terça-feira, 3 de novembro de 2026

Lingua, Cultura, Immigrazione Italiana nel Rio Grande do Sul

 


LINGUA, CULTURA, IMIGRAZIONE ITALIANA NEL RIO GRANDE DO SUL

H. CONFORTIN – L. CARLOS PIAZZETTA

1. Colonizzazione italiana nel Rio Grande do Sul

Il Rio Grande do Sul fu una terra disputata dalle corone di Spagna e Portogallo, e l’espansione del suo popolamento e colonizzazione risalgono all’inizio del XVIII secolo. Dopo quasi un secolo e dopo essere vissuto in continuo stato di allerta di fronte alle lotte cruente dovute alle frontiere aperte, lo Stato fu delimitato, e si iniziò la sua colonizzazione in forma sistematica.

A questo fattore politico si deve aggiungere l’isolamento dello Stato in rapporto al Brasile, a causa della difficoltà di comunicazione con il resto del paese e la maggiore identità con i paesi del Rio de la Plata.

Per questi motivi geopolitici si mise in atto un’esperienza di colonizzazione fondata sulla piccola proprietà: verso la fine del secolo cominciarono ad arrivare le prime coppie, in un movimento d’immigrazione sistematico e intenso, che vide inizialmente l’arrivo di migliaia di azzorriani per occupare le terre disputate tra il governo e la Spagna.

Ad essi si aggiunsero contingenti di altre etnie, specialmente tedeschi (1824) e italiani (1875). Agli immigrati furono destinate le aree montagnose coperte di boscaglie situate nella parte superiore delle catene montagnose, non occupate da gente di origine lusitana, aree nelle quali il portoghese non è stato mai lingua primaria. Queste etnie diedero origine alla così detta «Regione Coloniale del Rio Grande do Sul».

Nel 1875 lo Stato ricevette dall’Impero due colonie, Dona Isabel e Conde D’Eu (dette in seguito Bento Gonçalves e Garibaldi) destinate a dare continuità al movimento colonizzatore dei tedeschi. Ma poiché sembrava che questi preferissero gli Stati Uniti e l’Argentina, nel 1877 il Governo Generale unì la Colônia Fundos de Nova Palmira (poi ribattezzata con il nome Colônia Caxias) e la Colônia Silveira Martins, e le destinò alla colonizzazione italiana.

Il primo gruppo di immigranti italiani nel Rio Grande do Sul, arrivato nel 1875, si stabilì nella Colônia Fundos de Nova Palmira, nel luogo dell’attuale Nuova Milano, e nello stesso anno altri immigranti si stabilirono nelle Colônias Conde D’Eu e Dona Isabel, e nel 1877 nella Colônia Silveira Martins, nelle terre delle boscaglie vicine a Santa Maria. Secondo De Boni-Costa queste quattro colonie furono il nucleo basico dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul¹.

Quando si vuole analizzare la realtà linguistico dialettologica nella colonizzazione italiana del Rio Grande do Sul si possono trattare due aspetti: a) la ricerca statistica degli immigranti secondo la loro origine regionale e provinciale italiana; b) la ricerca sistematica delle forme dialettali ancora vigenti nella regione².

In quanto al primo aspetto, i dati mostrano che le leve di immigranti provenivano, quasi nella totalità, dal Nord d’Italia (Veneto, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Liguria), la zona più colpita dalla crisi economica al momento dell’unificazione, e si componeva di bellunesi, vicentini, padovani, trevisani e veronesi, tutti chiamati veneti; di tirolesi, cioè trentini ed alto atesini; lombardi, cioè bergamaschi, cremonesi e milanesi.

Questa provenienza è comprovata soprattutto dai nomi dati alle località che fondarono: Nova Trento, Nova Venezia, Nova Padua, Nova Milano. La percentuale degli immigrati per zona di provenienza è la seguente:

  • Veneti 54%

  • Lombardi 33%

  • Trentini 7%

  • Friulani 4.5%

  • Altri 1.5%

Per il presente lavoro interessa soprattutto il numero degli immigranti veneti e lombardi, 87% del totale, del quale analizzeremo aspetti dialettologici e psicolinguistici; a maggior ragione per il fatto che i dialetti trentino e friulano furono assimilati in seguito dal veneto-lombardo.

¹ L. DE BONI – R. COSTA, Os italianos do Rio Grande do Sul, Porto Alegre, Escola Superior de Teologia São Lourenço de Brindes, 1984, p. 74.

