico, si risvegliasse interamente nella sua memoria. I ricordi apparvero con la velocità di un lampo, come scene di un film proiettato dentro la sua stessa anima.
Tornò a essere il ragazzo di quindici anni che, molti anni prima, lasciava per sempre la piccola casa di pietra ormai segnata dal tempo, a Fanzolo, uno dei piccoli villaggi che formavano il comune di Vedelago, in provincia di Treviso. Poteva ancora sentire, con impressionante nitidezza, il suono della campana della chiesa. Il sacerdote Don Luigi aveva ordinato che venisse suonata con tono grave, non per annunciare una morte, ma per segnare una partenza che, per molti, sembrava definitiva. Era un addio simile a quello rivolto a un vecchio amico che non sarebbe mai più tornato.
Gli tornarono alla memoria anche i lunghi abbracci dei familiari, gli occhi pieni di lacrime dei vicini, le silenziose strette di mano degli amici e la piccola folla che accompagnò la sua famiglia fino al momento della partenza verso la stazione ferroviaria. Da lì avrebbero preso il treno che li avrebbe condotti fino a Genova, dove sarebbe iniziata la traversata dell’oceano. Pochi parlavano durante quel viaggio. Le parole sembravano insufficienti di fronte al dolore di abbandonare una terra nella quale ogni pietra, ogni strada e ogni campanile custodivano la storia di intere generazioni.
Giovanni era allora il penultimo dei sei figli della famiglia Tessari. Era cresciuto circondato dai fratelli, imparando fin da piccolissimo che l’infanzia dei figli dei contadini terminava quasi nello stesso momento in cui cominciava. Le mani ancora piccole conoscevano già il peso della zappa, della falce e dei cesti della raccolta. A quell’epoca, giocare era un privilegio raro, quasi sempre interrotto dalle necessità del lavoro.
Suo padre, Domenico Tessari, era originario di Fanzolo. Uomo di poche parole e di enorme resistenza, portava sulle spalle il peso di una responsabilità che sembrava crescere ogni anno. Sua madre, Maria, era nata nel vicino villaggio di Salvarosa, appartenente al comune di Castelfranco Veneto. Insieme formavano una famiglia semplice, profondamente legata alla terra, ma senza esserne mai proprietaria.
Vivevano come mezzadri in una proprietà agricola che attraversava il proprio declino. Il terreno, un tempo generoso, diventava sempre meno produttivo. Il proprietario delle terre risiedeva a Treviso e conosceva poco delle difficoltà affrontate da coloro che coltivavano i suoi campi. Esigeva la parte della produzione che gli spettava, indipendentemente dal fatto che il raccolto fosse stato buono o cattivo.
Anno dopo anno, le delusioni dei raccolti diventavano sempre più frequenti. I cambiamenti climatici alteravano il ritmo delle stagioni, distruggevano le coltivazioni e compromettevano ciò che avrebbe dovuto garantire il sostentamento della famiglia. Quel poco che riuscivano a raccogliere bastava appena a sfamare tante bocche. Eppure, una parte doveva essere consegnata al padrone. Il resto scompariva rapidamente tra necessità sempre più urgenti. I debiti si accumulavano senza pietà, trasformando il futuro in una successione di incertezze.
Domenico lottò a lungo per rimanere su quella terra dove i suoi antenati avevano vissuto. Cercò soluzioni, ascoltò consigli, parlò con vicini che affrontavano le stesse difficoltà. In molte notti si incontrò anche con l’amico, il sacerdote Don Luigi, uomo rispettato per la sua prudenza e per conoscere da vicino le sofferenze delle famiglie della regione. Le conversazioni ripetevano sempre le stesse domande e terminavano quasi sempre nello stesso silenzio. Restare significava accettare una vita di povertà sempre maggiore. Partire significava abbandonare tutto ciò che conoscevano.
La decisione maturò lentamente, come maturano le scelte che cambiano per sempre il destino di una famiglia. Dopo aver riflettuto a lungo, Domenico decise di emigrare in Brasile. Non era un’avventura impulsiva né un sogno di facile ricchezza. Era, soprattutto, un tentativo disperato di offrire ai figli ciò che la terra natale non riusciva più a garantire: speranza.
