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sexta-feira, 11 de setembro de 2026

Più di 150 anni di nostalgia e resistenza: la memoria degli emigranti italiani


Più di Centocinquant’anni di Nostalgia e Resistenza

«Alcune partenze terminano al porto. Altre continuano ad attraversare le generazioni, trasformando la nostalgia in memoria e resistenza.»

Ci sono nostalgie che appartengono agli individui e scompaiono con loro. Altre, invece, attraversano il tempo, sopravvivono ai funerali, resistono all’oblio e continuano a respirare all’interno delle famiglie come una sorta di eredità invisibile. Sono nostalgie che non stanno nei ritratti, né nei documenti, né nei vecchi bauli custoditi nei sottotetti. Abitano nelle parole ripetute dai nonni, nei gesti ereditati senza rendersene conto, nel sapore di un pane preparato allo stesso modo per generazioni, nella devozione silenziosa davanti a un’immagine antica, nel cognome pronunciato con un leggero orgoglio e una tenerezza inspiegabile.

Sono passati più di centocinquant’anni da quando migliaia di uomini, donne e bambini lasciarono i paesi italiani per attraversare l’oceano verso una terra che conoscevano soltanto attraverso promesse. Partirono portando con sé pochi indumenti, alcuni attrezzi, immagini di santi, lettere ingiallite e una speranza più grande della paura. Lasciarono dietro di sé vigneti, montagne, campanili, cimiteri di famiglia, vicini, dialetti, costumi e paesaggi che avevano plasmato la memoria di innumerevoli generazioni.

Partirono credendo che la distanza fosse soltanto una circostanza geografica. Non immaginavano che la vera traversata non sarebbe stata compiuta sulle acque dell’Atlantico, ma dentro l’anima.

Perché l’emigrante non abbandona soltanto un territorio. Abbandona il paesaggio in cui ha imparato a riconoscere il mondo. Abbandona la campana che scandiva le ore dell’infanzia, l’odore della terra dopo la pioggia, l’ombra del fico davanti alla casa, la voce della madre che chiamava al tramonto. E porta con sé la dolorosa scoperta che esistono luoghi dai quali non si parte mai del tutto.

Penso spesso a quegli uomini dai volti induriti dal lavoro, seduti sui ponti delle navi, a guardare sparire all’orizzonte la linea tenue della terra natale. Forse non piangevano. C’era una dignità antica in quella generazione abituata a sopportare il dolore in silenzio. Ma certamente sentivano il peso di quel congedo che non aveva data di ritorno.

E la nostalgia cominciò lì.

Cominciò nel dondolio del mare, nella lingua che smetteva di essere compresa, nel cibo diverso, nelle notti trascorse in alloggi improvvisati, nello straniamento davanti alle foreste immense e al calore sconosciuto. Cominciò nella percezione lenta e dolorosa che il mondo che avevano lasciato avrebbe continuato a esistere senza di loro.

Tuttavia, insieme alla nostalgia nacque qualcosa di altrettanto potente: la resistenza.

Resistettero piantando viti dove prima c’era soltanto selva fitta. Resistettero costruendo cappelle di legno in luoghi dove non esistevano strade. Resistettero insegnando ai figli parole apprese dai nonni, preservando canti, ricette, devozioni, storie e piccole tradizioni che, prese isolatamente, potevano sembrare insignificanti, ma che, riunite, costituirono una vera e propria architettura della memoria.

La resistenza degli emigranti non fu mai fatta di discorsi grandiosi. Fu costruita in gesti quotidiani. Nella cura di mantenere vivo un cognome. Nell’insistenza a preparare la stessa polenta degli antenati. Nell’abitudine di raccontare storie durante le notti fredde. Nel bisogno quasi sacro di ricordare chi erano stati coloro che avevano attraversato il mare.

Perché ricordare divenne una forma di permanere.

Forse è questa la più straordinaria vittoria di chi partì: comprendere che il tempo può trasformare i paesaggi, abbattere le case, cancellare i confini e far tacere le voci, ma trova enorme difficoltà a distruggere ciò che è stato deposto all’interno della memoria affettiva di una famiglia.

Passati più di centocinquant’anni, esistono ancora discendenti che cercano il nome del paese da cui partì un bisnonno sconosciuto. C’è ancora chi percorre i cimiteri italiani alla ricerca di un cognome scolpito nella pietra. C’è ancora chi sente gli occhi riempirsi di lacrime nell’udire un vecchio dialetto pronunciato da qualcuno molto anziano, come se quella lingua portasse con sé la presenza di persone che non ci sono più.

