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sexta-feira, 4 de abril de 2025

Le Remesse Económiche: Un Fiumicelo d’Oro Incredìbile

 


Le Remesse Económiche: Un Fiumicelo d’oro Incredìbile


I tempi de l’Otto e Novecento i ze stà segnà da un fenómeno straordinàrio che tanti de lori i ga descrito come na vera piova d’oro: el ritorno de capìtai verso l’Itàlia, generà da le remesse económiche de chi che ga dovù partir in serca de un futuro mèio. No ze stà mai fàssile stimar con pressision le dimenssion de sto fenómeno, parchè i dati ufissiài i conta solo le remesse “visibili”, come i vali internassionài, consolari e bancari. Tra el 1902 e el 1905, la mèdia anual de sti trasferimenti visìbili la ze stà de pì de 160 milioni de lire de quei tempi, ma ghe ze segnài che indica come el flusso reale el fusse ben pì grande.

Tante remesse le ze stà “invisìbili”, vale a dir quei schei che i emigranti i portava con lori durante i ritorni temporanei a casa, o che i afida a parenti, amissi o banchieri privà par farli rivar al loro destino. Sti schei i ze andà principalmente ´nte le zone pì poarete e marginai del paese, come el sud, dove la misèria la zera crónica, e le region montane del nord-est, come el Véneto, el Trentino e el Friuli, che a quei tempi i sofriva de gravi crisi agrìcole. Ne tanti casi, el ritorno de na remessa significava no solo miliorar el tenore de vita de una famèia, ma anche crear na spinta par altri de partir. El sònio de un futuro mèio, sostenù dai raconti e dai schei che i arivava, lori i zera na motivassion potente par i zòvani che i sercava de escapar da la fame.

Le remesse no le gavea un impacto solo su le famèie. Sti schei i ze stà fondamentai par sostegner l’economia italiana ´ntel so insieme. I ga aumentà la disponibilità de oro del paese, rinforsando la stabilità monetària, e i ga contribuì a crear le basi par el sgrandimento industrial, soratuto ´nte le region del nord. In tanti casi, i soldi mandài dai emigranti i ze servì par comprar tereni, pagar dèbiti agrìcoli, costruir case, scuole e anca pìcoli negosi. Le remesse le ze stà el filo che ligava chi ga restà in tera natìa con chi ga dovù partir.

Tra el 1876 e el 1915, pì de 14 milioni de italiani i ze emigrà. Le destinassion prinssipai le includeva el Brasile, l’Argentina, Stati Unii, ma anca paesi come el Canadà, l’Austràlia e el Sud Àfrica i ga ricevù tanti emigranti. Sto ésodo el ze stà guidà da motivi economici e sossiai. In Itàlia, le tere coltivabìli le zera poche, i racolti i sofriva per via de le crisi agrìcole, e i lavoratori i trovava poche oportunità par guadagnar na vita dessente. Altre cause ze stà le tasse alte, el sistema feudale che ancora el ga governà in tanti posti, e i contrasti polìtici che i crea instabilità e povertà.

I viài verso le nove tere no i zera sémplissi. Le condission de vita a bordo de le navi la zera teribili. I passegièri i se trovava amassài in spasi streti, con poca ària fresca e sibo scarso. Le malatie come el còlera, el tifo e el morbilo i spassava via tanti, soratuto i pì dèboli come i vèci e i putéi. Ma chi che rivava, anca dopo un viàio pien de sacrifissi, el trovava forsa par lavorar, come ´nte le piantagioni de cafè in Brasile, ´nte le pampas argentine o ´nte le fabriche americane.

Le remesse mandà da chi che lavorava de là la zera stà fondamentài. Ghe ze famèie che i ze riussì a riscatar le tere ipotecae, e altri i ze riussi a crear na picola impresa. Ne tanti paesi del sud Itàlia e del nord montan, sti schei i ze servì par costruir strade, scuole e cese. Sti interventi i ga portà no solo milioramenti materiai, ma anca speransa e orgòio par le comunità.

L’emigrassion de massa no la ze stada solo na tragèdia, con tanti che i ga lassià case e tere care, ma anca ´na spinta par l’Itàlia de quei tempi, che sensa sti aiuti i ghe sarìa restà intrapolà ´nte la so povertà. Chi partiva no se scordava da ndove che el vignia, e i schei che i mandava indrio i ghe ze stà segno de na lota comune par soraviver e par un futuro mèio.



domingo, 2 de fevereiro de 2025

La Croce sul Cammino


 

Nelle fertili e ancora selvagge terre della Colonia Dona Isabel, nel cuore del Rio Grande do Sul, la vita degli immigrati italiani era segnata da un misto di speranza e sacrificio. Provenienti da un'Italia devastata dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, questi uomini e donne coraggiosi si aggrappavano a un'unica certezza: la fede. Per molti, era la fede a sostenerli di fronte alle avversità di una terra sconosciuta, piena di sfide che mettevano alla prova la forza delle loro convinzioni.

Fioravante, un uomo robusto dalle mani callose e dallo sguardo penetrante, era inginocchiato davanti alla piccola cappella che lui stesso aveva aiutato a costruire. La cappella, costruita con legno grezzo tratto dalle foreste circostanti, era un rifugio sacro per tutta la comunità. Era lì, tra quelle semplici pareti, che le famiglie si riunivano la domenica, condividendo non solo le loro preghiere, ma anche le loro storie di lotte e nostalgia.

Accanto a Fioravante, Maddalena, sua moglie, mormorava le sue preghiere. I suoi occhi marroni, solitamente calmi, erano ora umidi. Maddalena portava al petto un rosario di grani di legno, dono di sua madre prima di lasciare l’Italia. Quel cimelio, semplice nella forma, era per lei un simbolo di protezione, qualcosa che la collegava alla terra lontana e alle tradizioni che tanto amava.

Il parroco locale, Padre Giovanni, osservava la sua piccola congregazione. Era un uomo di statura media, capelli grigi e una voce che trasmetteva serenità. Era arrivato nella colonia poco dopo i primi immigrati e, da allora, aveva dedicato la sua vita a guidare spiritualmente quel popolo. Per lui, la fede era il fondamento della comunità. Nelle sue omelie, ripeteva che Dio aveva portato tutti in quella terra promessa e che, nonostante le difficoltà, non li avrebbe abbandonati.

Le sfide, tuttavia, erano molte. Il terreno, ancora coperto di fitte foreste, richiedeva uno sforzo titanico per essere coltivato. Le notti erano lunghe e fredde, e la solitudine diventava palpabile nella vastità di quella terra sconosciuta. Molti sentivano la mancanza dei parenti lasciati indietro e dei villaggi italiani che un tempo chiamavano casa. In quei momenti, la cappella diventava un luogo di incontro, dove lamenti e gioie venivano condivisi come un modo per alleviare i cuori.

Uno dei membri più ferventi della comunità era Antonella, una vedova che aveva perso il marito durante la traversata dell’Atlantico. Sola con due figli piccoli, Antonio di 9 anni e Fiorinda di 6, Antonella affrontava la durezza della vita con un coraggio che pochi possedevano. Molti si chiedevano perché non fosse tornata in Italia dopo la morte del marito, ma chi la conosceva sapeva che restava per amore dei figli. Era per garantire un futuro a loro che rimaneva, resistendo alle difficoltà con una forza che sembrava derivare dalla sua incrollabile devozione.

Ogni giorno, senza eccezioni, Antonella si recava alla cappella per pregare, chiedendo la forza per andare avanti. Antonio e Fiorinda la accompagnavano, imparando fin da piccoli il valore della fede e della comunità. Antonella era conosciuta per il suo spirito generoso, sempre pronta ad aiutare gli altri, specialmente coloro che, come lei, lottavano per mantenere le loro famiglie unite e al sicuro. Per lei, la religione non era solo una pratica, ma una fonte inesauribile di conforto e speranza.

Un giorno, una forte tempesta si abbatté sulla colonia. I venti ululavano e le acque scorrevano furiose lungo i pendii. Le piccole case di legno tremavano sotto la forza della natura. Quella notte, molti coloni si rifugiarono nella cappella, implorando la protezione divina. Fioravante e Maddalena erano tra loro, abbracciati, sentendo il calore delle candele e ascoltando le parole rassicuranti di Padre Giovanni.

Dopo la tempesta, un arcobaleno apparve nel cielo, come segno di rinnovamento. I coloni si guardarono l’un l’altro e molti piansero, ringraziando Dio per essere stati risparmiati. La fede, ancora una volta, aveva mostrato il suo potere di unione e rafforzamento. In quel momento, la cappella divenne più di un semplice edificio; si trasformò nel simbolo della resistenza e della spiritualità di un popolo.

Ma non tutte le sfide erano visibili quanto le tempeste. La comunità affrontava anche difficoltà di adattamento alle nuove condizioni di vita, al clima diverso e alle malattie che si diffondevano. La malaria, in particolare, fu una nemica crudele, portando molti al letto di morte. A ogni funerale, la cappella si riempiva di lutto e preghiere. Padre Giovanni officiava i riti con una tristezza visibile negli occhi, ma ricordava sempre che l’anima dei fedeli era in buone mani.

Un giorno, Fioravante ricevette una lettera dall’Italia, una delle poche che era riuscita a giungere alla colonia. Era di sua madre, una donna ormai anziana, che lamentava la distanza e esprimeva la sua nostalgia. Fioravante, con il cuore stretto, lesse la lettera ad alta voce per Maddalena. Poi, entrambi si recarono alla cappella, dove accesero una candela e pregarono per la loro famiglia lontana. La fede, in quel momento, era l’unico legame tangibile tra loro e la loro terra natale.