² V. FROSI – C. MIORANZA, Comunicação Linguística na Região de Colonização Italiana, «Imigração Italiana: Estudos», Porto Alegre, EST (Caxias do Sul, UCS), 1979, pp. 97-104.

Continuação — páginas impressas 51 e 52

Gli immigranti italiani, venuti a sostituire la manodopera schiava, si diffusero rapidamente: in pochi anni i territori che furono loro destinati per la colonizzazione erano già interamente occupati, obbligando i nuovi arrivati ed i discendenti dei primi a cercare nuove terre lontano dalle prime colonie. L’espansione si effettuò, all’inizio, nelle periferie delle antiche colonie e, in seguito, in direzioni diverse.

Così, la fondazione delle colonie di Alfredo Chaves, Nova Prata, Nova Bassano, Antônio Prado, Guaporé segna la prima tappa della conquista, tracciando una grande linea di espansione che ingloba tutta la regione forestale situata fra i campi di Soledade, i campi di Vacaria fino al Vale do Rio Uruguay.

Da Guaporé ad Alfredo Chaves, l’espansione proseguì verso le regioni forestali dei comuni di Passo Fundo (Casca, Marau, Tapejara, Getúlio Vargas, Erechim, Severiano de Almeida) e di Lagoa Vermelha (Araçà, Chimarão, Cacique Doble, Sandanduva).

La grande linea della colonizzazione italiana si diresse verso il Nord Ovest: dopo aver occupato le aree forestali del valle del Rio Uruguay, si estesero verso l’Ovest Catarinense (Chapecó, Crevelândia) e verso il Sud Ovest Paranaense. Tutta la regione fu popolata da discendenti dei primi immigranti tedeschi, polacchi, italiani ed altri, nonostante la presenza dell’elemento italiano sia stata predominante nella maggioranza di queste zone coloniali.

I professori Frosi e Mioranza tracciano uno schema cronologico distributivo della presenza italiana nel Rio Grande do Sul, stabilendo le seguenti cinque fasi³:

  1. immigrazione dall’Italia verso il Nord Est del Rio Grande do Sul: Nova Milano, Caxias, Dona Isabel, Conde D’Eu (1875-1884);

  2. immigrazione dall’Italia verso il Nord Est del Rio Grande do Sul: Antonio Prado, Alfredo Chaves (1884-1894);

  3. immigrazione dall’Italia verso il Nord Est del Rio Grande do Sul, emigrazione interna verso la colonia di Guaporé, fondata nel 1892 (1892 - 1900);

  4. migrazioni interne nella regione di colonizzazione italiana in generale, ed espansionismo spontaneo (1880-1920);

  5. migrazioni interne verso l’Alto Uruguay e verso altri stati della Federazione, specialmente Santa Catarina e Paraná (dal 1910 in poi).

La maggioranza degli immigranti italiani che vennero nel Brasile erano famiglie giovani (66% degli sposati si situavano tra i 20-45 anni), con due o tre figli, e gli scapoli erano pochi (85% degli uomini adulti erano sposati), poiché le autorità brasiliane erano interessate alla colonizzazione e al conseguente popolamento, fatto che facilitò l’integrazione degli immigranti in quanto non si sentivano isolati familiarmente.

L’interesse del governo brasiliano era l’agricoltura, e per questo quasi tutti gli immigranti si dichiaravano agricoltori, sebbene in seguito desiderassero esercitare un’altra professione. Persone semplici, questi possedevano una ridotta istruzione scolastica: 1/3 degli uomini e 2/3 delle donne erano analfabeti.

I lotti che gli immigranti ricevevano si trovavano nella regione della boscaglia vergine, e variavano dai 15 ai 35 ha. Inizialmente per demarcare le terre, si dividevano le colonie in leghe, con grandezza varia che dipendeva dalla morfologia del terreno. Le leghe erano separate da «traverse» o «linee», strade in linea retta di varia estensione al margine delle quali erano delimitati i lotti, generalmente rettangolari, di 250 metri per 1 km, incontrandosi con quello dell’altra linea.

Tuttavia la grandezza del lotto variava secondo il tipo di suolo: era maggiore se i terreni erano accidentati, di difficile accesso o con peraús (parola derivata dal «tupì pe ‘rau», cammino falso, che nel brasiliano del Rio Grande do Sul indica un declivio aspro che finisce in un fiume, in un ruscello o in un precipizio); minore invece se il terreno era piano. Si teneva in conto pure l’esistenza o l’accesso a fonti d’acqua.