È una nostalgia curiosa, perché appartiene anche a coloro che non hanno mai vissuto la partenza.

Molti discendenti sentono la mancanza di luoghi in cui non sono mai stati. Provano una sorta di nostalgia ereditata, un’emozione trasmessa non dal sangue, ma dalla narrazione familiare, dalle storie ripetute a tavola, dalle fotografie antiche osservate infinite volte, dalle assenze che si sono trasformate in identità.

Forse è questo che spiega il fascino che tante famiglie conservano per la terra degli antenati. Non si tratta soltanto di conoscere una regione lontana. Si tratta di cercare risposte a domande silenziose: chi siamo stati, da dove veniamo, perché continuiamo a portare con noi certi ricordi come se fossero nostri, anche quando nacquero molto prima del nostro tempo.

Più di centocinquant’anni sono passati.

E tuttavia la traversata non è ancora terminata.

Continua a avvenire ogni volta che un nipote ascolta la storia del bisnonno emigrante. Ogni volta che una ricetta viene trasmessa tra le generazioni. Ogni volta che un cognome antico viene preservato. Ogni volta che qualcuno pronuncia con affetto il nome di un paese italiano che ha già cambiato volto, ma rimane intatto nella memoria collettiva.

Ci sono perdite che il tempo non riesce a riparare.

Ma ci sono anche fedeltà che il tempo non riesce a sconfiggere.

E forse la storia dell’immigrazione italiana è, soprattutto, questo: la prova che la nostalgia può durare secoli senza trasformarsi in amarezza; che la distanza non è capace di rompere tutti i legami; e che alcune radici, anche strappate dalla terra in cui nacquero, imparano a fiorire di nuovo in altri continenti, sostenute dalla memoria, nutrite dall’affetto e rafforzate dalla straordinaria resistenza umana di continuare ad appartenere a due mondi allo stesso tempo.

Nota dell’autore

Ho scritto questo testo spinto da una percezione che, con il passare degli anni, è divenuta sempre più intensa: quella secondo cui l’immigrazione italiana non terminò quando le navi attraccarono nei porti brasiliani. Continua ad avvenire, silenziosamente, all’interno delle famiglie, nella memoria dei discendenti, nei cognomi preservati, nelle abitudini trasmesse di generazione in generazione e, soprattutto, nella nostalgia ereditata da coloro che non hanno mai dovuto partire.

Più di centocinquant’anni ci separano dalle grandi correnti migratorie italiane del XIX secolo. Eppure qualcosa rimane vivo. C’è una sorta di sentimento collettivo che attraversa il tempo e resiste alla scomparsa. È possibile percepirlo nell’interesse crescente per le storie familiari, nella ricerca dei paesi d’origine, nel desiderio di comprendere chi furono quegli uomini e quelle donne che lasciarono dietro di sé tutto ciò che conoscevano per costruire un’esistenza in una terra sconosciuta.

Ho scelto di scrivere su questo tema perché credo che l’immigrazione non fu soltanto uno spostamento geografico. Fu, prima di tutto, un’esperienza profondamente umana, fatta di perdite, congedi, coraggio, adattamento e permanenza. Fu un avvenimento capace di plasmare identità, trasformare paesaggi e creare legami affettivi che sono sopravvissuti al tempo, alle distanze e ai mutamenti del mondo.

Questa cronaca non pretende di ricostruire avvenimenti storici in modo documentale. Il suo proposito è un altro: cercare ciò che i registri ufficiali raramente riescono a conservare. Le emozioni silenziose di chi partì. Il vuoto lasciato da un congedo senza garanzia di ritorno. La resistenza quotidiana di intere famiglie che trovarono nella memoria un modo di rimanere legate alla terra abbandonata.

Scriverla è stata anche un tentativo di comprendere perché tanti discendenti sentano nostalgia per luoghi in cui non hanno mai vissuto, perché certe parole ancora destano emozione, perché certe ricette, devozioni, fotografie antiche e storie ripetute continuino a esercitare un potere così grande su coloro che sono nati molte generazioni dopo la traversata.

Forse perché alcune esperienze umane sono più grandi del tempo storico. Forse perché esistono nostalgie che non appartengono soltanto a chi partì, ma anche a chi ha ricevuto in eredità la missione di ricordare.