Il tempo passò, e i raccolti iniziarono a migliorare. A poco a poco, la terra rispondeva allo sforzo instancabile dei coloni. La piccola cappella, ora adornata di fiori e candele, divenne il centro di celebrazioni dei raccolti, matrimoni e battesimi. Ogni evento era una riaffermazione della vita, un ricordo che, nonostante le avversità, la comunità andava avanti.

Tuttavia, una tragedia inaspettata scosse la colonia. Antonella, la vedova devota che aveva tanto lottato per i suoi figli, fu trovata senza vita nella sua casa. La notizia si sparse rapidamente, e la comunità fu devastata. Il funerale, celebrato nella cappella, fu segnato da lacrime e preghiere. Padre Giovanni, officiando l’ultima messa in sua memoria, sottolineò l’importanza di mantenere la fede, anche di fronte alla morte.

Antonio e Fiorinda, ancora bambini, rimasero sotto le cure di vicini e amici. La comunità, mossa dalla compassione e dalla solidarietà, si unì per garantire che avessero una casa e il sostegno necessario. Per Fioravante e Maddalena, la perdita di Antonella fu un doloroso promemoria della fragilità della vita. Ma fu anche un momento di riflessione sull’importanza della loro stessa fede e della comunione con gli altri. Da quel giorno, si dedicarono ancor di più alla cappella e alla comunità, credendo che la spiritualità collettiva fosse la chiave per superare qualsiasi ostacolo.

Col tempo, la colonia crebbe e prosperò. Nuove famiglie arrivarono, attirate dalle notizie di terre fertili e opportunità. La cappella, tuttavia, rimase il centro spirituale, il luogo dove tutti si riunivano per ringraziare e chiedere giorni migliori. Padre Giovanni, sebbene invecchiato, continuava a guidare il suo gregge con la stessa dedizione di sempre. Sapeva che la fede di quegli immigrati era il fondamento su cui si ergeva tutta la comunità.

Antonio e Fiorinda crebbero sotto le cure dei vicini, sempre sostenuti dall'affetto e dalla solidarietà della colonia. Fioravante e Maddalena divennero come genitori per loro, offrendo non solo rifugio, ma anche amore e guida. In quegli anni, la cappella fu teatro di molti eventi che segnarono la vita dei coloni: matrimoni, battesimi e persino feste che celebravano i raccolti abbondanti che la terra ora concedeva loro.

Nonostante le molte prove, la piccola comunità italiana fiorì nella Colonia Dona Isabel. A ogni nuova conquista, per quanto piccola fosse, i coloni si riunivano nella cappella per ringraziare. Quella croce sul cammino che li aveva portati fin lì, che tanto significava, ora simboleggiava la vittoria sul passato di difficoltà e la speranza in un futuro promettente.

Fioravante e Maddalena, insieme ad Antonio e Fiorinda, divennero esempi di fede e perseveranza, ricordando a tutti che, sebbene lontani dalla loro terra natale, erano uniti da qualcosa di ancora più forte: la fede in Dio e la convinzione nella forza della comunità.

La storia di questi immigrati, segnata da sacrifici e superamento, rimase per sempre incisa nelle pareti di quella cappella, che fu testimone della costruzione di una nuova vita in una terra straniera. E così, la fede che li aveva sostenuti sin dal primo giorno continuò a guidarli per molti anni, finché nuove generazioni presero il loro posto, sempre ricordandosi delle radici piantate con tanto amore e devozione.

sexta-feira, 20 de dezembro de 2024

Fragmentos de Amor: As Histórias de Dona Clara


 

Fragmentos de Amor 

As Histórias de Dona Clara


Em um tranquilo lar para idosos, cercado por árvores frondosas e jardins floridos, uma velha senhora chamada Dona Clara passava suas tardes sentada em uma poltrona confortável, de tecido azul desbotado. O ambiente ao seu redor era acolhedor, com o suave cheiro de flores que entrava pelas janelas abertas e o canto dos pássaros que se aninhavam nos galhos das árvores. Seus cabelos brancos, finos como algodão, emolduravam seu rosto sereno, e seus olhos azuis brilhavam com a luz de memórias passadas, mas também com uma sombra de tristeza.

Hoje, ela decidiu folhear um álbum de fotografias antigas que guardava com carinho. A capa de couro desgastada do álbum refletia os anos vividos, e ao abrir a primeira folha, Dona Clara encontrou uma foto de seu casamento. Nela, ela usava um vestido branco simples, mas elegante, com detalhes em renda que pareciam ter sido feitos à mão. O sorriso radiante de seu marido, Antônio, iluminava a imagem como um farol em meio à escuridão do tempo. Ela podia quase ouvir as risadas e o tilintar das taças de champagne daquele dia especial. Lembranças do salão decorado com flores frescas e da música suave que preenchia o ar dançavam em sua mente. “Ah, Antônio”, murmurou ela, sentindo uma onda de nostalgia. “Quantas danças nós tivemos naquela noite!”

Seguindo em frente nas páginas amareladas pelo tempo, Dona Clara encontrou fotos dos filhos brincando no quintal da antiga casa. A imagem deles correndo atrás de um cachorro que parecia tão feliz quanto eles a fez rir baixinho. Os rostos sorridentes eram como raios de sol em um dia nublado; a alegria pura e inocente da infância transbordava em cada clique. Contudo, enquanto revivia essas memórias felizes, uma mágoa profunda a envolvia: fazia meses que seus filhos e netos não a visitavam. A ausência deles pesava em seu coração como uma nuvem escura sobre um dia ensolarado.

Ela se lembrou das histórias que contava à noite, quando os pequenos se aninhavam ao seu redor, com os olhos brilhando de expectativa e as bochechas coradas pela emoção. Cada risada e cada abraço eram tesouros que ela guardava no coração como pérolas preciosas. Mas agora, o silêncio do lar parecia ecoar sua solidão; as visitas que antes eram frequentes tornaram-se raras e distantes.

Enquanto folheava as páginas do álbum, Dona Clara percebeu que as fotografias não eram apenas imagens; eram fragmentos de amor e conexão. Cada rosto trazia consigo uma história única e uma emoção palpável. Ela se lembrou das dificuldades enfrentadas ao longo da vida: as noites insones cuidando dos filhos doentes, as lágrimas derramadas nas despedidas e as alegrias simples que tornavam tudo suportável. “Se ao menos eu pudesse compartilhar essas memórias com eles agora”, pensou, sentindo-se um pouco solitária em meio àquelas recordações vibrantes. Mas logo sua mente se iluminou com a ideia de que essas histórias poderiam ser contadas novamente.

Inspirada por essa reflexão e pela necessidade de se conectar mais uma vez com sua família, Dona Clara decidiu que iria escrever suas memórias para seus filhos e netos. Com um sorriso nos lábios e um brilho nos olhos que refletiam a determinação renovada — mas também um toque de tristeza — ela começou a planejar como organizaria suas histórias em um livro. As palavras dançavam em sua mente como folhas ao vento; cada memória era uma página em branco esperando para ser preenchida com amor e sabedoria.

“Essas memórias não podem ficar apenas nas páginas do álbum”, disse para si mesma enquanto acariciava a capa do livro com ternura. “Elas precisam viver.” A ideia de deixar um legado para sua família encheu seu coração de alegria e esperança, mas também um desejo profundo de reencontrar aqueles que tanto amava.

Com o coração aquecido pela nova missão que se apresentava diante dela — embora ainda marcado pela mágoa da ausência dos filhos — Dona Clara fechou o álbum e olhou pela janela do lar. As folhas das árvores dançavam ao vento como se estivessem celebrando sua decisão; o sol filtrava-se através dos galhos, criando padrões luminosos no chão coberto de grama verdejante. Naquele momento mágico, a velha senhora branca não era apenas uma guardiã de memórias; ela estava prestes a se tornar uma contadora de histórias, unindo passado e presente através da magia das palavras.

E assim, naquela tarde ensolarada, Dona Clara sorriu para o futuro que se desenrolava diante dela, cheia de esperança e determinação para compartilhar sua rica história de vida com aqueles que mais amava — mesmo na ausência deles.





terça-feira, 10 de dezembro de 2024

La Nave della Speranza


La Nave della Speranza


La nebbia aleggiava sul porto di Genova come un velo di lutto, soffocando i sussurri e i singhiozzi di chi si congedava. L'uomo stringeva la mano della moglie, sentendo il freddo del metallo della fede nuziale. Accanto a loro, tre bambini guardavano l'orizzonte, dove l'immenso Atlantico prometteva una nuova vita, mentre sua madre, una vedova conosciuta in famiglia come nonna Pina, teneva gli occhi bassi, nascondendo la disperazione che cresceva nel suo petto. Le strette strade di Vicenza, la piazza dove giocavano, la chiesa dove si erano sposati, tutto ciò rimaneva indietro, ridotto ora a dolorosi ricordi.

Il Brasile, l'El Dorado, era un sogno lontano, venduto dagli agenti di emigrazione come la terra delle opportunità. Ma per l'uomo, ciò che era iniziato come un bisogno urgente di sfuggire alla fame e alla miseria diventava, ad ogni chilometro percorso in mare, una scelta amara, un tradimento silenzioso delle radici che non avrebbero mai smesso di sanguinare.