Gli immigranti potevano acquisire, inoltre, 1/2 lotto o 1/8 di lotto, che sembrava molta terra se si compara con l’estensione delle proprietà agricole disponibili a quei tempi in Italia. Chi disponeva di mezzi maggiori poteva comprare lotti più grandi.

Il tracciato di ogni colonia prevedeva lo spazio per la sede del futuro municipio, tramite la demarcazione delle strade tracciate in forma di scacchiera e isolati divisi in lotti urbani.

Così stabiliti, gli immigranti italiani si dedicarono da subito all’agricoltura ed alla piccola industria, mentre attualmente nell’antica regione coloniale predomina la vitivinicoltura e l’industria.

È in questo contesto di colonizzazione che analizzeremo i rapporti socio-psico-etnolinguistici dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul.

³ V. FROSI – C. MIORANZA, Imigração italiana no nordeste do Rio Grande do Sul; processos de formação e evolução de uma comunidade ítalo-brasileira, Porto Alegre, Movimento, 1975, p. 53.

La battitura o trebbiatura del frumento e dei cereali fu eseguita manualmente per molto tempo. A tale scopo veniva usato il ‘manguàl’ o ‘mangua’, composto da due bastoni, il manico e la vetta del correggiato, legati per mezzo di una correggia.

I coloni lo designavano in vari modi, alcuni secondo la forma, altri per la somiglianza con altri oggetti, altri per la derivazione da termini affini: ‘mangoà’, termine derivato dal portoghese mangual; ‘batedor’, varianti ‘batador’, ‘batidor’, ‘batidore’, dall’italiano o dal portoghese batedor; ‘bastón’, ‘bastoni’, dall’italiano o dal portoghese bastão; ‘bastón dópio’; ‘bachéta’, la bacchetta italiana; ‘sdiavel’, senza termine di riferimento; ‘vara’ dal portoghese vara, verga, bastone, diminutivo ‘vergolina’, dal portoghese virga. Furono registrate inoltre le espressioni ‘due bastoni’, ‘due màneghi’, ‘due vare’, ‘due stanghe’:

Par far el ‘manguà’ se catea un bastón più longo, se lo squarea su un poco par vegnir tondo, dopo metea na cordela te a ponta e se metea nantrò bastón ligà e con quel se batea (Grégio; trad.: Per fare il trebbiato si prendeva un bastone più lungo, lo si squadrava un po’ per farlo diventare più tondo, poi si legava una cordicella in punta e si aggiungeva un altro bastone legato assieme e con quello strumento si trebbiava).

El fomento i e fazói se li batea sora el tendón co el sdiavel: lera due bastòni, un pi longo e pi fin che l’era preso, co un tet de coro, e un pi curto e grosso (Cassol; trad.: Il frumento ed i fagioli venivano battuti sopra il tendone con lo ‘sdiavel’: era costituito da due bastoni, uno più lungo e più sottile che veniva legato con una correggia di cuoio ad uno più corto e più grosso).

Vanti vegnir e machine, se batea el formento a man, co el batedore, le virgole: el gèra due verghe ligae te la ponta. Una verga a gèra pi grossa, lora se ghe fea un capelotto insima co un buso, metea rento un teto de còrò e ela a ndea torno giusta a la verga de bater che a gera un poco pi curta e fineta. Se postea el fomento sora el tendón metendo e spighe contra, lora se batea prima in medio, dopo se lo voltea de queltra banda. Par bater se postea un de cada banda e gavea pratica: batea prima un, dopo quelaltro, caindo le verghe alternate (Piran; trad.: «Prima che s’introducessero le macchine, si trebbiava il frumento a mano, con il trebbiatore formato da verghe: erano due bastoni legati nelle punte. Un bastone era più grosso e quindi gli si metteva una cappocchia in cima, alla quale si faceva un buco, quindi si metteva una “testa di cuoio” che si poneva intorno al bastone un po’ più corto e più sottile. Si disponeva il frumento sopra il tendone e poi si batteva prima nel mezzo, dopo lo si voltava dall’altra parte. Per battere ci si metteva uno da una parte ed uno dall’altra. Si era pratici e quindi batteva prima uno e dopo quell’altro, facendo cadere i bastoni in modo alternato).

El scurioto de bater formento l’era fato co due màneghi de ligo, fato na testina insima, ligai co un toco de coro o na cordeta (Benincà; trad.: Lo scudiscio per battere il frumento era fatto con due bastoni di legno, con una estremità ricoperta e legati con un pezzo di cuoio o una cordicella).