Se questo testo troverà eco nel cuore di qualche discendente di immigrati, se risveglierà un ricordo dimenticato, se farà qualcuno chiedere di nuovo da dove vennero i propri antenati, allora avrà già compiuto il suo fine più profondo: ricordare che la memoria non è soltanto un modo di guardare indietro, ma anche un modo di comprendere chi siamo, perché rimaniamo legati alle nostre origini e come la resistenza di coloro che attraversarono oceani continui ad abitare, discretamente, la vita di coloro che vennero dopo.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quinta-feira, 20 de agosto de 2026

La valigia di cartone: simbolo dell’emigrazione italiana

La umile valigia di cartone è diventata uno dei più grandi simboli dell’emigrazione italiana, portando con sé sogni, nostalgie e il desiderio di ricominciare.


La valigia di cartone: simbolo dell’emigrazione italiana

«A volte, una vecchia valigia di cartone legata con una corda trasportava più di semplici vestiti. Portava un’intera famiglia, un paese, una lingua, una nostalgia e la speranza di costruire un nuovo futuro senza dimenticare le proprie radici.»

Per molti anni ho pensato che la povertà avesse un suono. Poi ho scoperto che aveva un odore. Era l’odore del cartone umido delle valigie legate con la corda, mescolato al profumo del pane appena uscito dal forno che le madri insistevano a nascondere tra i vestiti dei figli. Forse per questo, ogni volta che vedo una vecchia valigia abbandonata in una soffitta o in una vetrina di museo, non scòrgo un oggetto. Vedo un’intera famiglia che respira al suo interno.

Quella valigia non era mai stata fatta per durare. Il cartone si ammorbidiva sotto la pioggia, gli angoli si strappavano, la maniglia feriva le mani. Bastava un solo viaggio perché invecchiasse di vent’anni. Eppure reggeva un peso che nessuna valigia di cuoio avrebbe potuto portare: la speranza.

Dentro c’era poco. Due camicie. Un cappotto. Un paio di scarpe lucidiate la sera prima della partenza. La fotografia della famiglia davanti alla chiesa del paese, dove tutti cercavano di apparire felici per ingannare il fotografo e forse se stessi. Un rosario consumato dalle dita della nonna. E un pezzo di pane avvolto nella carta della panetteria, che continuava a profumare della cucina di casa anche quando il treno già attraversava le montagne.

Nessuno partiva perché desiderava conoscere il mondo. Il mondo era troppo grande per chi non era mai uscito dal proprio villaggio. Si partiva perché la terra non nutriva più i figli, perché l’inverno sembrava più lungo dei raccolti e perché la fame ha una strana capacità di convincere anche gli uomini più attaccati alle proprie radici.

Le stazioni ferroviarie d’Italia impararono presto il linguaggio degli addii. C’era sempre una madre che tratteneva il pianto fino all’ultimo istante. Un padre che faceva finta di cercare qualcosa in tasca solo per nascondere gli occhi umidi. Fratelli piccoli che non capivano perché quell’abbraccio durasse tanto. Poi il fischio del treno compiva il lavoro che nessuno aveva il coraggio di fare. Separava i corpi prima che il cuore potesse accettare la distanza.

I binari portavano migliaia di persone verso il nord d’Italia. Altri proseguivano fino in Germania, in Svizzera, in Belgio. La destinazione cambiava. La storia rimaneva la stessa.

Il freddo sembrava più intenso perché era vissuto da soli. Le parole straniere cadevano sulle orecchie come pietre senza significato. Nelle fabbriche le macchine parlavano più forte degli uomini. Nei cantieri il cemento induriva prima che la schiena riuscisse a riposare. Le mani imparavano in fretta il linguaggio degli attrezzi. Il cuore, quello impiegava molto di più a imparare la lingua della nostalgia.

Alla fine di ogni mese si ripeteva un rituale silenzioso. La busta della paga veniva aperta con un rispetto quasi religioso. Poche banconote restavano in tasca. Quasi tutte tornavano a casa. Era quel denaro che comprava medicine per la madre, quaderni per i fratelli, semi per il piccolo podere o qualche tegola nuova per impedire alla pioggia di entrare in cucina. C’erano uomini che costruivano edifici in paesi ricchi mentre sognavano soltanto di riparare il tetto della propria casa.