Durante quel lungo e turbolento viaggio, le speranze si mescolavano alla paura. Le acque agitate dell'Atlantico riflettevano la tempesta di emozioni che invadeva quei cuori esiliati. Le notti erano piene di sogni interrotti, incubi in cui la patria sembrava allontanarsi sempre di più. Nei loro pensieri, una domanda persisteva: avevano fatto la scelta giusta lasciando la terra natia?

Allo sbarco nel porto di Rio Grande, furono accolti da un caldo soffocante e una lingua sconosciuta che sembrava un intreccio di suoni. Il lungo viaggio in barca sul fiume Jacuí fino alla colonia italiana nella Serra Gaúcha era lungo e arduo, attraverso strade inesistenti e sentieri nel mezzo della foresta. La terra sembrava fertile, ma richiedeva un grande sforzo per essere domata, le sfide erano molte e si presentavano in continuazione. L'uomo sentiva il peso del mondo sulle sue spalle; la promessa di una nuova vita si dissolse rapidamente davanti alla realtà brutale di abbattere la foresta, coltivare un suolo ribelle e affrontare le malattie tropicali.

La moglie, sempre forte e silenziosa, si occupava della casa improvvisata con una dignità che impressionava tutti intorno. Manteneva vive le tradizioni italiane, cercava di cucinare piatti che evocavano il sapore di casa, ma il gusto sembrava sempre mancare. La nonna Pina, da parte sua, vedeva i giorni trascinarsi, consumata da una nostalgia che sembrava un cancro nell'anima. Sognava il ritorno, con le strade di pietra, le voci familiari, ma sapeva, nel profondo, che non avrebbe mai più rivisto la sua patria.

I primi mesi nella colonia furono segnati da privazioni e lavoro incessante. I bambini, ancora piccoli, imparavano a convivere con il fango e la durezza della vita rurale. L'uomo e la donna lavoravano duro dall'alba al tramonto, sfidando la foresta, erigendo recinzioni, tentando di domare una terra che si rifiutava di essere conquistata. Di notte, quando tutti dormivano, lui si permetteva di guardare il cielo stellato e immaginare che, da qualche parte lontana, anche la sua Italia fosse sotto lo stesso cielo, aspettando il suo ritorno.

L'inverno nella Serra Gaúcha era implacabile. La famiglia, pur abituata al clima gelido degli inverni del Veneto, sentì il freddo tagliare i loro corpi e le loro anime per la mancanza di un rifugio adeguato. I vestiti erano inadeguati, le case mal costruite lasciavano passare il vento gelido, e le provviste scarseggiavano. La moglie si prendeva cura dei bambini come poteva, avvolgendoli in coperte improvvisate, raccontando storie intorno al fuoco per mantenerli caldi, sia nel corpo che nello spirito.

I giorni passavano lentamente, e la nostalgia diventava un compagno costante. Nelle notti silenziose, la nonna mormorava preghiere in italiano, le sue mani tremanti aggrappate al rosario come un ultimo legame con la terra che tanto amava. I bambini, sebbene giovani, percepivano il peso di quel fardello invisibile che i loro genitori portavano. Crescevano tra due mondi: quello delle storie e delle canzoni italiane, e quello della dura e implacabile realtà brasiliana.

Il tempo trasformò la colonia in un luogo di contrasti. Da un lato, ora lavoravano sulla propria terra, non dipendevano più dai padroni e non dovevano più dividere i raccolti. C'era la promessa di una nuova vita, di prosperità e di un futuro migliore per i figli. Dall'altro, la realtà che ogni giorno lì era una lotta costante, una battaglia contro la natura, contro la distanza, contro la nostalgia. La terra che prometteva tanto, dava poco. I campi che dovevano fiorire con vigne e grano erano coperti di erbacce e pietre.

Ogni lettera ricevuta dall'Italia rinnovava il dolore. Le notizie dei parenti rimasti, le feste e le celebrazioni a cui non partecipavano più, tutto questo serviva a ricordare che erano lontani, molto lontani da casa. Il ritorno, che all'inizio sembrava una possibilità reale, si andava facendo sempre più remoto. I risparmi che avrebbero dovuto essere messi da parte per il ritorno venivano spesi per bisogni immediati: attrezzi, medicine, cibo.

I bambini, crescendo tra la cultura italiana dei genitori e quella brasiliana che li circondava, cominciavano a perdere il legame con la terra degli antenati. Parlavano un portoghese con accento marcato, mescolato con parole italiane che non avevano senso per gli altri coloni. Era un'identità in formazione, un misto di due mondi che non si sarebbero mai completamente integrati.

L'uomo osservava questo processo con tristezza. Vedeva i suoi figli allontanarsi, poco a poco, dalle tradizioni a cui teneva tanto. Il desiderio di tornare in Italia diventava un peso schiacciante. Con il passare degli anni, la realtà che non sarebbero mai più tornati diventava sempre più evidente. L'Italia, con le sue colline verdi e i vigneti, non era più un'opzione. Erano intrappolati in una terra che non li abbracciava, ma che nemmeno li lasciava andare.

Gli anni portarono più difficoltà, ma anche una certa accettazione. La moglie, che all'inizio lottava contro la realtà, ora si rassegnava. Trovava forza nella famiglia, nella certezza che, nonostante tutto, erano insieme. La nonna, nel suo letto di morte, chiese solo una cosa: che, ovunque fossero sepolti, una piccola porzione di terra italiana fosse posta sui loro corpi, affinché, anche nella morte, fossero legati alla terra che tanto amavano.

Col tempo, la colonia cominciò a prosperare. I primi raccolti furono modesti, ma sufficienti per alimentare la speranza. I coloni si aiutavano reciprocamente, creando una comunità in cui lo spirito di solidarietà era forte quanto l'amore per la patria lontana. La chiesa, costruita con sforzi collettivi, divenne il cuore della colonia, dove tutti si riunivano per pregare e mantenere viva la fiamma della fede.

L'uomo, ora invecchiato, guardava la colonia con un misto di orgoglio e tristezza. Aveva messo radici lì, ma sentiva che una parte di sé sarebbe sempre stata altrove. La moglie, ancora forte nonostante gli anni, si prendeva cura della casa con la stessa diligenza di sempre, ma i suoi occhi erano stanchi. I figli, ormai cresciuti, ora lavoravano accanto ai genitori, ma sognavano un futuro diverso, più moderno, meno legato alle tradizioni che avevano sostenuto i loro genitori.

Il sogno di tornare in Italia, un sogno che un tempo era vivo e pulsante, si era trasformato in un ricordo amaro, un lamento silenzioso che avrebbe accompagnato la famiglia per sempre. Tuttavia, la colonia continuava a crescere, e con essa, la nuova generazione che portava nel sangue l'eredità degli immigrati, ma che iniziava anche a forgiare una nuova identità, un'identità brasiliana.

In definitiva, la vita nella colonia italiana del Rio Grande do Sul era una vita di adattamento e trasformazione. Ciò che era iniziato come un sogno di ritorno si convertì in una malinconica accettazione.

sábado, 7 de dezembro de 2024

Intei Cafesài: El Sònio Amaro

 

Intei Cafesài: El Sònio Amaro


La traversada la zera longa e stracante. El vapor che i ga portà da l’Itàlia fin al Brasile balansava con i movimenti del mar, mentre i Buonarotti tegneva viva la speransa ntei soi cor. Francesco e Amalia, tuti e do su i trent’ani, tegneva strete le man de i so tre fiòi – Alessandro, Tranquilo e la picena Giuseppina. Con lori, el vècio Tranquilo, pare de Francesco, védovo e con so i altri fiòi già andài ai Stati Uniti, vardava l’orisonte con i òci strachi, pensando al passato e temendo el futuro.

Lori i ze sbarcà al porto de Santos, soto un sol che pareva sciogare i sòni de i novi rivà. Le promesse de i agenti de emigrassion italiani i pareva lontane e mai ragiungibili. Lori i ze partì verso l’interno de São Paulo, fin a Ribeirão Preto, ndove la famèia gaveva da rescominssiar. Francesco sentiva ntel so cor un misto de paura e speransa, con la nostalgia de la tera lontana mescolà al desidèrio de farse un futuro.

La proprietà privata Pica Pau, ndove lori i zera destinà, la zera granda, con file interminabile de piè di cafè. Francesco, acostumà a le tere fèrtili de l’Emilia Romagna, saveva che lavorar la zera dura, ma no gaveva mai pensà de catar condission cusì pesanti. Le case, che prima zera abità da schiavi adesso libarai, la zera poverete, rote e con l’olor ancora vivo de la soferensa de chi le gaveva vissuti prima.

Amalia, na dona con i nervi de fero, vardava i so fiòi con un soriso meso tristo. Lei savea che i sforsi saria grandi, ma zera pronta a far de tuto par proteger la so famèia. Con quei pochi schei che lori i gaveva messo via, la speransa la zera un giorno comprar na pìcola tera par lori. Ma la realtà la zera dura e impietosa.

El primo ano ntla fasenda la zera segnalà da fatighe e dolori. Francesco e Amalia, con altre famèie de emigranti, se sveiava prima del sol e tornava a casa quando zera scuro, con i man rote e la schena storta. Ogni gran de cafè colto el zera un passo verso el sònio lontan. Ma le spese se imuciava e i dèbiti no diminuiva.

El vècio Tranquilo, che no gaveva pì le forse de prima, aiutava come podéa. La strachesa lo piegava, ma el amor par i so nevodi lo tegnia in piè.

El secondo ano el ga portà novi guai. Le piantassioni, che prima pareva prometar fortuna, i zera devastà da inseti, sicità e malatie. El paron, un omo duro e sensa cuore, domandava sempre de pì, ma ghe dava a i lavoranti solo el necessàrio par sopraviver.