La trebbiatura manuale dei cereali necessitava della successiva ventilazione per la pulitura dei grani. Furono descritti vari oggetti, generalmente fatti in casa, che ricevevano molte denominazioni.

La trebbiatura e la ventilazione erano fatte sopra un tendone, ‘tendòn’, pl. ‘tendoni’, ossia una tela grossolana, stesa sopra il suolo, che si caratterizzava per essere un grande pezzo di un tessuto grosso che poteva essere in brin o in cotone. Alcuni usavano il temine più generico, ‘pano’, pl. ‘pani’, dal portoghese pano; altri usavano i termini ‘lènçol’, dal portoghese, o la forma dialettale ‘nisiolo’, pl. ‘nisioi’, con le varianti ‘ninsiol’, ‘nensiolo’, ‘nissiolo’.

Quando la ventilazione manuale dipendeva dal vento, i coloni usarono vari procedimenti perché i grani rimanessero puliti: venivano gettati in alto, contro il vento, con ‘pale’, generalmente di legno, di forma e grandezza diverse, dette anche ‘pala de legno’, ‘pala de madera’, ed il diminutivo ‘paleta’, descritta come uno strumento di legno, lungo e piatto, con bordi laterali, provvisto di un manico lungo. Dal nome dello strumento deriva l’espressione ‘palar formento’, cioè pulire il frumento con la pala.

La pala era denominata pure ‘badil’, con le varianti ‘badile’, ‘badila de legno’. Da ‘badil’ deriva ‘badilada’ e la variante ‘sbadilada’:

I primi coloni ndea tea loja, comprae due, tre passe de roba e i fea i tendoni; coi i fenia bater el formento e sventolarlo, lori i sderfa sti tendoni e i fea roba de vestir - braghe, camise, vestiti - par ndar in colonia (Belvedi; trad.: I primi coloni andavano in un negozio, compravano due o tre pezze di tessuto e facevano i tendoni. Quando avevano finito di trebbiare il frumento e ventilarlo, disfavano questi tendoni e confezionavano indumenti - pantaloni, camice, vestiti - per poi usarli nella colonia).

Dopo batest, tochea limpar el formento e secarlo ben al sol, lora se lo metea fora insima i ninsioi (Guareschi; trad.: Dopo che era stato trebbiato il frumento, bisognava pulirlo e seccarlo bene al sole, quindi lo si metteva fuori all’aria sopra i tendoni).

La pala de sventolar formento l’era na tola larga un 30 centimetri; se la taiea de na banda para far el manego e de quelaltra, onde a gera pi larga, se incio-dea na toleta par banda, dopo se toela su el formento e se trea alto un 7/8 metri e lora el vento portea via a susera el formento caia zo limpio (Piran; trad.: La pala per ventilare il frumento era fatta con una tavoletta larga circa 30 centimetri; la si tagliava da una parte in forma di manico e in quell’altra, dove era più larga, si inchiodava una tavoletta per parte. Dopo si prendeva su il frumento e lo si lanciava ad un’altezza di 7/8 metri ed allora il vento portava via la loppa ed il frumento cadeva giù pulito).

Par sventolar, fea un monte de formento, se ciapea na sbailada de sti grani, se li trea par sora, el vento menea via a sussera (Tortelli; trad.: Per ventilare, si faceva un mucchio di frumento, si prendeva una badilata di grani, li si lanciava in alto ed il vento portava via la loppa).

Lo strumento che usavano alcuni coloni per la ventilazione dei grani era il ventaglio manuale che denominavano ‘sventolon’, ‘sventola’ o ‘ventarola’. Lo ‘sventolon’ era costituito da una cassa di legno di vario formato, dentro la quale c’erano quattro pale di legno che attraverso un’impugnatura erano mosse a mano. Le pale erano chiamate ‘sventole’ e quando erano azionate, provocavano un vento capace di eliminare la loppa che ere attaccata ai grani.

Dal termine ‘sventolon’ si è originata l’espressione ‘sventolar el formento’, che significa dare vento ai cereali per separarli dalla paglia. Il setaccio manuale ricevette inoltre le denominazioni ‘burat’, ‘burato’, dall’italiano buratto, staccio, crivello, e ‘bussuloto’, variante ‘bussulot’, dall’italiano bussolotto, grande bicchiere:

Quando el formento l’era pestà, se lo sventolea col sventolon, na cassa co quattro sventole, parade a man. Se ghe disea anca el bussulot (Cavali; trad.: Quando il frumento era stato trebbiato, lo si ventilava con il ventaglio, formato da una cassa dentro la quale c’erano quattro ventarole. Lo si chiamava anche ‘el bussulot’).