La destinazione scelta fu la Colonia di Alfredo Chaves, che in seguito avrebbe preso il nome di Veranópolis. La possibilità di acquistare terre proprie sembrava quasi incredibile per qualcuno che aveva lavorato per tutta la vita su proprietà altrui. Questa opportunità divenne possibile grazie agli sforzi di un amico emigrato alcuni anni prima nella Colonia Dona Isabel. Conoscendo la realtà brasiliana e le possibilità offerte ai nuovi coloni, questo amico fece da intermediario nell’acquisto di mezza colonia di terra, permettendo a Domenico di compiere il passo più importante di tutta la sua esistenza.
In quel momento, mentre il carro procedeva lentamente verso il nord del Rio Grande do Sul, Giovanni comprese che la sua vita sembrava disegnare un curioso cerchio. Anni prima era stato un ragazzo condotto dal padre alla ricerca di un nuovo inizio. Ora era lui a condurre la propria famiglia verso un’altra frontiera agricola, ripetendo, sul suolo brasiliano, lo stesso coraggio che un giorno aveva trasformato i suoi genitori in pionieri. La prima migrazione aveva attraversato un oceano. La seconda attraversava montagne, fiumi e foreste. Ma in entrambe c’era la stessa silenziosa convinzione che accompagnava tante famiglie di immigrati italiani: quella secondo cui la vera patria di un uomo forse non è il luogo in cui è nato, ma quello in cui i suoi figli potranno costruire un futuro migliore.
Gli ultimi giorni del viaggio sembrarono interminabili. Le strade diventavano soltanto sentieri aperti tra la foresta, costringendo uomini e animali a superare fango, pietre e ruscelli che comparivano a ogni curva. Quando finalmente raggiunsero la regione di Paiol Grande, Giovanni comprese di trovarsi di fronte a una frontiera molto diversa da quella che aveva incontrato da ragazzo, quando era arrivato nell’antica Colonia Alfredo Chaves. Là la foresta dominava ancora quasi tutto. Enormi araucarie si innalzavano come colonne di una cattedrale costruita dalla natura stessa, mentre il mormorio costante delle acque del fiume Uruguay e dei suoi affluenti ricordava che quella terra apparteneva ancora molto più alle foreste che agli uomini.
Fu in quello scenario di immensità quasi incontaminata che Giovanni, conosciuto fin dall’infanzia con il soprannome di Nelo, decise di piantare nuovamente le proprie radici. Scelse un pezzo di terra in una zona di Paiol Grande che, molti anni più tardi, avrebbe dato origine al comune di São Valentim. Come era accaduto ai suoi genitori decenni prima, la prima sfida non fu coltivare la terra, ma conquistare il diritto di viverci. Prima del primo raccolto vennero l’ascia, la zappa e la forza delle braccia. Abbatterono alberi, aprirono una radura, costruirono un semplice riparo di legno e lo coprirono con assi e scandole. Ogni tronco abbattuto sembrava annunciare che una nuova vita stava iniziando.
Di notte, quando il silenzio della foresta avvolgeva la piccola casa appena costruita, Nelo ricordava spesso Fanzolo. Pensava alla vecchia casa di pietra dei suoi genitori, alla campana della chiesa suonata da Don Luigi, al lungo viaggio fino a Genova e alla traversata dell’oceano. Comprendeva allora che la distanza percorsa non si misurava soltanto in chilometri. Il vero viaggio si compiva dentro il cuore. Ancora una volta la famiglia Tessaro aveva ricominciato dal nulla. Ancora una volta il futuro dipendeva soltanto dal coraggio di trasformare la foresta in campi coltivati e la speranza in realtà.
Gli anni passarono e il piccolo riparo perduto tra gli alberi lasciò il posto a una proprietà prospera. Nelo e Rosa formarono una famiglia numerosa, crescendo otto figli secondo gli stessi valori di lavoro, fede e perseveranza che avevano ricevuto da Domenico e Maria. Sembrava che, finalmente, il lungo cammino avesse trovato la sua destinazione definitiva.
Ma la storia della famiglia Tessaro non era ancora finita.
Come le terre del Veneto erano diventate troppo piccole per Domenico e le antiche colonie della Serra Gaúcha insufficienti per Nelo, arrivò il momento in cui anche i figli dovettero cercare nuovi orizzonti. La proprietà, sebbene frutto di una vita intera di sacrifici, non poteva più sostenere tante famiglie. Ancora una volta le terre disponibili diventavano rare e costose. Ancora una volta la soluzione era andare avanti.
Fu così che alcuni di quegli otto figli ripresero il vecchio destino della famiglia. Lasciarono São Valentim e aprirono una terza fase di quella lunga epopea iniziata molto tempo prima in un piccolo villaggio del Veneto. Si diressero verso l’Ovest del Paraná e, più tardi, verso le lontane terre del Mato Grosso, portando con sé lo stesso spirito pionieristico che aveva attraversato l’Atlantico nella generazione dei loro nonni e conquistato le foreste del nord gaúcho nella generazione dei loro genitori.
Forse questa è la vera eredità dei Tessaro. Più di un cognome o di un pezzo di terra, trasmisero di generazione in generazione la straordinaria capacità di andare sempre avanti. Per loro, la vita non fu mai misurata dal luogo in cui erano nati, ma dal coraggio di ricominciare quando la necessità lo richiedeva. E così, di migrazione in migrazione, contribuirono a scrivere una pagina silenziosa e grandiosa dell’occupazione del Sud e del Centro-Ovest del Brasile.

Nota dell’Autore

La storia narrata in questa cronaca riunisce avvenimenti che segnarono la vita di migliaia di famiglie discendenti da immigrati italiani nel sud del Brasile. I nomi dei personaggi sono fittizi, ma il percorso che compiono è assolutamente reale e si ripeté innumerevoli volte tra i pionieri che per primi trasformarono le foreste della Serra Gaúcha in piccole proprietà rurali e che, una generazione dopo, videro partire nuovamente i propri figli.
Si tende a immaginare che l’immigrazione sia terminata quando le navi smisero di attraversare l’Atlantico. In realtà, per molti veneti, emigrare divenne una condizione permanente dell’esistenza. Dopo aver abbandonato la terra natale, ricostruirono la propria vita in Brasile attraverso un lavoro quasi sovrumano, abbattendo foreste, aprendo strade, costruendo case, chiese e intere comunità. Tuttavia, bastarono pochi anni perché emergesse una nuova sfida: i figli crebbero, si sposarono e formarono le proprie famiglie, mentre le antiche colonie non disponevano più di terre disponibili.
Le proprietà conquistate con decenni di sacrifici erano piccole e, divise tra numerosi eredi, non erano più sufficienti a garantire il sostentamento di tutti. Le terre libere erano praticamente scomparse e quelle rimaste raggiungevano prezzi impossibili per gli agricoltori che dipendevano esclusivamente dal lavoro della propria famiglia. Restare significava, spesso, condannarsi alla povertà. Partire di nuovo diventava l’unica alternativa.
Fu così che migliaia di discendenti dei primi immigrati ripeterono il cammino dei loro genitori. Non attraversarono un oceano, ma affrontarono lunghi viaggi in carrozza, aprirono sentieri nelle nuove foreste, si stabilirono in regioni lontane e ricominciarono la vita esattamente come aveva fatto la generazione precedente. Questa seconda migrazione contribuì a occupare vaste aree del nord del Rio Grande do Sul, dell’ovest di Santa Catarina e, più tardi, del Paraná, perpetuando un movimento di espansione che plasmò gran parte della colonizzazione del Sud del Brasile.
Questa successione di partenze rivela una caratteristica profondamente radicata nella cultura di quei coloni provenienti dal Veneto: la straordinaria capacità di ricominciare. Essi impararono che la sopravvivenza richiedeva il coraggio di abbandonare ciò che era conosciuto, la fiducia nell’affrontare l’ignoto e la disponibilità a ricostruire, tutte le volte che fosse necessario, ciò che la vita insisteva nel mettere alla prova. Forse questo è il più grande lascito lasciato da queste famiglie: la certezza che la speranza non è un luogo al quale si arriva, ma una strada che si percorre ogni volta che il futuro richiede un nuovo inizio.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



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