Le sere le zera de paura e pensieri. Francesco e Amalia, in silensio, studiava mile modi par scampar da quela vita. Ma el contrato li tegneva streti. I fiòi, benché ancor picoli, i ghe dava na man come podéa. E Giuseppina, con i so do ani, vardava tuto con òci grandi, quasi capindo el peso de la fadiga.

El terzo ano el zera anca pì dur. I sòni pareva sparì e Amalia sentiva el cor pì pesante. Ma la no voleva smeter de creder in un doman mèio. Finalmente, dopo quatro ani de sacrifissi, Francesco e Amalia lori i gavea meso via quel tanto che bastava par comprar la soniata tera visin a Santa Rita do Passa Quatro. Lassiar la fasenda la zera duro, ma la zera necessàrio par romper el ciclo de povertà.

La tera nova la zera un inìsio. Francesco e Amalia lori i lavorava duro, e con i fiòi che cresseva, la famèia vardava avanti. Santa Rita l’andava pian pianin, e con la crèssita del paese, anca la picena fàbrica de sachi de juta de i Buonarotti la andava vanti.

Dopo ani de sudor e fatiga, la famèia gaveva finalmente trasformà el sònio amaro de prima in na realtà pì dolse. Ma, benché la vita la zera miliorà, la nostalgia de l’Itàlia no i abandonava mai.



segunda-feira, 25 de novembro de 2024

Erechim el Campo Picinin de i Biriva e de i Imigranti Véneti


 

Erechim el Campo Picinin de i Biriva e de i Imigranti Véneti


Erechim, anca pì coreto, Erexim, faseva parte del vasto comune de Passo Fundo, uno dei pì grandi del Stato do Rio Grande do Sul, che i ze rivà da Carazinho fin a Marcelino Ramos.
El nome el ze vignesto de la lèngoa dei ìndios Caingangue, che i ze stà lì e che vol dir “Campo Picinin”.
Biriva el z'era el nome che quei stessi ìndios ghe dava ai foresti, ai pochi bianchi che i conossea e che i zera in quele tere. Fin al ano 1910, Erechim el zera el 7º Distrito de Passo Fundo e la sede la se ga trovà ´ntela vila de Capo-Erê.
Da quela data, el ze passà a far parte del 8º Distrito de Passo Fundo, con la sede ´ntela Colónia Erechim, che adesso ze el comune visin de Getúlio Vargas.

La atual sità de Erechim, che a quel tempo la se ga ciamà Paiol Grande, la zera 'na foresta grossa, quasi desabità, piena de araucàrie e altre grosse piante centenàrie, ´ndove che i se ga riparà qualche disendente de veci bandeiranti, scampà de la giustìssia, briganti e altri che son scampà da la rivolussion del 1893.
El nome Paiol Grande la ze dovù a 'na vècia costrussion che servìa come depòsito de erva-mate, situà là visin del Desvio Giaretta de incòi.

La marcassion de le tere la ze tacà ancora ´ntel 1904, con el laor de costrussion de la Ferovia tra Santa Maria a Marcelino Ramos.
El crèsser de Erechim la ze stà sgoelto, con l’arivo, za dal 1918, quando el comune la ze stà fondà oficialmente, de 'na gran quantità de italiani, de i quali la grande parte i zera vèneti, sopratuto che lori i vigniva de le cosidete “tere vècie” come Caxias, Bento Gonçalves, Garibaldi, Alfredo Chaves, Flores da Cunha, Antônio Prado, Guaporé, Veranópolis, e altre.

Queste sità, con l’arivo de miliaia de imigranti e dopo de i so fiòi, le fasea sì che le prime colónie le se vedeva in pressa piene. Alora la ze stà nessessàrio sercar posti novi dove stabilirse.
Ze pròprio cussì che la ze sussesso in Erechim e ´ntela atual Região do Alto Uruguai, conossù anche come le “tere nove”, che la ga ressevesto i dissendenti de i primi imigranti véneti rivà in Brasile.



segunda-feira, 18 de novembro de 2024

La Medissina sensa Medighi ´ntele Colónie Taliane del Rio Grande do Sul

 


La Medissina sensa Medighi ´ntele Colónie Taliane del Rio Grande do Sul


La vita ´ntele colònie taliane del Rio Grande do Sul la zera segnalà da grande dificoltà, mássime ´ntei primi ani dopo che i migranti i zera rivà. Quando i ga rivà a far le prime case, le zera tanto distante una da l'altra, isolate in meso a 'na selva spessa, con na pìcola roça intorno a la casa, e no ghe zera strade, solo sentieri streti che i tagliava 'sta mata scura, ndove comandava la scurità e i rumori misteriosi de i animali salvàdeghi. I loti i zera grande spassi de tera, con monti, presipissi e, a volte picin fiumi. I vissin i se trovava caminando par 'sti sentieri, che lori i ga ciamà "lìnie". La sità pì vissina la zera distante chilometri, e, par rivar là, i ghe volea ore de caminata o de viàio con carosse in condission no pròprio bone. Oltra a le distanse enormi, le strade le zera de qualità pèssima, poco de pì che un camino e le risorse medighe praticamente no ghe zera. Medighi lori i zera figure rare, specialmente ´ntei primi ani, e tanti coloni i passava ani interi sensa vèder gnanca un professional de salute.

In 'sto scenàrio difìcil, la se ga svilupà 'na medicina domèstica, basà su conosense popolari portà da l'Itàlia e su sapere imparà da le populassion locali, come i ìndios e i neri ex schiavi che i ze viveva vissi de la colònia. L'uso de piante medighinali la zera ben difuso e adatà par curar diversi tipi de malatie. De qua, le ga vegnù fora figure importanti, come le levatrici, ciamà da i coloni “comari” o ancora  “cegogne”. Tante de lore le gavea 'na vèssia tradision de famèia de vàrie generassion, assistendo le done durante la gravidessa e al momento del parto. L'aiuto par fà nasser, però, no el zera sempre fàssile, e 'ste levatrici lore le sapeva ancòi cofà gestir situassion difìcili e complicassion con mètodi rudimentar, ma eficassi par quei tempi.

'N'altra figura essensial ´ntele colónie le zera el “giustador de ossi”, conossùo ´ntela zona coloniale taliana come giusta ossi. 'Sto laoro el zera anca 'na tradission vècia portà d´Itàlia, passà de padre al fiol come 'na eredità de famèia. I giusta ossi lori i gavea la abilità de imobilisar frature, contusion, sistemar storte e tratar distenssion muscolari doprando le man e remedi naturai, come i implastri de erbe. 'Sto sapere el zera fundamental par i coloni, che de frequente i se acidentava ´ntei lavori de campagna e in costrussion, indove i strumenti pesanti e le condission rustighe i favoria ferite e traumi.

Anca le done che sapeva far rimèdi lore le zera ben richieste, e lore laora fin ancò in tante comunità. 'Ste done, che le gavea un sapere empírighe, de sòlito imparà dai "caboclo" o da i ìndios, le ciamava par curar le malatie stimolando 'na sorta de autosugestion mìstica ´ntei passienti. In riti che i combina litánie, orassion, infusioni de erbe, bagni e fumigassion, queste done le creava 'n ambiente de conforto spiritual e speransa, essensial par 'na populassion che gavea mancansa de risorse medighe. In princìpio, 'ste figure de cura popular, done e anca òmeni, i zera de sòlito mestisi, "caboclos" e anca neri, descendenti de schiavi liberai, che i vivea visin a le colónie e i dava 'n aiuto a i migranti.




sábado, 16 de novembro de 2024

L'Emigrassion Trevisana in Brasil


 

L'Emigrassion Trevisana in Brasil


Drento un arco de cento ani, tra el 1876 e el 1976, ze partì da la Regione del Véneto ben pì de tre milioni de persone, de un totale nassionale de 27 milioni. Con i dati che ghe se, el Véneto ze in prima posisione tra le region vénete par el volume de emigranti.

In Provìnsia de Treviso no ghe ze dati de l’emigrassion par tuti sti ani, ma se sa che tra el 1876 e el 1900, verso la fin del sècolo, el númaro de trevisani che i ga dovesto emigrar la zera un quarto de la so popolassion entiera, con percentuai ancora pì alti in le zone de pianura.

In la seconda metà del Otossento, le condission de vita dei pìcoli contadini véneti le ze pegiorà notevolmente par na sèrie de cause sussedeste quasi tute inseme:

· L'aumento natural de la popolassion, per mèrito de meiorie in l’igiene, specialmente durante el domìnio austrìaco sul Véneto, e con na natalità sempre alta.

· La calada de i recavi dei picoli e medi contadini, como che sussedeva in tuta l’Europa, a causa de la brusca calada dei prezzi de i prodoti agrìcoli importà a presi che i zera molto pì bassi del custo de produsione in Itàlia. Disastri de colti par via del maltempo, tra sissità devastanti, aluvioni in pianura e smotamenti in montagne. Le malatie nei campi con la perdita de le vendemie e el baco da seda.

· L'aumento de la disocupassion, spècie par via de nuove machine, anca se ancora lente, che sostituiva i laoradori a brasso, e el svanir de veci mestieri.

Ampie fasce de la popoassion la zera soto el livelo de sussistenza, como che mostra el alto nùmaro de maladi de pelagra, malatia causada da la mancansa de vitamine che doveria vegnir da i cibi come carne, late e derivai, mentre la dieta la zera basà quasi esclusivamente su la farina de granoturco, par la poenta. Sta malatia la zera difondesta in tuto el Véneto. Par i contadini e zornalieri ridoti in misèria, no ghe restava altro che sfiorir o scapar.