Par limpar el formento dopo batesto se gavea el burat, el sventolon, che gera un mestier che vea na cassetta insima, sora un sventolon. Lora se trea do el formento sporco, i grani ciae e el sventolon, parà a man, li limpea, lori vegnea fora limpi (Benincà; trad.: Per pulire il frumento dopo che era stato trebbiato, si aveva il buratto ossia la ventarola, che era un attrezzo formato da una cassetta sopra la quale c’era un ventaglio. Quindi si portava il frumento sporco, i grani cadevano ed il ventaglio, mosso a mano, li puliva ed essi risultavano puliti).

Anche nella coltivazione delle viti e delle pergole si usano vari termini. Citiamo le denominazioni degli oggetti usati nell’installazione del pergolato e nella preparazione del vino.

Nell’istallazione del pergolato, il colono inizia scegliendo il terreno e quindi delimita il quadro (‘tirar el quadro’), processo iniziato quando nei quattro angoli si conficcano le colonne principali, i moirões o moleirões, che ricevono diverse denominazioni:

  • ‘mestre’, pl. ‘mestri’, dal portoghese, maestro, principale;

  • ‘palanco’, pl. ‘palanchi’, diminutivo ‘palancheti’, dal portoghese palanque, tronco;

  • ‘cantonai’ e la variante ‘cantonera’, angolo;

  • ‘sataron’, pl. ‘sataroni’, trave, tronco;

  • ‘colona’, pl. ‘colone’, colonna;

  • ‘fronton’, pl. ‘frontoni’, dallo spagnolo frontón;

  • ‘soca’, pl. ‘soche’, ceppo;

  • ‘pal’, pl. ‘pai’, variante ‘palo’, diminutivo ‘paleto’;

  • ‘pilon’, pl. ‘piloni’, pilone;

  • ‘cocon’, pl. ‘coconi’, cocchiume, apertura della botte.

Saranno queste colonne o moirões a sostenere la spalliera del pergolato, perciò sono fatte di legno forte, resistente.

Gli informatori citano come specie principali di legno la ‘gràpia’, ‘carcerana’, ‘angico’, ‘taruman’, ‘cerno’, ‘gabriuva’, ‘loro’, tutti termini presi dal portoghese del Brasile, alcuni con adattamenti fonetici al dialetto (cabriúva, albero brasiliano delle leguminose; cerne, parte legnosa dell’albero; guajuvira, albero delle moracee; tarumã, nome di varie verbenacee del Brasile; loureiro, alloro).

I lati opposti alla spalliera, le testate, vengono denominati ‘cabessere’, da cabeça, testa, o ‘parede’, ed in esse vengono fissati i moirões, moleirões, colonne minori, designate ‘palanco’, portoghese palanque, tronco di legno o sostegno di pietra; ‘stangon’, plurale ‘stangoni’, ripa grossa, sarrafo; ‘pranxon’, plurale ‘pranxoni’ derivato dal portoghese prancha, tavola grossa e larga, aumentativo pranchão, tavolone.

Dopo che il pergolato è stato collocato, la pianta cresce, e uno dei principali trattamenti che la coltivazione esige è la potatura. Mediante questa operazione si eliminano i tralci eccessivi della pianta per permettere la sua crescita armoniosa ed ottenere una maggiore produzione. Il termine ‘poda’ è usato dalla maggioranza degli informatori, e da questo derivano le espressioni ‘podar le vigne’, ‘bruscar le vigne’, ‘sarpire’ o ‘serpire’, potare, diradare, tagliare.

La potatura, secondo le informazioni raccolte, deve essere fatta sempre nella fase della luna calante (‘luna calada’) e quando le gemme o germogli s’ingrossavano. Per realizzare questa operazione, il potatore usa diversi strumenti: la ‘forbese de bruscar’, le forbici per potare, varianti ‘forfese’, ‘fordese’, ‘forfe’, diminutivo ‘forbeseta’, ‘forbesela’, o anche ‘britola’, termine dialettale che designa un temperino con lama ricurva a serramanico che si apre su un’estremità.