La domenica arrivava portando un riposo che non era mai completo. In una stanza in affitto, illuminata da una lampadina gialla, l’emigrante avvicinava la sedia al tavolo. La fotografia della famiglia stava davanti a lui come una visita silenziosa. Allora cominciava a scrivere.

Le lettere mentivano sempre un poco.

Dicevano che andava tutto bene. Che il lavoro era buono. Che il cibo era abbondante. Che l’inverno non dava fastidio. Nessuna di esse raccontava delle mani screpolate dal cemento, della solitudine delle notti lunghe o delle lacrime asciugate discretamente prima che cadessero sulla carta. Le madri, però, leggevano molto oltre le parole. Scoprivano la verità nell’inclinazione delle lettere, negli spazi più ampi tra una frase e l’altra, nella fretta o nella lentezza della calligrafia. Ci sono donne che imparano a sentire anche il silenzio dell’inchiostro.

La valigia restava sotto il letto per tutto l’anno. Non veniva mai del tutto disfatta. Chi vive lontano da casa impara ad abitare in modo provvisorio. Non compra molti mobili. Non mette radici profonde. Vive come chi aspetta un treno che forse tarderà anni, ma che certamente arriverà.

Poi arrivava agosto.

Le stesse stazioni si riempivano di nuovo delle vecchie valigie di cartone. Erano più consumate, più ammaccate, alcune rattoppate con un’altra corda. Ma ora portavano piccoli regali comprati dopo molti mesi di risparmi: un orologio per il padre, un bel tessuto per la madre da cui cucire un vestito, cioccolatini per i bambini, una radio che avrebbe riunito tutto il vicinato nelle sere di domenica.

Nulla, però, aveva più valore dell’uomo che tornava.

La madre preparava fin dal mattino tutto ciò di cui il figlio era ghiotto. Il sugo bolliva lentamente. Il pane usciva dal forno. Il vino attendeva sul tavolo. L’intera casa sembrava cucinare nostalgia.

Quando finalmente appariva al cancello, nessuno faceva discorsi. Le parole sono sempre piccole davanti alle grandi emozioni. Bastava l’abbraccio. Un abbraccio lungo, stretto, silenzioso, di quelli che riescono a restituire, in pochi secondi, tutti i giorni che la distanza aveva rubato.

Qualche giorno dopo arrivava un altro addio.

La valigia veniva di nuovo chiusa.

La corda veniva stretta di nuovo con un nodo saldo, come se potesse impedire alla speranza di sfuggire durante il viaggio. La madre posava la mano sul coperchio per un istante. Non per controllare se fosse ben chiusa. Lo faceva perché ogni madre crede, in segreto, che un poco del suo affetto possa viaggiare nascosto tra i vestiti del figlio.

Forse l’Italia moderna è stata costruita da ingegneri, industriali e politici. Ma sospetto che le sue vere fondamenta siano cominciate molto prima, sulle banchine delle piccole stazioni ferroviarie, dove migliaia di giovani salirono a bordo portando soltanto una valigia di cartone legata con una corda e un coraggio più grande della paura.

E ancora oggi, quando incontro una di queste vecchie valigie abbandonata in qualche angolo, ho l’impressione che continui ad aspettare il prossimo treno. Non perché ci sia ancora qualcuno che debba partire, ma perché certi oggetti non terminano mai il loro viaggio. Diventano memoria. E la memoria, come la speranza, non ha mai avuto bisogno di cuoio fine per attraversare il tempo.

Nota dell’autore

È comune immaginare l’emigrazione italiana come un’unica grande traversata dell’Atlantico. La storia, però, cominciò molto prima che le navi puntassero verso le Americhe. Per decenni milioni di italiani conobbero prima una forma diversa di esilio: l’emigrazione temporanea. Erano giovani uomini che lasciavano i loro paesi per lavorare nelle fabbriche del nord d’Italia, nelle miniere del Belgio, nei cantieri di Germania, Francia o Svizzera. Partivano in primavera, tornavano l’estate successiva o a Natale, portando un po’ di denaro per sostenere la famiglia e la speranza che quel sacrificio fosse soltanto passeggero.

Ma gli anni passavano, e la povertà restava.

Nella seconda metà del XIX secolo e nei primi decenni del XX, l’Italia rurale viveva sotto il peso di raccolti incerti, proprietà sempre più piccole divise tra molti eredi, tasse elevate, crisi agricole e una popolazione che cresceva più rapidamente di quanto la terra fosse capace di nutrire. In molte regioni, soprattutto nel Veneto, nel Friuli, nel Trentino e in parti della Lombardia e del Piemonte, lavorare dall’alba al tramonto non bastava più a garantire il pane quotidiano.