Nel Otossento i paesi de l’Amèrica del Sud i ga fato na polìtica de colonisassion de le so vaste tere ancora disponibili, usando manodopera europea, a custo baso, parchè in quel perìodo ghe zera tanto disocupassion.

La traversà del oceano sconossesto, drio na metà sconossesta in Amèrica, i zera càrica de incertesse e de imprevisti de tute le sorte, da la partensa dal porto. Ritardi, documentassion incompleta, burocrassia infinida, i problemi de promiscuità e sovraafolamento de la tersa classe. Al sbarco, altri problem i ghe aspetava: quarantena, tanti controli mèdici e interogatori da l’autorità del goerno local. Sta situassion la ze andà meiorando solo dopo la seconda guerra mondiale, quando che i véneti i ze partì verso el Canadà e l’Austràlia. Lì, tuti i documenti i zera a posto e ben organisà.

Anca quando che la quarentena la finiva, no voleva dir che sùbito i ghe dava laoro, come i ghe ga dito i agenti recrutor prima de partir. I posti ndove che i ghe destinà i ghe zera ancora tanti chilometri a sud del porto, e ghe volìa ancora zorni de viàio in navi par rivarghe. In sti porti de rivà, i dovea ancora spetar altri mesi de trasporto, come navi fluvial, treni o lunghe marce a piè o in carose tiràe da boi, par rivar a le colónie. Ma no i zera ancora la fin del viàio: par rivar ai campi i dovea ancora desfà la floresta, piena de perìcoli e rumori de bèstie sconosseste.

Un volta i ze rivà a la loro tera, la prima roba che i dovea far la zera un casoto de tronchi, coperto de rami, par ripararse dal fredo, de  le bèstie feroce e le serpenti che, la note, i ghe girava drio l’acampamento. La tera bisognava prepararla par i campi, e alora scominssiava a sfalciar i àlbari alti e spessi. Con el fogo, la floresta se trasformava pian pian in un orto ndove cresceva le prime colti. I casoti dopo i zera sostituì pian pian da case grandi de legno, con scàndole, case sòlide e sostenude da sassi che forma el fondaco, un spaso fresco e grande par conservar la roba de la stagione.



segunda-feira, 4 de novembro de 2024

El Ritorno che no’l è mai Sucesso



El Ritorno che no’l è mai Sucesso


A la fin del XIX sècolo, l’Itàlia la passava ‘na de le fasi pì dure de la so stòria. La unità del paese, che l’era stà fata ´ntel 1861, la gavea portà tante promesse de prosperità, ma che no ze mia concretisà par la maior parte de la popolassion, specialmente par quei che i vivea in campagna. La region del Véneto, ndove che se cata la frasion de Onigo, ´ntel comune de Pederobba, l’era una de ‘ste zone. La situassion de la vita l’era molto difìssile: l’agricultura, che fasea parte de la base de l’economia local, l’era in crisi par via soratuto de la framentasion de le tere, la mancansa de inovassion e el fato che la tera no la rendea pì come ‘na volta. El risultato l’era una produssion che no bastava par dar de magnare e la populassion che continuava a crescer.

Ancora, le nove tasse imposte dal novo goerno italiano ´l comprometeva anca de pì ai contadini, che già i fasea fatica a tirare avanti. El sistema de afito de le terre l’era opressivo, e i contadini i se trovava spesso con dèbiti con el signor de le tere, sensa mesi par sostentar la so famèia. La fame, la misèria e la disperassion i fasea parte de la vita de ogni zorno, portando tanti a pensar che ´ndar via e emigrar el fusse l’ùnica strada par scampare da ‘sta cruda realtà.

L’era in ‘sto contesto che Doménego e Luigia, con i so fiòi Angelo, de sei ani, e Maria Augusta, de quatro, i ga fato la dura dessision de lassar la so tera. Con lori, ghe saria ´ndà anca la mama de Luigia, la siora Assunta, na vedova de 57 ani che, no-stante l’età avansada par l´època, la zera decisa de ´ndar con la so famèia ‘nte ‘sta via incerta. Assunta la gavea perso el marì par colpa de la stessa povertà che la ghe costringeva adesso a partir. La casa modesta in cui lori i vivea, fata con le piere de la tera stessa, no l’avea pì forsa de darli riparo da la fame e dal incerto futuro.

Doménego, un omo robusto e de poche parole, el savea ben che emigrar volea dir lassar tuto quel che conosea. Ma el mal de veder i so fiòi magnar sempre meno l’era pì forte de la paura del sconossuo. Luigia, na dona forte e molto legada a la so famèia, la capia ‘sto dolor e la stessa speranza. Par Assunta, lassar l’Itàlia volea dir lassar par sempre le memòrie de ‘na vita intera, ma la no se ghe podea portar a star lontan da la so fiola e dai so cari nevodi.

Nel 1890, con el cor in man e la coragia nassesta dal bisogno, la famèia la partì da Onigo, ‘na frasion del comune de Pederobba. Lori i ga vendù quel poco che ancor i gavea e con quei pochi schei i ga catà i biglieti de nave par el Brasile. El destino l’era Curitiba, la capital del stato del Paraná, ‘na tera sconossua ma piena de promesse. La traversada del Atlántico l’era longa e stancante. La nave Adria, piena de altri migranti italiani che anca lori scampava da la misèria, gera un spàsio de speransa, ma anca de paura e incertessa.

Lori i ga rivà a Curitiba, la capital del Paraná, dopo setimane de viàio. La sità, che la gera ‘nte pien espansion, la gera un misturo de culture e nassionalità, con ‘na comunità italiana che la cresceva ogni dì de pì. Con quei schei che Doménego el gavea portà fruto de la venta de la picola casa e qualcossa altro, el ga ciapà un loto de tera a la Colònia Dantas e el ga scominssià da laorar pian pian, ripartendo da quel che el conosséa mèio: la tera. La natura rica e el clima del Paraná i ghe dava condission bona par coltivar, e col tempo la famèia la ga ricominssià la so vita.

Ma no-stante le nove oportunità e ‘na stabilità quasi segura, el cuor de Doménego e Luigia no l’è mai stà lìbaro da l’Itàlia. El sònio de tornar a la so tera, de caminare ancora par le strade de Onigo, el restava vivo, alimentà dai ricordi e da la nostalgia. Lori i parlava ai fiòi, Angelo e Maria Augusta, de l’Itàlia, tentando de tegner viva la conession con le so radisi. Anca Assunta la continuava a contar stòrie de la so gioventù, de le feste paesane, de le vendemmie e de le persone che lei gavea lassà drìo.

I ani i passava, e con lori anca la vita a Curitiba la se fasea sempre pì radicada. Angelo e Maria Augusta i cresceva, integrandose pian pian inte la cultura brasiliana, ma sempre tenendo caro ´ntel cuor le stòrie de i so genitori su l’Itàlia. Doménego, che el inveciava laorando la tera, e Luigia, che no l’ha mai abandonà la so forsa, lei i ga visto i so fiòi formar le so proprie famèie in Brasile. Ogni ano che passava, el ancioso ritorno a l’Itàlia el diventava sempre meno probabile, e el sònio de tornar el se fasea pian pian più dèbole.

Assunta, la matriarca de la famèia, l’è stà la prima a ‘ndar. La ze morta in pase, circondà da i so cari, ma sensa mai riveder la so tera natale. La so morte la ga segnà profondo la famèia, specialmente Luigia, che la sentiva el peso de la dessision de emigrar e el sònio mai realisà de tornar. Doménego, da parte sua, el ga continuà a laorar fin che el podéa, sempre con el sguardo fisso verso l’orisonte, dove che el se imaginava le montagne del Véneto.

A la fine, el "ritorno mai sucesso" no l’è stà un falimento, ma pì tosto ‘na asseptassion de le realtà de la vita. El Brasile el se fasea el novo lar de la famèia, ‘na tera dove che i sòni de prosperità i ga trovà la so realisassion, anca se quel de tornar a l’Itàlia no l’è mai sucesso. Angelo e Maria Augusta, adesso grandi, lori i continuava a viver a Curitiba, passando ai so fiòi l’eredità de le so radisi taliane e la stòria de i so genitori, che, in serca de na vita mèio, i ga catà un lar in ‘na tera lontana.

La stòria de Doménego, Luigia, Assunta, Angelo e Maria Augusta la ze na fra tante altre, de famèie che, in serca de scampare a la povertà, i ga lassà l’Itàlia con la speransa de tornar, ma che a la fine lori i ga trovà casa in nove tere. El ritorno no l’è mai sucesso, ma la nova vita che lori i ga costrui a Curitiba, con el so duro laoro e la determinassion, la ze el vero legado che i ga lassà par le generassion future.




sexta-feira, 25 de outubro de 2024

El Sussuro de i Ricordi



 

El Sussurro de i Ricordi

Isabela la ze stà sentà a canto de la fenèstra de la so pìcola stansa de dódese metri cuadri, vardando el movimento silensioso del giardin de la casa de riposo. I àlberi i ondeava dolsamente con el vento, come se i susurasse vèci secreti che solo lori i savea. I fiori, curài con atenssion da qualchedun giardiniere anònimo, lori i mostrava i so colori vivaci, in contrasto con la monotonia grìgia che Isabela la sentia drento al cuòr.

Lei la pensava ai fiòi, cuatro in tuto. Ognun el gavea seguiù la so strada, construindo la so vita, cressendo i so fiòi. Isabela no la gavea mai lamentà, ma la nostalgia la zera na compagna de sempre. I so nevòdi, óndese pìcole estensioni del so amore, i zera la rason de tanti de i so sorìsi solitàri. I pronipoti, picinin che la conossèa apena, i zera come un son lontan, quasi ireal.

"Come gavemo rivà fin qua?", la se domandava. Isabela la recordava le sere ´ndove che la preparava la sena con le ovi ripiene, e i pranzi de la doménega con i polpeton de carne massinada che a tuti ghe piasea tanto. La recordava le risade che rimbombava par casa, i zogaloti sparsi, i litìgi de i putéi e le ràpide reconssiliassion. Zera na casa piena de vita.

Adesso, la so vita la gera limità a sta pìcola stansa. No gavea più la so casa, né le so robe care. I mòbili che la gavea scielto con tanto amore i zera stà rimpiasài da mòbili impersonài. Ghe gera chi ghe sistemava la stanza, chi ghe preparava da magnar, chi ghe rifassea el leto, chi ghe controlava la pression e chi la pesava. Ma no gavea pì l’ánima de la casa che la gavea tanto amà.

Le visite de i fiòi e de i nevòdi zera rare. Qualchedun vegniva ogni quìndese zorni, altri ogni tre o cuàtro mesi. Qualchedun, mai. Isabela la provava a no star mala par questo, ma l'assensa de lori zera un peso grave. No gavea pì senso per prepararghe i so piati preferì o decorar la casa par ressiverli. La so giòia adesso la zera contenìa in passatempi solitàrii, come le parole incrocià o el sudoku, che la intratenea par qualchi momento.

In quela casa de riposo, Isabela la conossea altre persone. Tante de lori i zera in condission pì pegiòri de la so. La se afessionava a qualcuna, ghe dava na man par quel che podéa, ma la evitava de crear legami tropo forti. "Lori i sparisse presto", la pensava. La vita in casa de riposo la zera na dansa continua con la morte. El tempo el passava lento, ma ogni zorno sembrava portar la notissia de na partensa nova.

Dise che la vita la ze sempre pì longa. "Parché?", se domandava Isabela ne i so momenti de solitudine. Quando la zera sola, la vardava le foto de la famèia e qualcheduni ricordi che la gavea portà da casa. Questo zera tuto quel che ghe restava.

La decision de ´ndar in casa de riposo no zera stà fàssile. Isabela la ricordava ancora la riunion de famèia, quando tuti i se zera sentài intorno a la grande tola da pranso che adesso gera de qualcun altro. I so fiòi i provava a convinsserla che zera la mèio roba par lei. “Mama, no ti pol pì star sola”, i ghe diseva. “Ze pericoloso, e in casa de riposo ti gavarè tuti i curi che ti gavarà bisogno.”

La savea che lori i gavea rason, ma ghe faséa mal pensarghe de lassare la casa ndove la gavéa cressù la so famèia. La casa gavea un'ánima, e ogni canto el zera pien de ricordi. Quando la gà serà la porta par l'ùltima òlta, Isabela la sentì come se un peso del so cuòr el fusse restà lì.

La casa de ripòso la sembrava pì un ospedàle che na casa. I coridòi i zera larghi e fredi, le pareti bianche e sensa vita. La stansa che ghe gavea assegnà la zera picìna, ma la provò a decorarla con qualcheduni ogeti personali: foto dei fiòi e de i nevòdi, un quadro che la gà pintà lei stessa e na coerta de uncineto fata da so mare. Ma niente riusciva a mascherar la sensassion de solitudine.

I primi zòrni i zera i pì difìssili. Isabela la zera acostumà a la so rutìna, a la libertà de far quel che volea e quando volea. In casa de riposo, tuto zera controlà. I pasti gavea un oràrio fìsso, cussì come le medicine e le atività. Zera un cambiamento brusco e doloroso.

Con el passare del tempo, Isabela la gà scominssià a conòssar i altri residenti. Ghe zera la signora Maria, che gavea novanta ani e un sorìso contagioso, ma che sofrea de Alzheimer. El sior Bepi, un ex marinàio con stòrie afascinanti, ma de salute fragìle. E Chiara, na dòna che, come Isabela, la zera stà lassà da i fiòi in casa de riposo e no ricevea mai visite.

Ste nuove amistà ghe portava un fià de solievo a la solitudine de Isabela. La passava ore a scoltar le stòrie del sior Bèpi e a dar na man a la signora Maria par ricordarse i nomi de i so fiòi. Ma ogni nova amistà ghe portava anca la paura de la pèrdita. I adii i zera frequenti, e Isabela la scominssiò a protegerse, evitando de afessionarse massa.

La terapia ocupassionale la zera na de le atività che Isabela ghe piaseva de pì. La se sentia ùtile, organizando eventi, fassendo lavoreti artigianali e insegnando fin ai infermieri come preparar i piàti che na volta la gavea preparà par la so famèia. Ma anca quei momenti de giòia i zera oscurài da la tristessa de l'assensa de quei che la amava de pì.

Isabela la passava tanto tempo a pensar su la vita e su quel che la gavea imparà. La recordava le parole de so mare: "La famèia la se costruìse par gaver un domàn". La gavea cressù i fiòi con amore e dedission, sperando che un zorno i la ricambià con la stessa cura. Ma la realtà la zera diversa. Lori i zera ocupài con le so vite, i so fiòi e i so problemi.

No ghe portava rancore. La capia che el mondo zera cambià, che le pressioni del laoro e de la vita moderna le alontanava le persone. Ma ghe faséa mal lo stesso. Isabela volea che le pròssime generassion i capisse l'importansa de curar quei che ne gà curà. Che i vedesse oltre la frenesia de la vita de ogni giorno e che i trovasse el tempo par star con i pì vèci, scoltar le so stòrie e ricambiar l'amore che i gavea ricevù.

Na sera, Isabela la gera sentà a canto de la fenèstra, vardando le stele. La pensava a la vita, a la morte e a quel che gavaria vegnuo dopo. La sentì na calma profonda nel capir che, nonostante tuto, la gavea vivù na vita piena. La gavea costruìo na famèia, la gavea amà e gera stà amata. E anca se adesso la zera sola, la gavea i so ricordi e la certessa de aver fato tuto el so mèio.

El tempo el passò, e Isabela la diventò un ricordo in casa, dove la gavea vivù i so ùltimi zorni. Ma le so parole e i so insegnamenti i resta. I fiòi e i nevòdi, tocài da l'assensa e da le riflession tarde, i scominssiò a valorisar de pì el tempo con le so famèie. El ciclo de la vita el continuava, ma con na nova consapevolessza su l'importansa de la presensa, de la cura e de l'amore.

Isabela la gavea lassià un segno, no solo ne la so famèia, ma anca ne i cuori de quei che gavea tocà.