È denominata anche ‘britola storta’, ‘forca’, ‘forcheta’, ‘forsina’, ‘rincia’, ‘roncia’, varianti ‘ronchina’, ‘roncolina’, ‘focoleta’, ‘cortel’, variante ‘cortelo’, o ‘caniveto’, ‘canivet’, dal portoghese canivete, temperino, ‘segot’, diminutivo ‘segeto de bruscar’, ‘podina’, dal portoghese podão, temperino potaio:

Quando che a vigna scomissia butar, là par el fin de agosto, scomissio de settembre, se fa a poda. Co a forbese de bruscar se taia via i cavi pi dovenì e bruti, assa sol el cavo pi vècio, el cordon e se liga a cadena co strope. A stropa de ligar se la taia co la britola storta che se ghe ciama rincia o fofoleta (Benincà; trad.: Quando la vigna incomincia a germogliare, verso la fine d’agosto o inizio di settembre, si fa la potatura. Con le forbici da potare si tagliano i tralci più sottili e si lascia solo il tralcio più grosso e lo si lega al filo metallico con vermene di salici o stoppia da legare. Poi si taglia con la roncola storta che viene chiamata rincia o fofoleta).

A poda se la fa in agosto. Fin che no lè ora de bruscar, a vigna la ze come un spin, co la ponta fina. Co ze ora de butar, el ocio vien gross, el vol verdese. Lora, vant che le bute, che i oci se verde, se le taia co la fôrdeze de taiar vigne e se le liga co stropo che lé pi facile de doparar (De David; trad.: La potatura si fa in agosto. Fino a che non è il momento di potare, la vigna è come un rovo con punte fini. Quando è il momento di germogliare, la gemma diventa grossa e vuole aprirsi. Allora, prima che germogli, cioè prima che le gemme si aprano, si tagliano con le forbici da potare vigne e si legano i tralci con le vermene di salici. Queste forbici si adoperano facilmente).

La ‘vendema’ o raccolta è fatta a mano ed il procedimento consiste nel togliere o strappare il grappolo dando un piccolo colpo con la mano. I grappoli, ‘graspi’, si mettono su ‘piati’, ‘bandeza’, dal portoghese bandejas, vassoi, o piccoli cesti, ‘sestele’, e in seguito vengono vuotati in ceste di vimini intrecciati, chiamate ‘cavagna’, pl. ‘cavagne’, dal portoghese cabana, capanna, diminutivo ‘cavagneta’, od anche ‘sesta’, cesta, variante ‘sesto’, cesto, diminutivo ‘sestela’, ‘sestel’.

Per caratterizzare il recipiente usato nella raccolta dell’uva, il termine va accompagnato da termini qualificativi: ‘sesta de strope’, ‘sesta de strope verde’, ‘sesta de vendema’, ‘sesta de vine’, ‘sestela da sache’.

Gran parte dei coloni si servì della forma artigianale per elaborare il vino; la ‘cantina del vin’, ‘poron’, dal brasiliano porão, scantinato, ‘poron de le bote’, ‘caneva’, ‘stiva’. Per l’elaborazione artigianale del vino usavano la ‘esmagadeira’, dal portoghese esmagar, schiacciare, frantoio o tino ove si pigiava l’uva ed il torchio.

La ‘esmagadeira’ o frantoio, descritta come un recipiente di legno di forma rettangolare o quadrata, più larga nella parte superiore, con bracci ed impugnature ai lati, fondo di assicelle spaziate per lasciar passare il mosto e per ultimo la vinaccia, ha ricevuto le più diverse denominazioni: ‘folarola’, torchio, varianti ‘foladora’ e ‘foladera’, derivati dal verbo ‘folare’, prensare, schiacciare, triturare, sinonimo ‘pestar’.

Dal nome deriva l’espressione ‘folar a ua’, pigiare l’uva; ‘mostarola’ o ‘mostadora’, derivati da ‘mosto’; ‘pestarola’, pestarola, sorta di mannaia per pestare la carne del maiale e fare salsicce; ‘cesarela’, termine senza nessun riferimento; ‘massadera’, dal portoghese amassadeira, macchina per impastare, impastatrice; ‘banduia’ o ‘vanuia’, tinozza; ‘mastela de pestar ua’, tinozza per pigiare l’uva; ‘gamela’ dal portoghese, tinozza; ‘cassa’, diminutivo ‘casela’, ‘cassetta’, ‘casseleta’; ‘sgranarola’, da ‘sgranar’, sgranare, far uscire i grani, ‘garola’.

Fonte: capítulo original do livro Veneti in Rio Grande do Sul, ADREV, 2006, páginas impressas 49–68. Transcrição consultada no PDF do Conselho Regional do Vêneto.