Fu allora che il viaggio provvisorio cominciò a trasformarsi in un addio definitivo.

Quando un padre si rendeva conto che non sarebbe mai riuscito a offrire un pezzo di terra ai figli, quando una madre comprendeva che il loro futuro sarebbe stato soltanto ripetere la stessa lotta delle generazioni precedenti, l’oceano smetteva di apparire un ostacolo e diventava un’opportunità. Il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, gli Stati Uniti e tante altre destinazioni sorgevano come luoghi dove c’era ancora spazio per ricominciare.

Pochi emigranti credevano di abbandonare l’Italia. In realtà immaginavano di portarla con sé.

Dentro le valigie di cartone viaggiava molto più dei vestiti. Seguivano il dialetto imparato in grembo alla madre, le ricette preparate la domenica, la fede, le feste del santo patrono, le canzoni popolari, gli attrezzi del mestiere, i semi nascosti tra gli oggetti e un modo molto particolare di intendere la famiglia, il lavoro e la vita.

Quando sbarcarono dall’altra parte dell’oceano, non trapiantarono soltanto persone.

Trapiantarono intere strade che continuavano a esistere solo nella memoria. Ricostruirono chiese simili a quelle dei loro paesi. Diedero alle nuove comunità i nomi dei santi delle antiche parrocchie. Piantarono vigne dove prima c’era soltanto bosco, eressero case di pietra che ricordavano le montagne da cui erano partiti e conservarono, per generazioni, una lingua che la stessa Italia, con il passare del tempo, avrebbe cominciato a dimenticare.

La nostalgia divenne una forma di architettura.

Ogni cappella costruita, ogni tavola che riuniva la famiglia la domenica, ogni vendemmia, ogni forno del pane e ogni campana che riecheggiava su una nuova colonia erano modi silenziosi di dire che la terra natale continuava a vivere, anche se separata da un intero oceano.

Questa cronaca è un omaggio a quegli uomini e a quelle donne che compresero una delle verità più dolorose della condizione umana: a volte è necessario lasciare la propria terra per garantire che le proprie radici sopravvivano.

E forse è questo il più grande paradosso dell’immigrazione italiana.

Partirono per non tornare più, ma fu proprio partendo che riuscirono a impedire che la loro identità scomparisse. Non abbandonarono i loro paesi. Li portarono con sé. E, dove trovarono un pezzo di terra fertile e la libertà di ricominciare, fecero nascere una nuova Italia, piantata dall’altra parte dell’oceano, irrigata dalla memoria, dal lavoro e dalla speranza.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quarta-feira, 19 de agosto de 2026

Il Primo Giorno nella Foresta del Rio Grande do Sul – L’Incontro degli Immigrati Italiani con la Foresta Brasiliana


 

Il Primo Giorno nella Foresta del Rio Grande do Sul – L’Incontro degli Immigrati Italiani con la Foresta Brasiliana

«Prima di costruire case, gli immigrati dovettero costruire coraggio; fu esso la prima dimora eretta nella foresta del Rio Grande do Sul.»

Ci sono giorni che non finiscono quando il sole scompare. Restano vivi attraverso le generazioni, nascosti nella memoria delle famiglie come un seme che non ha mai smesso di germogliare. Il primo giorno degli immigrati italiani nella foresta del Rio Grande do Sul fu uno di quei giorni.

Fino ad allora la foresta esisteva soltanto come parola. Se ne parlava ancora negli alloggi, nei porti, nelle lunghe file dell’Ostello degli Immigrati, nei carri che avanzavano lentamente lungo i sentieri aperti a colpi d’ascia. Dicevano che era vasta, oscura e senza fine. Ma nessuna descrizione era capace di preparare un uomo abituato ai campi coltivati del Veneto all’immensità verde che finalmente incontrò.

Quella mattina la foresta sembrava non avere né inizio né orizzonte. Gli alberi si ergevano come colonne di una cattedrale costruita molto prima di qualsiasi chiesa. I loro tronchi sparivano nelle altezze, mentre i liani scendevano come corde lanciate da un tempo sconosciuto. La luce giungeva al suolo filtrata da migliaia di foglie, creando un silenzio luminoso che intimoriva più della stessa oscurità.