segunda-feira, 23 de setembro de 2024

A Cruz no Caminho


A Cruz no Caminho


Nas terras férteis e ainda selvagens da Colônia Dona Isabel, no coração do Rio Grande do Sul, a vida dos imigrantes italianos era marcada por um misto de esperança e sacrifício. Vindos de uma Itália assolada pela pobreza e pela falta de perspectivas, esses bravos homens e mulheres se agarravam a uma única certeza: a fé. Para muitos, era a fé que os sustentava diante das adversidades de uma terra desconhecida, repleta de desafios que testavam a força de suas convicções.
Fioravante, um homem robusto de mãos calejadas e olhar penetrante, estava de joelhos diante da pequena capela que ele mesmo ajudara a erguer. A capela, construída com madeira bruta retirada das florestas ao redor, era um refúgio sagrado para toda a comunidade. Era ali, entre as paredes simples, que as famílias se reuniam aos domingos, compartilhando não apenas suas preces, mas também suas histórias de lutas e saudades.
Ao lado de Fioravante, Maddalena, sua esposa, murmurava suas orações. Os olhos castanhos, sempre calmos, agora estavam úmidos. Maddalena trazia no peito um terço de contas de madeira, presente de sua mãe antes de deixarem a Itália. Aquela relíquia, simples em sua forma, era para ela um símbolo de proteção, algo que a conectava com a terra distante e com as tradições que tanto prezava.
O pároco local, Padre Giovanni, observava sua pequena congregação. Era um homem de estatura mediana, cabelos grisalhos e uma voz que transmitia serenidade. Havia chegado à colônia pouco tempo depois dos primeiros imigrantes, e desde então, dedicara sua vida a guiar espiritualmente aquele povo. Para ele, a fé era o alicerce da comunidade. Em suas homilias, repetia que Deus havia trazido todos para aquela terra promissora e que, apesar das dificuldades, não os abandonaria.
Os desafios, no entanto, eram muitos. O solo, ainda coberto de matas densas, exigia um esforço hercúleo para ser cultivado. As noites eram longas e frias, e a solidão se tornava palpável na vastidão daquela terra desconhecida. Muitos sentiam saudades dos parentes deixados para trás e das vilas italianas que outrora chamavam de lar. Nessas horas, a capela se tornava um lugar de encontro, onde os lamentos e as alegrias eram compartilhados como uma forma de aliviar os corações.
Um dos membros mais fervorosos da comunidade era Antonella, uma viúva que perdera o marido durante a travessia do Atlântico. Sozinha com dois filhos pequenos, Antonio de 9 anos e Fiorinda de 6, Antonella enfrentava a dureza da vida com uma coragem que poucos possuíam. Muitos se perguntavam por que ela não havia retornado à Itália após a morte do marido, mas aqueles que a conheciam sabiam que ela ficava por causa dos filhos. Era para garantir um futuro para eles que ela permanecia, resistindo às dificuldades com uma força que parecia vir de sua devoção inabalável.
Todos os dias, sem exceção, Antonella se dirigia à capela para rezar, pedindo por forças para continuar. Antonio e Fiorinda a acompanhavam, aprendendo desde cedo o valor da fé e da comunidade. Antonella era conhecida por seu espírito generoso, sempre disposta a ajudar os outros, especialmente aqueles que, como ela, lutavam para manter suas famílias unidas e seguras. Para ela, a religião não era apenas uma prática, mas uma fonte inesgotável de conforto e esperança.
Certo dia, uma forte tempestade abateu-se sobre a colônia. Os ventos uivavam e as águas corriam furiosas pelos barrancos. As pequenas casas de madeira tremiam sob a força da natureza. Nessa noite, muitos dos colonos se refugiaram na capela, implorando pela proteção divina. Fioravante e Maddalena estavam entre eles, abraçados, sentindo o calor das velas e ouvindo as palavras tranquilizadoras de Padre Giovanni.
Após a tempestade, um arco-íris apareceu no céu, como um sinal de renovação. Os colonos se entreolharam, e muitos choraram, agradecendo a Deus por terem sido poupados. A fé, mais uma vez, havia mostrado seu poder de união e fortalecimento. Naquele instante, a capela se tornou mais que um simples edifício; transformou-se no símbolo da resistência e da espiritualidade de um povo.
Mas nem todos os desafios eram tão visíveis quanto as tempestades. A comunidade também enfrentava dificuldades de adaptação às novas condições de vida, ao clima diferente e às doenças que surgiam. A malária, em especial, foi uma inimiga cruel, levando muitos ao leito de morte. A cada funeral, a capela se enchia de luto e orações. Padre Giovanni realizava os ritos com uma tristeza visível nos olhos, mas sempre lembrava que a alma dos fiéis estava em boas mãos.
Um dia, Fioravante recebeu uma carta da Itália, uma das poucas que conseguira chegar à colônia. Era de sua mãe, uma mulher já idosa, que lamentava a distância e expressava sua saudade. Fioravante, com o coração apertado, leu a carta em voz alta para Maddalena. Depois, ambos se dirigiram à capela, onde acenderam uma vela e rezaram por sua família distante. A fé, naquele momento, era o único elo tangível entre eles e sua terra natal.
O tempo passou, e as colheitas começaram a melhorar. Aos poucos, a terra respondia ao esforço incansável dos colonos. A pequena capela, agora adornada com flores e velas, tornou-se o centro de celebrações de colheita, casamentos e batismos. Cada evento era uma reafirmação da vida, uma lembrança de que, apesar das adversidades, a comunidade seguia em frente.
No entanto, uma tragédia inesperada abalou a colônia. Antonella, a viúva devota que tanto havia lutado por seus filhos, foi encontrada sem vida em sua casa. A notícia se espalhou rapidamente, e a comunidade ficou devastada. O velório, realizado na capela, foi marcado por lágrimas e orações. Padre Giovanni, ao realizar a última missa em sua memória, destacou a importância de manter a fé, mesmo diante da morte.
Antonio e Fiorinda, ainda crianças, ficaram sob os cuidados de vizinhos e amigos. A comunidade, movida pela compaixão e pela solidariedade, se uniu para garantir que eles tivessem um lar e o apoio necessário. Para Fioravante e Maddalena, a perda de Antonella foi um lembrete doloroso da fragilidade da vida. Mas também foi um momento de reflexão sobre a importância de sua própria fé e da comunhão com os outros. A partir daquele dia, eles se dedicaram ainda mais à capela e à comunidade, acreditando que a espiritualidade coletiva era a chave para superar qualquer obstáculo.
Com o tempo, a colônia cresceu e prosperou. Novas famílias chegaram, atraídas pelas notícias de terras férteis e oportunidades. A capela, no entanto, permaneceu como o centro espiritual, o lugar onde todos se reuniam para agradecer e pedir por dias melhores. Padre Giovanni, mesmo envelhecido, continuava a guiar seu rebanho com a mesma dedicação de sempre. Ele sabia que a fé daqueles imigrantes era a fundação sobre a qual se erguia toda a comunidade.
Antonio e Fiorinda cresceram sob os cuidados dos vizinhos, sempre amparados pelo carinho e pela solidariedade da colônia. Fioravante e Maddalena se tornaram como pais para eles, oferecendo não apenas abrigo, mas também amor e orientação. Naqueles anos, a capela foi palco de muitos eventos que marcavam a vida dos colonos: casamentos, batismos e até festas que celebravam as colheitas abundantes que a terra agora lhes concedia.
Mesmo diante das muitas provações, a pequena comunidade italiana floresceu na Colônia Dona Isabel. A cada nova conquista, por menor que fosse, os colonos se reuniam na capela para agradecer. Aquela cruz no caminho que os trouxe até ali, que tanto significava, agora simbolizava a vitória sobre o passado de dificuldades e a esperança em um futuro promissor.
Fioravante e Maddalena, junto com Antonio e Fiorinda, tornaram-se exemplos de fé e perseverança, sempre lembrando a todos que, embora longe de sua terra natal, estavam unidos por algo ainda mais forte: a fé em Deus e a crença na força da comunidade.
A história desses imigrantes, marcada por sacrifícios e superação, ficou para sempre gravada nas paredes daquela capela, que testemunhou a construção de uma nova vida em solo estrangeiro. E assim, a fé que os sustentou desde o primeiro dia continuou a guiá-los por muitos anos, até que novas gerações tomaram seu lugar, sempre lembrando-se das raízes plantadas com tanto amor e devoção.


sábado, 7 de setembro de 2024

O Navio da Esperança


O Navio da Esperança

 

A neblina pairava sobre o porto de Gênova como um véu de luto, abafando os sussurros e soluços dos que se despediam. O homem apertava a mão da esposa, sentindo o frio do metal da aliança de casamento. Ao lado deles, três crianças olhavam para o horizonte, onde o vasto Atlântico prometia uma nova vida, enquanto a mãe dele, uma senhora viúva conhecida em família como nonna Pina, mantinha os olhos baixos, escondendo o desespero que crescia em seu peito. As ruas estreitas de Vicenza, a praça onde brincavam, a igreja onde se casaram, tudo isso ficava para trás, reduzido agora a lembranças dolorosas.

O Brasil, o El Dorado, era um sonho distante, vendido pelos agentes de imigração como a terra das oportunidades. Mas para o homem, o que começara como uma necessidade premente de fugir da fome e da miséria tornava-se, a cada quilômetro percorrido pelo mar, uma escolha amarga, uma traição silenciosa às raízes que nunca deixariam de sangrar.

Naquela longa e turbulenta viagem, as esperanças se misturavam ao medo. As águas revoltas do Atlântico espelhavam a tempestade de emoções que tomava conta daqueles corações exilados. As noites eram repletas de sonhos interrompidos, pesadelos onde a pátria parecia se distanciar cada vez mais. No fundo de seus pensamentos, sempre pairava a dúvida: teriam feito a escolha certa ao deixar a terra natal?

Ao desembarcar no porto de Rio Grande, foram recebidos por um calor sufocante e uma língua desconhecida que parecia um emaranhado de sons. A longa viagem de barco pelo Rio Jacuí até a colônia italiana na Serra Gaúcha era longo e árduo, através de estradas que não existiam e trilhas no meio da mata fechada. A terra, parecia ser fértil, mas necessitava de muito esforço para domá-la, os desafios eram muitos e surgiam a cada instante. O homem sentia o peso do mundo sobre seus ombros; a promessa de uma nova vida rapidamente se desfez diante da realidade brutal de derrubar a mata, cultivar um solo rebelde e enfrentar as doenças tropicais.

A esposa, sempre forte e silenciosa, cuidava da casa improvisada com uma dignidade que impressionava todos ao redor. Ela mantinha as tradições italianas vivas, tentava cozinhar pratos que evocavam o sabor de casa, mas o gosto sempre parecia faltar. A nonna Pina, por sua vez, via os dias se arrastarem, consumida por uma saudade que parecia um câncer na alma. Ela sonhava com o retorno, com as ruas de pedra, as vozes familiares, mas sabia, no fundo, que nunca mais veria sua pátria.

Os primeiros meses na colônia foram marcados por privações e trabalho incessante. As crianças, ainda pequenas, aprendiam a conviver com o barro e a dureza da vida rural. O homem e a mulher trabalhavam duro do amanhecer ao anoitecer, desbravando a mata, erguendo cercas, tentando domar uma terra que se recusava a ser conquistada. À noite, quando todos dormiam, ele se permitia olhar para o céu estrelado e imaginar que, em algum lugar distante, sua Itália também estava sob aquele mesmo céu, esperando por seu retorno.

O inverno na Serra Gaúcha era implacável. A família, mesmo acostumada com o clima gélido dos invernos do Veneto, sentiu o frio cortar seus corpos e almas pela falta de um abrigo mais fechado. As roupas eram inadequadas, as casas mal construídas deixavam passar o vento gelado, e as provisões escasseavam. A esposa cuidava das crianças como podia, envolvendo-as em mantas improvisadas, contando histórias ao redor do fogo para mantê-las aquecidas, tanto no corpo quanto no espírito.

Os dias passavam lentamente, e a saudade se tornava um companheiro constante. Nas noites silenciosas, a nonna murmurava rezas em italiano, suas mãos trêmulas apegando-se ao terço como um último elo com a terra que tanto amava. As crianças, embora jovens, percebiam o peso daquele fardo invisível que seus pais carregavam. Cresciam entre dois mundos: o das histórias e canções italianas, e o da realidade dura e implacável do Brasil.

O tempo transformou a colônia em um lugar de contrastes. Por um lado, agora trabalhavam na própria terra, nao dependiam de patrões e não precisavam mais dividir as colheitas. Havia a promessa de uma nova vida, de prosperidade e de um futuro melhor para os filhos. Por outro, a realidade de que cada dia ali era uma luta constante, uma batalha travada contra a natureza, contra a distância, contra a saudade. A terra que prometia tanto, entregava pouco. Os campos que deveriam florescer com vinhas e trigais estavam cobertos de ervas daninhas e pedras.

A cada carta recebida da Itália, a dor se renovava. As notícias de parentes que ficavam para trás, as festas e celebrações que não mais participavam, tudo isso servia para lembrar que estavam longe, muito longe de casa. O retorno, que no início parecia uma possibilidade real, foi se tornando um sonho cada vez mais distante. As economias que deveriam ser guardadas para a volta eram gastas em necessidades imediatas: ferramentas, remédios, comida.

As crianças, crescendo entre a cultura italiana dos pais e a brasileira que os cercava, começavam a perder o vínculo com a terra dos antepassados. Falavam um português com sotaque carregado, misturado com palavras italianas que não faziam sentido para os outros colonos. Era uma identidade em formação, um misto de dois mundos que nunca se encaixariam completamente.

O homem observava esse processo com tristeza. Via seus filhos se afastarem, pouco a pouco, das tradições que tanto prezava. O desejo de retornar à Itália tornou-se um peso esmagador. A cada ano que passava, a realidade de que nunca mais voltariam ficava mais clara. A Itália, com suas colinas verdes e vinhedos, não era mais uma opção. Estavam presos a uma terra que não os abraçava, mas que também não os deixava partir.

Os anos trouxeram mais dificuldades, mas também uma certa aceitação. A esposa, que no início lutava contra a realidade, agora se resignava. Encontrava força na família, na certeza de que, apesar de tudo, estavam juntos. A nonna, em seu leito de morte, pediu apenas uma coisa: que, onde quer que fossem enterrados, uma pequena porção de terra da Itália fosse colocada sobre seus corpos, para que, mesmo na morte, estivessem ligados ao lar que tanto amaram.

Com o tempo, a colônia começou a prosperar. As primeiras colheitas foram modestas, mas suficientes para alimentar a esperança. Os colonos se ajudavam mutuamente, criando uma comunidade onde o espírito de solidariedade era tão forte quanto o amor pela pátria distante. A igreja, construída com esforço coletivo, tornou-se o coração da colônia, onde todos se reuniam para rezar e manter viva a chama da fé.

O homem, agora envelhecido, olhava para a colônia com um misto de orgulho e tristeza. Havia criado raízes ali, mas sentia que uma parte de si sempre estaria em outro lugar. A esposa, ainda forte apesar dos anos, cuidava do lar com o mesmo zelo de sempre, mas seus olhos estavam cansados. As crianças, já crescidas, agora trabalhavam ao lado dos pais, mas sonhavam com um futuro diferente, mais moderno, menos ligado às tradições que sustentaram seus pais.

O sonho de retorno à Itália, um sonho que um dia foi vivo e pulsante, havia se transformado em uma lembrança amarga, um lamento silencioso que acompanharia a família para sempre. No entanto, a colônia continuava a crescer, e com ela, a nova geração que carregava no sangue a herança dos imigrantes, mas que também começava a forjar uma nova identidade, uma identidade brasileira.

No fim das contas, a vida na colônia italiana do Rio Grande do Sul era uma vida de adaptação e transformação. O que começou como um sonho de retorno se converteu em uma aceitação melancólica da nova realidade. O amor pela Itália permaneceu, mas agora dividido com o novo lar. A nonna, que tanto sonhou em voltar, encontrou a paz no solo brasileiro, onde foi sepultada sob uma pequena porção de terra italiana, trazida com carinho pelos seus parentes.

Os anos passaram, as gerações se sucederam, mas a história daqueles primeiros imigrantes, que lutaram contra a saudade e a adversidade para construir uma nova vida, foi transmitida de pai para filho, como um legado de coragem, fé e resiliência. E assim, entre montanhas e vales, sob o céu da Serra Gaúcha, a memória da Itália continuava a viver, nos corações e nas histórias daqueles que um dia sonharam em voltar, mas encontraram seu destino em terras brasileiras.



quarta-feira, 14 de agosto de 2024

Giorni di Attesa, Notti di Angoscia

 



Alla fine del XIX secolo, la promessa di una vita migliore nelle Americhe attirava migliaia di italiani, che lasciavano le loro terre nella speranza di un futuro più prospero. Tra questi, c'era la coppia Pietro e Maria, agricoltori del piccolo paese di Casale Monferrato, in Piemonte. Come molti altri, decisero di vendere tutto ciò che avevano per pagare il passaggio sul vapore che li avrebbe portati in Brasile, dove sognavano di ricominciare le loro vite.
Nel loro paese, furono avvicinati da un agente di viaggi che lavorava per una compagnia di navigazione. Dipinse un quadro idilliaco del nuovo mondo, promettendo terre fertili, lavoro abbondante e un futuro prospero per loro e il loro piccolo figlio Giovanni. Convinti dalle parole dell'agente, Pietro e Maria acquistarono i biglietti, pur sapendo che ciò significava rinunciare a quasi tutti i loro risparmi.
L'agente, tuttavia, aveva intenzioni che andavano oltre la semplice vendita di biglietti. Stabilì la data per l'arrivo della coppia a Genova molto prima del necessario, garantendo che trascorressero settimane nella città prima della partenza della nave. Al loro arrivo al porto, Pietro e Maria si trovarono in un caos: strade affollate di famiglie come la loro, che aspettavano di imbarcarsi per una nuova vita. Con la poca esperienza che avevano del mondo al di fuori del loro paese, non erano preparati a ciò che li attendeva.
Nei dintorni del porto, commercianti disonesti, in combutta con agenti di viaggio, sfruttavano la vulnerabilità degli emigranti. Gli hotel, le pensioni e i ristoranti locali erano pronti a sfruttare fino all'ultimo centesimo di coloro che cercavano rifugio e cibo mentre aspettavano di imbarcarsi. Le strade adiacenti al molo erano un ammasso di luoghi economici e mal conservati, dove le famiglie, già indebolite dal lungo viaggio fino al porto, si vedevano costrette a spendere i loro ultimi risparmi.
Pietro e Maria trovarono rifugio in una piccola pensione, una scelta quasi inevitabile, data la situazione. I giorni si trasformarono in settimane, e l'attesa divenne un tormento. Ogni notte passata in quel luogo significava meno denaro per ricominciare le loro vite in Brasile. La stanza che avevano affittato era umida e fredda, i letti duri e scomodi. Il cibo, venduto a prezzi esorbitanti, era scarso e di scarsa qualità. La salute di Giovanni iniziò a deteriorarsi, aggravando ulteriormente l'angoscia della coppia.
Per le strade intorno al porto, lo scenario era ancora più desolante. Le famiglie che non avevano soldi per pagare un rifugio si accalcavano sui marciapiedi, esposte al freddo e alla pioggia. Bambini affamati vagavano per le strade, mentre i loro genitori, disperati, cercavano di trovare un modo per sopravvivere fino al giorno dell'imbarco. L'attesa prolungata non era solo fisica, ma anche emotiva; ogni giorno sembrava trascinarsi interminabilmente, e il sogno di una nuova vita iniziava a svanire.
Maria, con Giovanni in braccio, trascorreva le giornate in preghiere silenziose, cercando di mantenere viva la speranza. Pietro, da parte sua, sentiva il peso della responsabilità, sapendo che ogni giorno che passava li allontanava sempre più dal sogno che li aveva portati a lasciare la loro terra natale. Il denaro che avevano risparmiato con tanto sforzo ora scompariva rapidamente, e la paura di non avere nulla all'arrivo in Brasile iniziava a tormentare i loro pensieri.
Finalmente, arrivò il giorno dell'imbarco. Il porto era pieno di famiglie esauste, indebolite dalla lunga attesa. Quando l'imponente vapore attraccò, ci fu un misto di sollievo e tristezza tra coloro che stavano per partire. Pietro, tenendo Giovanni con una mano e Maria con l'altra, guardò la nave con il cuore stretto. Stavano lasciando una terra che li aveva visti nascere, ma anche un'esperienza di sofferenza che avrebbe segnato per sempre le loro vite.
Per molti, l'imbarco rappresentava la speranza di una nuova vita, ma per altri, come coloro che non erano riusciti a pagare il biglietto o che erano rimasti senza denaro per imbarcarsi, il porto di Genova sarebbe diventato un simbolo di sogni distrutti. Le strade intorno al molo continuarono a testimoniare la sofferenza di coloro che, come Pietro e Maria, furono costretti ad affrontare un'attesa crudele, dove la speranza si mescolava con la delusione e la miseria.
Così, mentre il vapore partiva verso l'orizzonte, portando con sé i sogni e gli ultimi risparmi di tanti emigranti, il porto di Genova rimaneva indietro, un luogo dove molti lasciarono non solo la loro terra natale, ma anche una parte delle loro anime, consumate dalla lunga e dolorosa attesa.