Chi veniva dall’Italia conosceva boschi, castagni, vigneti e piccole selve comunali. Conosceva il suono delle campane, il vento che attraversava i campi di grano, il canto delle rondini sui tetti di pietra. Nella foresta sudamericana, però, tutto sembrava appartenere a un altro mondo.

I suoni non offrivano conforto. Erano avvertimenti.

All’improvviso un grido attraversava le chiome. Poco dopo ne sorgeva un altro, ancora più strano. C’era il battere secco di ali invisibili, lo scricchiolio di rami senza che nessuno potesse scorgere l’animale che li spezzava, il ronzio interminabile degli insetti e il mormorio incessante dell’acqua nascosta tra pietre e felci. Man mano che il pomeriggio avanzava, ogni rumore sembrava acquisire una vita propria.

I bambini, che durante il viaggio avevano trasformato quasi tutto in gioco, scoprirono lì una paura nuova. Si aggrappavano alle gonne delle madri, osservando ogni movimento delle foglie come se da esse potesse spuntare qualsiasi creatura immaginata nelle antiche storie raccontate dai nonni. Gli adulti facevano lo stesso sforzo per nascondere il proprio timore. Dopotutto, quando il padre manifesta paura, l’intera casa impara a tremare.

La foresta brasiliana non era ostile perché desiderasse scacciarli. Era semplicemente indifferente alla presenza umana. Esisteva molto prima di loro e avrebbe continuato a esistere qualora avessero desistito dal rimanere.

Fu allora che cominciarono a fare ciò che ha sempre sostenuto gli immigrati: lavorare.

Le asce aprirono i primi colpi nel legno. Ogni albero abbattuto richiedeva ore di sforzo collettivo. L’odore fresco della linfa si mescolava al profumo umido della terra smossa. Le mani ancora segnate dal lungo viaggio imparavano rapidamente un altro tipo di fatica, più pesante, ma più degna, perché cominciava a costruire qualche speranza.

Prima della casa, bisognava superare la prima notte.

Alcune famiglie trovarono rifugio all’interno di alberi giganteschi, cavi dal tempo, dove improvvisarono un tetto provvisorio contro il freddo e la pioggia. Quelle cavità, aperte naturalmente nel corso di decenni, si trasformarono per alcuni giorni in stanze, cucine e dormitori. Non erano abitazioni. Erano promesse di sopravvivenza.

Altri eressero piccoli ranchos di legno e fango. Piantaavano pali nel suolo, intrecciavano rami sottili, riempivano gli spazi con fango tratto dalle rive dei ruscelli e coprivano tutto con foglie di palma accuratamente sovrapposte per impedire all’acqua di trovare passaggio. Il pavimento rimaneva la terra battuta stessa, indurita dai passi dell’intera famiglia. Quando pioveva per diversi giorni, il fango tornava a essere fango e l’umidità sembrava penetrare nelle ossa.

Lì dormivano padri, madri, nonni e bambini, quasi sempre condividendo lo stesso spazio con attrezzi, semi, pochi mobili improvvisati e i rari oggetti portati dall’Italia. Un baule, un’immagine di santo, un rosario, una fotografia ingiallita o una piccola Bibbia rappresentavano molto più di ricordi. Erano gli ultimi testimoni di un mondo che l’oceano aveva lasciato dietro di sé.

Di notte la foresta cambiava completamente voce.

Ciò che di giorno era soltanto esuberanza diventava mistero. I bugios facevano risuonare i loro richiami gravi tra le valli. Le civette solcavano l’oscurità con canti sconosciuti. Qualche armadillo rivoltava foglie secche. Un porcospino camminava lentamente su rami alti. Le lucciole apparivano tra gli arbusti come piccole lanterne sospese dal cielo stesso. E, molto lontano, forse un giaguaro ricordava a tutti che quella terra aveva ancora antichi padroni.

Pochi riuscivano a dormire profondamente nelle prime settimane. Il minimo scricchiolio faceva immaginare pericoli invisibili. Bastava un ramo caduto perché qualcuno si svegliasse convinto che qualche animale girasse intorno al barraco. I bambini cercavano le mani dei genitori prima ancora di aprire gli occhi.

Ma esiste una strana qualità nel coraggio umano.

Esso quasi mai nasce dall’assenza della paura. Nasce di solito dall’impossibilità di tornare indietro.

La mattina seguente le asce tornavano a lavorare.

Ogni tronco abbattuto allargava un poco la radura. Ogni pietra rimossa permetteva di preparare un piccolo pezzo di terra per il mais, il fagiolo o la vite che un giorno forse avrebbe ricordato i vigneti abbandonati in Europa. Ogni palo conficcato avvicinava la futura casa di legno.

Quella casa tardava.

A volte ci volevano due, tre o più anni perché fosse pronta. Nel frattempo il barraco rimaneva la casa. I bambini crescevano al suo interno. Imparavano a camminare sul suolo di terra, a riconoscere il canto degli uccelli, a distinguere l’odore della pioggia in arrivo e a percepire che la foresta, a poco a poco, cessava di essere nemica per trasformarsi in vicina.

Anche la paura invecchia.

Ciò che il primo giorno sembrava spaventoso diventava parte della routine. Il canto del quero-quero annunciava visitatori. Il volo delle gazze rivelava cambiamenti del tempo. Il bugio smetteva di essere mostro per diventare soltanto un altro abitante della foresta. Persino il silenzio acquisiva un altro significato. Non era più minaccia. Era compagnia.

Quando finalmente la piccola casa di legno era pronta, costruita con tavole segate dagli stessi coloni, tetto solido e un camino semplice da cui usciva il fumo della stufa, essa rappresentava molto più di un rifugio. Era la prova che la foresta aveva accettato quegli uomini e quelle donne come parte del suo paesaggio.

Forse è per questo che tanti discendenti avvertono ancora un rispetto quasi sacro per gli alberi antichi. Essi furono testimoni silenziosi dell’istante in cui i loro antenati smisero definitivamente di essere viaggiatori per diventare abitanti di una terra sconosciuta.

Ogni famiglia conserva una data di nascita.

Le famiglie dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul conservano anche quel primo giorno nella foresta.

Fu lì, tra il profumo del legno appena tagliato, il fango sulle mani, la paura nascosta negli occhi dei bambini e la speranza che insisteva a rimanere, che cominciò una delle più belle storie di lavoro, perseveranza e appartenenza mai scritte su questa terra.

Nota dell’Autore

La storia dell’immigrazione italiana viene di solito raccontata a partire dai raccolti abbondanti, dalle cappelle erette dalle comunità, dalle case di legno che ancora resistono al tempo e dalle famiglie che prosperarono grazie al lavoro instancabile dei loro antenati. Raramente, però, volgiamo lo sguardo all’istante più decisivo di tutto questo percorso: il primo incontro tra quegli uomini e quelle donne e la foresta brasiliana.

Fu in quel giorno, prima ancora della prima coltivazione, della prima vite o del primo raccolto, che si combatté la vera battaglia dell’immigrazione. Non contro un nemico umano, ma contro l’ignoto. La selva fitta, i suoni mai uditi, gli animali invisibili, la solitudine e la consapevolezza che non esisteva più una via di ritorno richiesero un coraggio che i documenti ufficiali quasi mai registrarono.

Nel corso delle generazioni la memoria ha conservato le case, i cognomi e le fotografie. La paura silenziosa di quel primo giorno, tuttavia, andò scomparendo man mano che la foresta cedeva il posto ai campi coltivati e alle città. Forse perché la sofferenza raramente è l’eredità che i genitori desiderano lasciare ai figli.

Questa cronaca è nata dal desiderio di restituire visibilità a questo capitolo quasi dimenticato della colonizzazione del Rio Grande do Sul. Comprendere ciò che quegli immigrati provarono di fronte all’immensità della foresta significa comprendere, nella sua dimensione più umana, l’extraordinario lascito che costruirono. Ogni comunità fondata, ogni chiesa, ogni scuola, ogni vigneto e ogni piccola proprietà rurale cominciarono, prima di tutto, con una notte passata sotto un rifugio precario e con la decisione di rimanere dove tutto ispirava incertezza.

Recuperare questa memoria non significa soltanto rendere omaggio ai pionieri. Significa riconoscere che l’identità di migliaia di famiglie brasiliane fu plasmata molto prima delle vittorie, quando esistevano ancora soltanto la paura, il lavoro e una speranza sufficientemente forte da trasformare una foresta in casa. È in quel primo giorno, tante volte dimenticato dalla Storia, che forse risiede la più vera grandezza dell’immigrazione italiana.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta