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segunda-feira, 21 de setembro de 2026

Le Pietre del Cielo: La Storia di un Contadino di Pederobba Prima della Grande Emigrazione

 


Le Pietre del Cielo: La Storia di un Contadino di Pederobba Prima della Grande Emigrazione

«Prima che gli italiani partissero per sempre, c’erano uomini che partivano soltanto per una stagione. Domenico era uno di loro.»

A Pederobba, nel Trevigiano, vi era un tempo in cui il mondo sembrava finire là dove terminavano i sentieri conosciuti. Per gli uomini delle campagne, la vita aveva confini precisi: la casa, la chiesa, i campi, il mercato, il fiume, le colline e, più lontano, le montagne che chiudevano l’orizzonte come una grande muraglia. Al di là di quelle montagne esistevano altri paesi, altre lingue, altre usanze e altre possibilità di lavoro, ma nessuno pensava ancora all’oceano. L’America era una parola troppo grande per entrare nei pensieri quotidiani di un contadino veneto. I porti erano lontani, le traversate appartenevano alle storie dei marinai e dei mercanti, e l’idea di lasciare per sempre la propria terra non aveva ancora assunto la forma di quel fenomeno che, qualche decennio più tardi, avrebbe cambiato per sempre il destino di intere famiglie. Gli uomini partivano, sì. Ma partivano per tornare. Erano i rondinelli, come venivano chiamati con una parola che sembrava contenere tutta la loro sorte. Come le rondini, uscivano in primavera e ritornavano quando l’autunno annunciava il freddo. Andavano verso il Tirolo e le terre dell’Impero austro-ungarico, verso la Francia, verso il Belgio e verso altri luoghi dove vi fosse bisogno di braccia. Portavano con sé pochi oggetti, qualche indumento, un pezzo di pane, forse un coltello, e soprattutto la speranza di guadagnare abbastanza da riportare a casa qualche moneta. Non erano emigranti nel senso che questa parola avrebbe assunto in seguito. Erano uomini che cercavano lavoro oltre il confine e che, nella loro mente, avevano già stabilito il giorno del ritorno. Fra questi uomini ve ne erano alcuni che partivano per necessità, altri per abitudine e altri ancora perché avevano compreso prima degli altri che la terra, nel Veneto rurale, stava diventando sempre più piccola. Uno di questi uomini era Domenico, che in famiglia tutti chiamavano Menego. Viveva a Pederobba con Maria Augusta, sua moglie, e con i loro cinque figli, tutti ancora piccoli. Menego era un contadino di quelli che si potevano incontrare allora in ogni contrada: magro, robusto, abituato al lavoro e al silenzio. Aveva mani che sembravano fatte più per la terra che per qualsiasi altra cosa. Le dita erano larghe, la pelle indurita e screpolata, le unghie portavano sempre qualche traccia del lavoro del giorno precedente. Non possedeva molto. E ciò che possedeva era stato ridotto, lentamente e senza rumore, dalle generazioni. Suo padre aveva ereditato un terreno che un tempo era stato abbastanza grande per mantenere una famiglia. Ma poi erano arrivati i figli, e dopo i figli erano arrivati i nipoti. La terra era stata divisa, ancora divisa e nuovamente divisa. Ogni erede aveva ricevuto la propria parte, come stabilivano gli usi e le necessità delle famiglie. Così, nel corso degli anni, una proprietà che un tempo poteva essere percorsa senza fermarsi era diventata una successione di piccoli appezzamenti separati, strisce di terra che sembravano quasi disegnate con un coltello. Un pezzo di campo per il mais. Una piccola vigna. Qualche albero da frutto. Un prato dove il fieno veniva raccolto con cura. Un piccolo spazio destinato agli animali. Nulla andava perduto. La terra era avara, ma l’uomo doveva esserlo ancora di più. Menego conosceva ogni metro dei suoi campi. Sapeva dove il terreno era più umido, dove l’acqua tendeva a ristagnare, dove il mais cresceva meglio e dove invece le radici faticavano. Conosceva gli alberi uno per uno. Sapeva quale produceva frutti migliori e quale doveva essere potato. Aveva imparato tutto da suo padre, e suo padre aveva imparato dal nonno. Non vi erano libri. La conoscenza passava dalle mani, dagli occhi e dalla memoria. Passava attraverso frasi brevi pronunciate mentre si lavorava. Passava attraverso l’osservazione del cielo. Per un contadino, il cielo non era semplicemente il luogo delle nuvole. Era un calendario, un avvertimento, una promessa e talvolta una minaccia. Menego sapeva leggere i segni del tempo. Sapeva quando la pioggia sarebbe arrivata dalle montagne e quando il vento avrebbe asciugato i campi. Sapeva riconoscere il temporale estivo e sapeva che una grandinata poteva distruggere in pochi minuti ciò che mesi di lavoro avevano prodotto. Ma c’era una cosa che non aveva mai visto. E proprio quella cosa avrebbe cambiato il corso della sua vita. Maria Augusta era diversa da lui. Non perché fosse meno forte, ma perché la sua forza aveva un’altra forma. Menego affrontava la terra; lei affrontava ogni giorno la casa, i bambini, gli animali, il bucato, il fuoco, il pane e tutto ciò che impediva alla famiglia di cadere nella miseria assoluta. Aveva imparato a risparmiare prima ancora di imparare a contare. Sapeva trasformare poco in qualcosa che sembrava abbastanza. Se c’era poca farina, preparava la polenta più sottile. Se mancava il companatico, trovava una cipolla, qualche erba, un po’ di latte. Nulla era sprecato. La povertà insegnava una forma di intelligenza che non si trovava nei libri. I cinque bambini erano il centro della loro vita e, nello stesso tempo, la loro maggiore preoccupazione. Ogni figlio significava una bocca in più, ma significava anche un paio di mani che, un giorno, avrebbero potuto lavorare. Tuttavia quel giorno era ancora lontano. Il più piccolo dormiva in un semplice lettino di legno che Menego aveva costruito con alcune tavole recuperate. Gli altri dormivano insieme, perché nelle case contadine lo spazio non era una cosa che si possedeva: era qualcosa che si divideva. La loro casa era piccola, con le pareti semplici e il tetto di tegole di terracotta. Le tegole erano spesse e pesanti, fatte per resistere alle piogge, alla neve e ai venti delle stagioni. Menego si fidava di quel tetto. Era una delle poche cose della sua vita che considerava sicure. Non sapeva ancora quanto potesse essere fragile ciò che sembra più solido. Quell’anno la primavera era stata favorevole. Il mais era cresciuto bene. Le viti promettevano grappoli abbondanti. Gli alberi del piccolo frutteto avevano dato frutti in quantità superiore a quella che Menego si aspettava. Per settimane aveva guardato il campo con una soddisfazione che non mostrava quasi mai. Non era un uomo incline ai grandi entusiasmi. Ma quella volta aveva cominciato a fare conti nella propria mente. Se il raccolto fosse stato buono, avrebbero avuto mais sufficiente per l’inverno. Forse sarebbe rimasto qualcosa da vendere. Forse Maria Augusta avrebbe potuto comprare del tessuto per i bambini. Forse avrebbero potuto sistemare alcune parti della casa che da anni aspettavano di essere riparate. Forse, per una volta, l’inverno non avrebbe avuto l’aspetto di un nemico. Ma il cielo aveva altri progetti. Nel pomeriggio di quel giorno, l’aria cambiò. Non fu un cambiamento improvviso, almeno all’inizio. Il vento si fermò. Gli uccelli smisero di cantare. Le foglie degli alberi rimasero immobili. Una luce grigia cominciò a scendere sulle colline. Menego alzò gli occhi verso le montagne. Conosceva quella luce. Conosceva quei silenzi. «Arriva un temporale», disse. Maria Augusta uscì dalla porta. Guardò il cielo e poi i bambini. «Portiamoli dentro.» Non ebbero il tempo di fare altro. Il primo tuono arrivò come un colpo di cannone. I bambini corsero verso la casa. Menego si voltò verso il campo. Una goccia pesante cadde sulla sua fronte. Poi un’altra. Poi il cielo si aprì. La prima grandine sembrò quasi normale. Chicchi piccoli, bianchi, che rimbalzavano sul terreno. Poi arrivarono gli altri. Il rumore aumentò rapidamente fino a diventare assordante. Non era più il suono della pioggia. Era come se migliaia di pietre venissero lanciate contemporaneamente contro la terra. Menego corse verso la casa. Una tegola si spezzò. Poi un’altra. Un chicco enorme colpì il muro e rimbalzò sul terreno. Un animale nel piccolo ricovero cominciò a urlare. Le galline correvano senza direzione. Alcune caddero morte. Maria Augusta afferrò i bambini e li spinse verso il punto più sicuro della casa. «State qui!» gridò. Una nuova pietra sfondò una tegola e cadde sul pavimento. Poi un’altra entrò attraverso il tetto. Menego guardò verso l’alto e capì che quelle vecchie tegole, che per anni avevano resistito a ogni inverno, non sarebbero bastate. Il tetto cominciò a cedere. L’acqua entrava ormai da più punti. I bambini piangevano. Il più grande cercava di non farlo, ma tremava. Il più piccolo urlava. Maria Augusta li raccolse tutti vicino a sé. Menego avrebbe voluto proteggerli, ma non c’era nulla contro cui combattere. Non poteva fermare il cielo. Non poteva fermare le pietre. Non poteva difendere il raccolto. Per la prima volta nella sua vita, un uomo abituato a risolvere i problemi con le proprie mani si trovava davanti a una forza contro la quale le mani non servivano a nulla. Poteva soltanto aspettare. La grandinata durò pochi minuti. Ma per Menego quei minuti furono abbastanza lunghi da sembrare un’intera notte. Quando il rumore finalmente cessò, nessuno parlò. Rimase soltanto il rumore dell’acqua che cadeva attraverso i buchi del tetto. Poi il pianto dei bambini. Poi il respiro affannoso degli animali. Menego aprì lentamente la porta. Fuori, il mondo era bianco. Non bianco di neve. Bianco di ghiaccio. Il terreno era coperto da una quantità incredibile di chicchi. Alcuni avevano ancora una forma quasi perfetta. Menego ne raccolse uno. Lo osservò. Era grande quanto un uovo. Ne trovò un altro ancora più grande. Alcuni, avrebbe raccontato fino alla fine dei suoi giorni, erano grandi quasi quanto un’arancia. Gli anziani del paese avevano raccontato storie simili. Da bambino, Menego li aveva ascoltati seduto vicino al fuoco. Dicevano che una volta era caduta dal cielo una grandine grande come mele, capace di distruggere i campi e uccidere gli animali. Lui aveva ascoltato con rispetto, ma non ci aveva creduto del tutto. «I vecchi esagerano», pensava. Gli uomini anziani amavano trasformare i ricordi in leggende. Ogni inverno sembrava più freddo di quello precedente. Ogni raccolto perso diventava il peggiore della vita. Ogni temporale cresceva nella memoria. Ma quella volta non vi era bisogno di memoria. Menego aveva davanti agli occhi la prova. Le pietre erano lì. Il campo era lì. Le galline morte erano lì. Il tetto distrutto era sopra la sua testa. La grandine aveva strappato le foglie dalle viti, spezzato le piante del mais e rovinato quasi tutto ciò che la famiglia avrebbe dovuto mangiare nei mesi successivi. Gli animali feriti giacevano nei ricoveri. Le poche galline rimaste erano rannicchiate in un angolo. Una delle bestie aveva una ferita profonda sul fianco. Maria Augusta passò la notte a occuparsi degli animali, mentre Menego cercava di coprire alla meglio i buchi del tetto. I bambini furono sistemati tutti insieme nella parte della casa che sembrava ancora sicura. Nessuno dormì veramente. Al mattino la devastazione apparve ancora più terribile. Il mais era a terra. La vigna sembrava essere stata colpita da una lama invisibile. Il frutteto aveva perso molti rami. I frutti erano sparsi nel fango. Il tetto avrebbe richiesto settimane di lavoro e denaro che non avevano. Ma il problema più grave era il campo. Un tetto poteva essere riparato. Un muro poteva essere ricostruito. Un animale poteva, forse, guarire. Ma il raccolto perso non poteva essere recuperato. Menego raccolse il mais rimasto. Maria Augusta cercò di salvare ciò che poteva essere trasformato in cibo. La famiglia lavorò per giorni. Nessuno si lamentò. Nelle case povere ci si lamentava poco, perché il lamento non produceva farina. Produceva soltanto altro dolore. Una sera, quando i bambini erano già addormentati, Maria Augusta si sedette accanto al marito. Menego aveva davanti un piccolo sacchetto di monete. Lo aprì, contò e ricontò. Poi rimase immobile. Maria Augusta capì. «Non basta», disse. Menego scosse la testa. «Non basta per l’inverno.» Lei guardò verso la stanza dove dormivano i bambini. «Che cosa faremo?» Menego rimase in silenzio. Poi pronunciò una frase che avrebbe cambiato, lentamente, il destino della famiglia. «Partirò.» Maria Augusta non chiese dove. Lo sapeva. Altri uomini erano già partiti. Alcuni erano andati verso le terre austriache. Altri verso la Francia. Altri ancora avevano raggiunto il Belgio, dove vi erano cantieri, miniere e lavori pesanti che richiedevano braccia robuste. Partivano nella bella stagione e cercavano di tornare prima dell’inverno. Erano i rondinelli. Andavano via con la convinzione di ritornare. La loro partenza non era ancora una rottura. Era una parentesi. «Per quanto tempo?» domandò Maria Augusta. «Fino a quando avremo abbastanza per passare l’inverno.» «E se non sarà abbastanza?» Menego guardò le proprie mani. «Resterò un altro po’.» Maria Augusta abbassò gli occhi. Non pianse. Aveva imparato che le lacrime non fermavano un uomo quando il bisogno lo spingeva sulla strada. Nei giorni successivi Menego preparò la partenza. Non aveva una valigia. Aveva una piccola bisaccia. Mise dentro una camicia, un paio di calzoni, qualche pezzo di pane e un coltello. Maria Augusta aggiunse di nascosto una piccola immagine sacra. Prima che partisse, gli mise in mano una medaglietta. Menego la guardò. «Non ne ho bisogno», disse. «Io penso di sì», rispose lei. Fu tutto. Non ci fu una grande scena. Non c'erano fotografie, non c'erano valigie, non c'erano treni speciali per gli emigranti. C'era soltanto una strada e un uomo che si allontanava da una casa dove cinque bambini lo guardavano partire. Il figlio maggiore cercava di sembrare adulto. Gli altri non comprendevano del tutto perché il padre dovesse andare via. Il più piccolo piangeva. Menego si voltò una sola volta. Vide Maria Augusta sulla porta. Non disse nulla. Alzò una mano e continuò a camminare. Quel gesto era il principio di una nuova vita, anche se nessuno dei due lo sapeva. Menego non stava emigrando. Non ancora. Stava andando a cercare lavoro. La distinzione, allora, era fondamentale. Chi partiva per alcuni mesi non aveva necessariamente l'intenzione di cambiare patria. Voleva soltanto guadagnare ciò che la propria terra non era più capace di offrire. I rondinelli rappresentavano una forma di adattamento a una povertà che non era ancora diventata esodo. Le famiglie restavano nelle loro case. I campi rimanevano coltivati. Le donne tenevano insieme la casa e i bambini. Gli uomini partivano e tornavano. Era un equilibrio difficile, ma ancora possibile. Menego camminò per giorni insieme ad altri uomini. Alcuni conosceva. Altri li incontrò lungo il cammino. Tutti avevano la stessa storia con nomi diversi. Una famiglia numerosa. Una terra insufficiente. Un raccolto incerto. Un debito. Una casa che necessitava di riparazioni. Una moglie che aspettava. Un padre anziano che non poteva più lavorare. Gli uomini parlavano poco dei sentimenti. Parlavano di salari. Di lavoro. Di distanze. Di quanto costasse mangiare. Di quanto si potesse risparmiare. Era così che si misurava la vita. Menego arrivò in Francia. Il lavoro era duro. Ma ogni sera, quando si sdraiava stanco, pensava alla casa. Pensava ai figli. Pensava alla vigna. Pensava al campo distrutto. Pensava soprattutto a Maria Augusta. La distanza rendeva ogni cosa più precisa. A casa, una moglie poteva sembrare parte della vita quotidiana. Lontano, diventava improvvisamente il centro della memoria. Menego guadagnava poco, ma guadagnava più di quanto avrebbe potuto guadagnare restando. Ogni moneta veniva conservata. Quando finalmente riuscì a mandare a casa una somma sufficiente per comprare mais e riparare il tetto, provò una soddisfazione che non aveva mai conosciuto. Aveva fatto ciò che doveva. Ma quando tornò, comprese che qualcosa era cambiato. Non nella casa. Non nella moglie. Non nei figli. Era cambiato dentro di lui. Aveva visto il mondo oltre le montagne. Aveva capito che esistevano luoghi in cui un uomo povero poteva guadagnare più che nel proprio paese. Aveva scoperto che il confine non era la fine del mondo. Era soltanto una linea tracciata dagli uomini. Tornò a Pederobba prima dell'inverno. I bambini gli corsero incontro. Maria Augusta rimase sulla soglia. Menego posò la bisaccia e prese in braccio il più piccolo. Per alcuni giorni la casa tornò a essere quella di prima. Ma non era più la stessa. Negli anni successivi Menego partì ancora. Ogni primavera la famiglia sapeva che sarebbe arrivato il momento. I bambini impararono a riconoscere il periodo della partenza del padre. Maria Augusta imparò a vivere con l'assenza. Menego imparò a vivere con la nostalgia. Era una vita fatta di ritorni. E forse proprio per questo la nostalgia non diventava ancora disperazione. C'era sempre la certezza che, se Dio avesse voluto e il lavoro fosse andato bene, l'uomo sarebbe tornato. Ma nel frattempo qualcosa stava cambiando nel Veneto. Le famiglie crescevano. Le eredità si dividevano. I campi diventavano sempre più piccoli. La terra che aveva nutrito una famiglia cominciava a non bastare per due. Quella che era bastata a due generazioni prima non bastava più alla terza. Le montagne erano le stesse. I villaggi erano gli stessi. Le chiese erano le stesse. Ma il numero delle persone aumentava e la terra no. La povertà non arrivava sempre come una calamità improvvisa. Talvolta arrivava lentamente, quasi senza essere notata. Era nella porzione di campo più piccola ricevuta dal figlio. Era nel sacco di mais che finiva prima. Era nel debito che si trascinava da un inverno all'altro. Era nel paio di scarpe che non poteva essere sostituito. Era nel figlio che, diventato adulto, non aveva terra sufficiente per costruire la propria famiglia. Menego comprese tutto questo con il passare degli anni. Una sera, mentre camminava con il figlio maggiore lungo il confine del campo, si fermò. Guardò le strisce di terra. «Tuo nonno aveva più terra di me», disse. Il figlio annuì. «Io ne ho meno di lui.» «E tu?» Il giovane guardò il padre. Menego indicò il terreno. «Tu ne avrai meno di me.» Il figlio non disse nulla. Menego continuò: «E quando avrai dei figli, che cosa resterà loro?» Il ragazzo abbassò gli occhi. Non era una domanda alla quale si potesse rispondere. La risposta era nella terra stessa. E quella terra, un tempo promessa di sicurezza, cominciava a diventare una condanna. Fu allora che Menego comprese una verità che avrebbe impiegato anni a formulare: non era soltanto la grandine ad aver distrutto il raccolto. Era l'intero sistema di vita a essere diventato fragile. Una grandinata poteva distruggere un anno. La frammentazione della terra poteva distruggere un futuro. Il primo era un disastro che arrivava dal cielo. Il secondo era un problema che nasceva lentamente dagli uomini e dalle generazioni. E nessuno dei due poteva essere affrontato con le sole mani. Gli anni passarono. I figli crebbero. Alcuni rimasero legati alla terra. Altri cominciarono a pensare al lavoro fuori dal paese. La parola «partire» acquistò un significato nuovo. Non significava più soltanto andare via per qualche mese. Cominciava a significare cercare una vita diversa. Nel frattempo, il mondo diventava più grande. Le strade miglioravano. Le ferrovie avvicinavano luoghi che un tempo sembravano irraggiungibili. I porti diventavano più importanti. Le notizie viaggiavano più rapidamente. E, poco alla volta, il continente europeo avrebbe aperto davanti ai contadini veneti possibilità che le generazioni precedenti non avevano mai immaginato. Ma Menego apparteneva ancora a un tempo antico. Un tempo nel quale un uomo poteva partire con una bisaccia e tornare con qualche moneta. Un tempo nel quale la casa natale era ancora il centro dell'universo. Un tempo nel quale la parola America non era ancora una promessa concreta per il contadino di Pederobba. Eppure, guardando indietro, si potrebbe dire che il destino dell'emigrazione italiana fosse già presente in quelle piccole partenze stagionali. I rondinelli avevano aperto le prime strade. Avevano dimostrato che era possibile vivere per qualche tempo fuori dalla propria terra e guadagnare denaro altrove. Avevano imparato lingue straniere, conosciuto città diverse, visto fabbriche, cantieri e miniere. Avevano portato a casa racconti e nuove idee. Avevano soprattutto portato a casa denaro. E il denaro, nelle campagne povere, aveva un potere immenso: dimostrava che il lavoro poteva avere un valore diverso oltre il confine. Così la migrazione stagionale divenne, lentamente, una scuola dell'emigrazione. Gli uomini imparavano a partire. Le donne imparavano ad aspettare. I bambini imparavano che il padre poteva essere lontano per mesi. Le famiglie imparavano a vivere tra due luoghi. E quando, qualche decennio più tardi, sarebbero comparsi i grandi flussi migratori verso le Americhe, molte di quelle famiglie avrebbero già avuto dentro di sé una memoria della partenza. Menego non vide l'oceano. Non salì su un piroscafo. Non attraversò l'Atlantico. La sua storia appartiene a una generazione precedente, a quella degli uomini che ancora credevano nel ritorno. Ma la sua vita contiene, in piccolo, le ragioni che avrebbero spinto milioni di italiani a partire. La terra insufficiente. Le famiglie numerose. Le eredità divise. I raccolti incerti. Le calamità naturali. I salari bassi. La necessità di trovare altrove ciò che il proprio paese non riusciva a garantire. E soprattutto il desiderio di dare ai figli una possibilità che il padre non aveva avuto. Molti anni dopo quella terribile grandinata, quando Menego era ormai vecchio, qualcuno gli domandò ancora di quella notte. Era una storia che aveva raccontato tante volte. Forse troppe. Ma ogni volta che arrivava al momento della grandine, la sua voce cambiava. Diceva che i chicchi erano grandi come uova. Poi aggiungeva che alcuni erano grandi quasi come arance. Qualcuno sorrideva, pensando all'esagerazione di un vecchio. Menego allora si irritava. «Io li ho visti», diceva. «Li ho raccolti con queste mani.» E mostrava le mani, ormai deformate dagli anni di lavoro. Poi raccontava delle tegole distrutte, degli animali feriti, delle galline morte e del campo ridotto a terra battuta. Ma quando arrivava alla parte della partenza, la sua voce diventava più bassa. Non parlava della Francia. Non parlava del denaro. Parlava dei bambini. «La cosa peggiore», diceva, «era chiudere la porta sapendo che loro mi guardavano dalla finestra.» Maria Augusta, quando era ancora viva, non amava che Menego raccontasse quella parte. Diceva che il dolore apparteneva a loro e non agli altri. Ma i figli ricordavano. Ricordavano il padre che partiva. Ricordavano la madre che rimaneva. Ricordavano il silenzio della casa dopo la partenza. Ricordavano anche il giorno del ritorno. Forse fu proprio in quei giorni che nacque, senza che nessuno lo sapesse, una nuova idea della famiglia. Una famiglia non più legata soltanto a un campo, ma capace di sopravvivere anche quando uno dei suoi membri era lontano. Era un cambiamento piccolo, quasi invisibile. Ma le grandi trasformazioni storiche spesso cominciano così. Non nelle sale dei governi. Non nei discorsi dei potenti. Cominciano nella cucina di una casa contadina, quando una donna divide il pane in assenza del marito. Cominciano sulla strada, quando un uomo mette una bisaccia sulle spalle. Cominciano davanti a un campo distrutto, quando un padre comprende che dovrà andare lontano per comprare il cibo dei propri figli. La grande emigrazione italiana sarebbe arrivata più tardi. Sarebbero venuti i treni carichi di famiglie, i porti affollati, le lunghe traversate, le nuove terre, le lettere dall'altra parte dell'oceano, le fotografie inviate a casa, i cognomi pronunciati con accenti diversi e le comunità italiane costruite lontano dai campanili d'origine. Sarebbero venuti il Brasile, l'Argentina, gli Stati Uniti e altri paesi. Sarebbe arrivato il tempo in cui partire avrebbe significato, per molti, non tornare più. Ma prima di tutto questo vi erano uomini come Menego. Uomini che non avevano ancora deciso di abbandonare la propria patria. Uomini che partivano soltanto per una stagione. Uomini che tornavano con qualche moneta cucita nella cintura e con il desiderio di ricominciare a lavorare la propria terra. Erano le prime rondini di una migrazione che ancora non aveva imparato a chiamarsi esodo. E quando Menego, ormai vecchio, guardava le montagne di Pederobba, vedeva ancora la casa, la vigna e il campo. Ma forse, dentro di sé, vedeva anche quella sera lontana in cui il cielo aveva cominciato a cadere. La grandine era durata pochi minuti. Le conseguenze erano durate una vita. Quella notte aveva distrutto il raccolto, ma aveva anche aperto una porta che Menego non aveva mai pensato di attraversare. Per la prima volta aveva lasciato il paese non per curiosità, non per avventura, non per desiderio di conoscere il mondo, ma perché la sua famiglia aveva bisogno di lui altrove. E questa, forse, è la vera storia di tante migrazioni: non cominciano quando un uomo decide di cercare un nuovo paese. Cominciano quando il paese in cui è nato non riesce più a offrirgli abbastanza per proteggere coloro che ama. Menego rimase fedele alla sua terra fino alla fine. Ma aveva imparato che amare una terra non significa necessariamente poter vivere di essa. E quella lezione, silenziosa e dolorosa, sarebbe stata imparata da migliaia di altri contadini veneti negli anni che stavano per venire. Prima le rondini. Poi gli emigranti. Prima la partenza stagionale. Poi l'addio. Prima la speranza di tornare. Poi il coraggio di ricominciare altrove. E tutto, per Menego, era cominciato in una notte d'estate, quando dal cielo erano cadute pietre grandi come uova e alcune, come avrebbe raccontato fino alla fine dei suoi giorni, grandi quasi quanto arance.

sábado, 29 de agosto de 2026

Il Rosario di Legno d’Olivo: la storia toccante di un emigrante italiano in Brasile che attraversa generazioni


Il Rosario di Legno d’Olivo

«Ci sono oggetti che attraversano oceani. Altri attraversano generazioni. Un semplice rosario è riuscito a fare entrambe le cose.»

C’erano oggetti che non entravano nei bagagli degli emigranti italiani perché erano più grandi delle valigie di legno, più pesanti dei bauli rinforzati da strisce di ferro e più difficili da dichiarare nei porti di Genova o di Napoli. Erano i ricordi. Questi viaggiavano nascosti tra le pieghe dell’anima. Ma c’era un piccolo oggetto che riusciva a portare con sé tutto ciò che il cuore non sopportava di abbandonare: un rosario di legno d’olivo.

Nella primavera del 1887, quando le colline del Veneto mostravano ancora i primi verdi dopo un inverno severo, Giuseppe Bellini si inginocchiò per l’ultima volta davanti alla piccola immagine della Vergine che c’era nella cucina di casa sua. La povertà aveva già consumato quasi tutto. Il raccolto era fallito più volte di seguito. Le tasse sembravano crescere più in fretta del grano. Molti giovani erano già partiti. Altri preparavano il viaggio verso un paese lontano chiamato Brasile, dove dicevano esistessero foreste infinite e terre che ricompensavano lo sforzo degli uomini.

Sua madre tolse dal muro un vecchio rosario. Non era d’argento, né possedeva medaglie preziose. Le grani erano stati intagliati, decenni prima, dal nonno di Giuseppe, usando un pezzo del tronco di un olivo piantato ancora ai tempi del bisnonno. Ogni grano conservava piccole imperfezioni lasciate dal coltello. Il filo era stato sostituito diverse volte, ma il legno rimaneva intatto, scurito dalle mani di quattro generazioni che avevano pregato davanti alle stesse afflizioni.

Quando gli mise il rosario nelle mani, non fece discorsi. Le madri contadine del XIX secolo sapevano che esistono addii che diventano più piccoli quando le parole insistono a comparire. Baciò soltanto il crocifisso di legno e chiuse lentamente le dita di lui su quelle piccole grani. Era come consegnare tutta la storia della famiglia in qualcosa che stava nel palmo della mano.

Giorni dopo, Giuseppe si imbarcò a Genova. Il vapore proseguì lentamente verso l’Atlantico portando centinaia di famiglie strette tra la speranza e la paura. Le sistemazioni di terza classe erano anguste, umide e poco ventilate. L’odore del carbone si mescolava al sale del mare, al sudore e alle lacrime silenziose di chi cominciava a comprendere che la linea dell’orizzonte poteva anche separare per sempre una vita dall’altra.

Nelle notti più agitate della traversata, quando la nave sembrava scomparire tra le onde e molti bambini piangevano vinti dal mal di mare, Giuseppe cercava il rosario nella tasca del cappotto. Non aveva bisogno di pregare ad alta voce. Bastava far scorrere le grani con le dita. Ognuna sembrava restituire un pezzo della casa lasciata alle spalle: il suono della campana della piccola chiesa, il fumo che usciva dal camino, gli olivi antichi che ondeggiano al vento, l’odore del pane tolto dal forno da sua madre.

Dopo settimane sull’oceano, la nave entrò finalmente nella Baia di Guanabara. Per molti quello era l’inizio di una nuova esistenza. Eppure nessuno sbarcava completamente. Una parte dell’anima rimaneva per sempre sull’altra sponda dell’Atlantico.

Vennero poi i cammini difficili fino alle colonie del sud del Brasile. Salite interminabili per la Serra Gaúcha, carri impantanati, sentieri aperti a colpi d’ascia, baracche improvvisate tra alberi giganteschi. Il lavoro cominciava prima dell’alba e finiva quando il buio nascondeva già i tronchi appena abbattuti. La terra era fertile, ma esigeva dagli uomini un prezzo alto: anni di sudore prima di offrire il primo conforto.

Il rosario accompagnava Giuseppe in ogni tappa. Restava appeso vicino al giaciglio di legno durante la notte. Andava nascosto in tasca mentre abbatteva i pini. Tornava nelle mani callose quando qualche malattia portava via un vicino o quando un bambino veniva sepolto sotto una croce semplice di legno grezzo, così lontano dai cimiteri dove riposavano i suoi antenati.

Il tempo, quell’artigiano invisibile, trasformò il ragazzo in uomo e poi in vecchio. Le mani si indurirono. I capelli imbiancarono. La foresta arretrò davanti alle coltivazioni. Piccole cappelle sorsero dove prima c’era solo selva fitta. Vennero i figli, poi i nipoti. La lingua portoghese cominciò lentamente a dividere lo spazio con il dialetto appreso nell’infanzia. Molte cose cambiarono. Solo il rosario sembrava invecchiare senza perdere la memoria.

In un pomeriggio freddo d’inverno, molti anni dopo, Giuseppe si accorse che il suo respiro non aveva più la stessa forza. Chiamò il figlio maggiore. Dalla tasca estrasse il vecchio rosario di legno d’olivo. Le grani erano lisce come pietre di fiume, levigate da migliaia di Ave Maria pregati durante la traversata dell’oceano e nelle notti silenziose della colonia.

Glielo consegnò senza fare raccomandazioni. Non era necessario. Alcuni oggetti sanno parlare meglio dei loro padroni. Il figlio comprese che non riceveva soltanto uno strumento di preghiera. Riceveva il coraggio del nonno che lo aveva scolpito, la fede della nonna che lo aveva baciato nell’addio, la sofferenza di coloro che avevano attraversato l’Atlantico e la speranza di coloro che avevano fatto nascere una nuova casa dove prima esisteva soltanto foresta.

Oggi, forse, quel rosario non esiste più. Il legno può essere stato vinto dal tempo. Il filo forse si è spezzato. Le grani possono essere scomparse tra traslochi, eredità e dimenticanze. Ma ci sono cose che non muoiono quando scompaiono. Continuano a vivere in ciò che hanno aiutato a costruire.

Ogni volta che un discendente di immigrati italiani entra in un’antica chiesa della Serra Gaúcha, osserva un vigneto carico d’uva o ascolta la campana di una cappella perduta tra i colli, forse senza rendersene conto sta di nuovo toccando quel vecchio rosario di legno d’olivo. Perché certi alberi attraversano oceani senza mai lasciare il luogo in cui sono nati. Continuano a fiorire dentro la memoria di coloro che hanno compreso che la vera patria non è soltanto la terra dove si nasce, ma anche la fede che si porta con sé quando tutto il resto è rimasto indietro.

Nota dell’Autore

Sebbene questa cronaca dialoghi con fatti, costumi e circostanze storicamente fedeli al grande movimento dell’immigrazione italiana in Brasile, tutti i nomi di persone e famiglie in essa presentati sono fittizi. Sono stati creati per preservare la libertà letteraria della narrazione e, al tempo stesso, rappresentare simbolicamente le migliaia di famiglie anonime che lasciarono l’Italia tra le ultime decadi del XIX secolo e l’inizio del XX in cerca di una vita degna nelle terre brasiliane.

Nel corso di decenni di ricerca sull’immigrazione italiana, ho percorso musei, centri della memoria, archivi storici e antiche comunità coloniali. Ho letto centinaia di lettere inviate dall’America all’Italia, biglietti piegati dal tempo, registri parrocchiali, diari e documenti che sono sopravvissuti all’oblio grazie allo zelo di discendenti e istituzioni dedicate alla conservazione di questa straordinaria epopea umana. In quasi tutte queste testimonianze ho trovato racconti sulla fame, sulla nostalgia, sulla speranza, sulla fede e sul lavoro. Ma, tra tante pagine, furono proprio i piccoli oggetti — un rosario, una fotografia, una medaglia, un fazzoletto ricamato, una Bibbia o un crocifisso — quelli che più mi impressionarono. Quasi mai occupano i libri di Storia, ma restano silenziosamente presenti nelle storie delle famiglie.

Fu questa constatazione che mi portò a scrivere Il Rosario di Legno d’Olivo. Non per narrare la traiettoria di un eroe straordinario, ma per rendere omaggio ai gesti discreti che sostennero un’intera generazione di emigranti. Spesso, ciò che attraversò l’oceano non fu soltanto una valigia o un documento, ma un simbolo della fede, della memoria e del legame con la terra lasciata alle spalle.

Se questa narrazione riuscirà a destare nel lettore il desiderio di ricordare i propri antenati, di conversare con i più anziani della famiglia, di visitare un museo dell’immigrazione o di aprire una vecchia scatola dove riposano fotografie e ricordi dimenticati, allora avrà raggiunto il suo scopo. Perché la grande storia dell’immigrazione italiana non è stata costruita soltanto da imprese grandiose, ma anche da piccoli oggetti carichi d’amore, che sono sopravvissuti al tempo per raccontare, in silenzio, ciò che le parole non riescono più a dire.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta

👉 Se questa cronaca ha toccato il tuo cuore, condividila. Ogni lettura aiuta a tenere viva la memoria degli uomini e delle donne che portarono l’Italia nel petto e costruirono una nuova casa in Brasile.

domingo, 23 de agosto de 2026

The Homeland That Never Arrived - An Italian Immigrant Story in Brazil



The Homeland That Never Arrived - An Italian Immigrant Story in Brazil


“They crossed the ocean in search of land and hope, only to discover that the homeland they had imagined might never exist where they arrived.”


Lorenzo Vianello was born in a small village in the municipality of Cesiomaggiore, in the Belluno Alps of northern Italy. It was a mountain community where winters were long, the fields were small, and a family could work hard all year and still have too little to eat. Lorenzo was the middle son in a family of eight. His grandfather had once served as a soldier under the Austrian Empire, and his mother had died giving birth to her seventh child. His father worked with stone. His mother had spun wool until illness and exhaustion took their toll.
For families like Lorenzo’s, life after Italian unification did not immediately bring prosperity. Italy had become one nation, but poverty remained deeply rooted in the countryside. Taxes were heavy, land was scarce, and small farmers often had little protection against a failed harvest. In the villages of the Veneto, the new kingdom could feel very distant from the lives of ordinary people.
By the age of eighteen, Lorenzo knew how to handle a hoe, repair a stone wall, and endure a winter with too little food. He also understood something else: he was unlikely to inherit enough land to support a family of his own. At twenty-six, he married Angela Dalla Rosa, the daughter of a cooper. Within three years they had two children. Each harvest seemed to bring another debt.
Then came the news from Brazil.
People spoke of land, work, transportation, and the possibility of starting again. Recruiters and government immigration programs presented Brazil as a place where poor European families could become small landowners. To people who had spent generations struggling over a few acres, the word “colony” could sound less like exile than opportunity.
Lorenzo and Angela decided to leave.
They sold whatever they could spare. What remained was wrapped in linen and placed in two old wooden trunks. The family traveled to Genoa, carrying with them clothing, a few personal belongings, religious objects, and the uncertain hope that their children might have a different future.
They sailed on a gray October morning with other emigrants from northern Italy. The crossing lasted more than a month. Life aboard ship was difficult, especially for families with children. Food was basic, water was rationed, and the crowded conditions made illness a constant fear. At night, when one of the children coughed, Angela would wake and listen. There was little she could do except wait for morning.
Brazil was still far away.
When they finally reached the port of Rio de Janeiro, the journey was not yet over. They underwent medical inspection, registration, and customs procedures before being directed toward the immigrant facilities used by newcomers. The Hospedaria de Imigrantes da Ilha das Flores, established by the imperial government in 1883, received immigrants arriving after long ocean voyages and provided temporary accommodation before they continued toward their final destinations.
For Lorenzo, the experience was another reminder that immigration was not a single journey. It was a series of journeys, each one taking him farther from everything he knew.
After another leg of travel, the family continued southward toward Santa Catarina. Their destination was Urussanga, one of the Italian settlements developing in the region. Urussanga had been founded in 1878, and immigrants from northern Italy, including people from the Veneto, Lombardy, Friuli, and Trentino, were among those who helped establish the colony.
The final journey was nothing like the orderly arrival Lorenzo had imagined. There were carts, rough roads, forest trails, mud, and long stretches on foot. The deeper they went, the farther away the old world seemed.
Urussanga was not yet the town that later generations would know. It was a settlement being carved out of the Atlantic Forest. Roads were limited, houses were primitive, and much of the work of building a community remained to be done.
Lorenzo returned to the work he knew best. He worked with stone and soon found employment assisting a government surveying team responsible for measuring and organizing lots for the settlers. Among the workers was Michele, a Sicilian whose accent marked him as clearly foreign as Lorenzo’s northern dialect marked him as Venetian.
For several days Lorenzo helped register newly arrived immigrants. The work was exhausting, but the money in his hands seemed almost unreal. For the first time in his life, he had been paid for work that required skill rather than simply endurance.
Yet the money did not erase his disappointment.
Some of the promises made to immigrants proved more complicated than the recruiters had suggested. Payments could be delayed. Administrative decisions made far away could take months to reach the colonies. Requests from immigrants could disappear into official correspondence. The distance between the capital and the settlements was measured not only in miles but also in time.
The immigrants had crossed an ocean to become settlers, but they were still foreigners in Brazil.
Urussanga, however, was growing. The first settlers had arrived only a few years earlier, and the colony was gradually acquiring the elements of a permanent community. Paths became roads. Small houses appeared among the trees. Water-powered mills helped process grain. A chapel became a place where families could gather, pray, baptize their children, and preserve traditions brought from Europe.
The settlement did not become a town overnight. It was built one wall, one field, one roof, and one family at a time.
Lorenzo built his own house with his hands.
There was no architect to guide him and no experienced builder to solve every problem. He relied on the skills he had learned in Italy and on the practical knowledge of men who were learning together how to build in a completely different environment.
His children watched him work.
They carried small pieces of material, learned how tools were used, and understood early that life in the colony depended upon the work of everyone. Childhood was not separated from the demands of the household. The children learned because the family needed them to learn.
Little by little, the forest gave way to fields and buildings. A community began to emerge where previously there had been only trails and trees. The immigrants had not brought much with them, but they carried languages, religious traditions, farming knowledge, recipes, memories, and the determination to make the unfamiliar land feel like home.
That process was not without conflict.
One June, Father Luigi arrived from Cimitile, in Campania. He came on a mule along the difficult roads and trails that connected the settlements. He carried a wooden crucifix and the authority of the Catholic Church.
For many colonists, his arrival brought comfort. The immigrants had left behind churches, priests, saints' days, baptisms, marriages, and the familiar rhythm of Catholic life. In the middle of the forest, a priest could restore some of that lost order.
But Lorenzo saw another side.
The priest expected attendance at Mass and obedience to religious customs. He criticized certain dances and Sunday celebrations and was wary of close social relations between the Italian settlers and local people. To Lorenzo, the priest represented more than religion. He represented authority.
The conflict was subtle rather than open.
Lorenzo allowed his children to be baptized. He respected the faith of his family. But he did not forget what poverty and authority had looked like in Italy. He had crossed the ocean because he wanted his children to have more freedom than he had known.
He listened to the priest.
He simply did not surrender his judgment to him.
Then death came.
On May 24, a young immigrant from Santo Stefano di Cadore died after a short illness. He was only twenty-two years old. There was no doctor nearby and little medicine available. The settlers relied on whatever treatments they knew, along with prayers and the hope that the fever would pass.
It did not.
The young man died at dawn.
There was no elaborate funeral. The settlement was too young, the distance too great, and the circumstances too harsh. A few neighbors gathered. Some prayed quietly in their dialect. Others simply stood in silence.
Lorenzo made the wooden cross.
He cut the timber himself and placed the cross beside the path. It carried no elaborate inscription. It was simple, crooked, and exposed to the weather.
But it marked a life.
Lorenzo stood beside it for a long time. He knew that the forest would eventually cover the path. Rain would wash away footprints. Plants would grow around the grave. In time, perhaps no one would know exactly who had died there.
But the cross remained.
For Lorenzo, that was enough.
In a new land without the familiar churches, cemeteries, streets, and landmarks of home, remembering the dead became one of the few ways the immigrants could preserve their past.
Meanwhile, the promises surrounding immigration continued to create disappointment.
Government policies changed. Officials were replaced. Instructions issued in Rio de Janeiro could take a long time to reach distant colonies. Circulars concerning immigration and the possibility of bringing relatives from Italy could inspire hope without producing immediate results. For families separated by the Atlantic, bureaucracy could be as painful as distance itself.
Lorenzo continued to write.
His letters to his older brother in Santo Stefano were not letters of triumph. He did not describe Brazil as a paradise. He wrote about the mud, the illnesses, the difficult land, the conflicts among settlers, the exhausting work, and the uncertainty of the future.
He also wrote about the things that had begun to matter to him.
The house.
The fields.
His children.
The first signs of a community.
The grave beside the path.
He did not pretend that Brazil had fulfilled every promise.
But neither could he pretend that returning to Italy would solve everything.
His letters always came back to the same idea, expressed in the rough language of an immigrant who carried the sound of the Veneto with him:
“Se vivo ’ntel Brasile, è perché in Itàlia si moriva pègio.”
“If I live in Brazil, it is because life in Italy was worse.”
The sentence was not a celebration of Brazil.
It was a justification for leaving.
Lorenzo had not crossed the Atlantic because he believed he was entering paradise. He had crossed because remaining behind had become unbearable. Brazil had not given him the homeland he imagined. It had given him something harder and more complicated: a place where he would have to build a new life with his own hands.
The homeland he had dreamed about had never arrived.
The forest had arrived.
The work had arrived.
The loneliness had arrived.
But so had his children, his house, his neighbors, his faith, and the first stones of a community that would outlive him.
Perhaps that was the truth Lorenzo eventually understood.
An immigrant does not always find a homeland.
Sometimes he has to build one.


Author’s Note

This is a work of historical fiction inspired by the documented experience of Italian immigration to southern Brazil in the nineteenth century. Lorenzo Vianello, Angela Dalla Rosa, Michele, Father Luigi, and the specific events of their lives are fictional characters created for this narrative. They represent experiences that were shared, in different forms, by many Italian immigrants who crossed the Atlantic during the great migration of the late nineteenth century.
The historical setting, however, is grounded in the real circumstances of immigration to Brazil. Urussanga was established in southern Santa Catarina in 1878 and became an important center of Italian settlement, receiving immigrants from northern Italian regions including the Veneto, Lombardy, Friuli, and Trentino. The Hospedaria de Imigrantes da Ilha das Flores, established in 1883, was one of the principal facilities through which immigrants arriving in Rio de Janeiro were received and directed toward their destinations.

The letters, conversations, personal details, and individual episodes presented here are part of the fictional construction of Lorenzo's life. They are intended to convey the emotional and social reality of immigration rather than to present a previously documented biography.
For many Italian emigrants, Brazil was not the paradise described in recruitment campaigns or imagined from thousands of miles away. It could mean land and opportunity, but it could also mean isolation, exhausting work, disease, cultural dislocation, and the painful realization that leaving the old country did not automatically create a new home.
That is the meaning behind the title The Homeland That Never Arrived.
The homeland
existed first in the imagination — in letters, promises, maps, and dreams. When the immigrants finally arrived, they found something very different.
They found the forest.
They found the hoe.
They found the uncertainty.
And, eventually, if they survived and remained, they began to build something that had not been promised to them at all: a homeland of their own.
This story is an attempt to listen to the voices behind that transformation.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quinta-feira, 20 de agosto de 2026

La valigia di cartone: simbolo dell’emigrazione italiana

La umile valigia di cartone è diventata uno dei più grandi simboli dell’emigrazione italiana, portando con sé sogni, nostalgie e il desiderio di ricominciare.


La valigia di cartone: simbolo dell’emigrazione italiana

«A volte, una vecchia valigia di cartone legata con una corda trasportava più di semplici vestiti. Portava un’intera famiglia, un paese, una lingua, una nostalgia e la speranza di costruire un nuovo futuro senza dimenticare le proprie radici.»

Per molti anni ho pensato che la povertà avesse un suono. Poi ho scoperto che aveva un odore. Era l’odore del cartone umido delle valigie legate con la corda, mescolato al profumo del pane appena uscito dal forno che le madri insistevano a nascondere tra i vestiti dei figli. Forse per questo, ogni volta che vedo una vecchia valigia abbandonata in una soffitta o in una vetrina di museo, non scòrgo un oggetto. Vedo un’intera famiglia che respira al suo interno.

Quella valigia non era mai stata fatta per durare. Il cartone si ammorbidiva sotto la pioggia, gli angoli si strappavano, la maniglia feriva le mani. Bastava un solo viaggio perché invecchiasse di vent’anni. Eppure reggeva un peso che nessuna valigia di cuoio avrebbe potuto portare: la speranza.

Dentro c’era poco. Due camicie. Un cappotto. Un paio di scarpe lucidiate la sera prima della partenza. La fotografia della famiglia davanti alla chiesa del paese, dove tutti cercavano di apparire felici per ingannare il fotografo e forse se stessi. Un rosario consumato dalle dita della nonna. E un pezzo di pane avvolto nella carta della panetteria, che continuava a profumare della cucina di casa anche quando il treno già attraversava le montagne.

Nessuno partiva perché desiderava conoscere il mondo. Il mondo era troppo grande per chi non era mai uscito dal proprio villaggio. Si partiva perché la terra non nutriva più i figli, perché l’inverno sembrava più lungo dei raccolti e perché la fame ha una strana capacità di convincere anche gli uomini più attaccati alle proprie radici.

Le stazioni ferroviarie d’Italia impararono presto il linguaggio degli addii. C’era sempre una madre che tratteneva il pianto fino all’ultimo istante. Un padre che faceva finta di cercare qualcosa in tasca solo per nascondere gli occhi umidi. Fratelli piccoli che non capivano perché quell’abbraccio durasse tanto. Poi il fischio del treno compiva il lavoro che nessuno aveva il coraggio di fare. Separava i corpi prima che il cuore potesse accettare la distanza.

I binari portavano migliaia di persone verso il nord d’Italia. Altri proseguivano fino in Germania, in Svizzera, in Belgio. La destinazione cambiava. La storia rimaneva la stessa.

Il freddo sembrava più intenso perché era vissuto da soli. Le parole straniere cadevano sulle orecchie come pietre senza significato. Nelle fabbriche le macchine parlavano più forte degli uomini. Nei cantieri il cemento induriva prima che la schiena riuscisse a riposare. Le mani imparavano in fretta il linguaggio degli attrezzi. Il cuore, quello impiegava molto di più a imparare la lingua della nostalgia.

Alla fine di ogni mese si ripeteva un rituale silenzioso. La busta della paga veniva aperta con un rispetto quasi religioso. Poche banconote restavano in tasca. Quasi tutte tornavano a casa. Era quel denaro che comprava medicine per la madre, quaderni per i fratelli, semi per il piccolo podere o qualche tegola nuova per impedire alla pioggia di entrare in cucina. C’erano uomini che costruivano edifici in paesi ricchi mentre sognavano soltanto di riparare il tetto della propria casa.

La domenica arrivava portando un riposo che non era mai completo. In una stanza in affitto, illuminata da una lampadina gialla, l’emigrante avvicinava la sedia al tavolo. La fotografia della famiglia stava davanti a lui come una visita silenziosa. Allora cominciava a scrivere.

Le lettere mentivano sempre un poco.

Dicevano che andava tutto bene. Che il lavoro era buono. Che il cibo era abbondante. Che l’inverno non dava fastidio. Nessuna di esse raccontava delle mani screpolate dal cemento, della solitudine delle notti lunghe o delle lacrime asciugate discretamente prima che cadessero sulla carta. Le madri, però, leggevano molto oltre le parole. Scoprivano la verità nell’inclinazione delle lettere, negli spazi più ampi tra una frase e l’altra, nella fretta o nella lentezza della calligrafia. Ci sono donne che imparano a sentire anche il silenzio dell’inchiostro.

La valigia restava sotto il letto per tutto l’anno. Non veniva mai del tutto disfatta. Chi vive lontano da casa impara ad abitare in modo provvisorio. Non compra molti mobili. Non mette radici profonde. Vive come chi aspetta un treno che forse tarderà anni, ma che certamente arriverà.

Poi arrivava agosto.

Le stesse stazioni si riempivano di nuovo delle vecchie valigie di cartone. Erano più consumate, più ammaccate, alcune rattoppate con un’altra corda. Ma ora portavano piccoli regali comprati dopo molti mesi di risparmi: un orologio per il padre, un bel tessuto per la madre da cui cucire un vestito, cioccolatini per i bambini, una radio che avrebbe riunito tutto il vicinato nelle sere di domenica.

Nulla, però, aveva più valore dell’uomo che tornava.

La madre preparava fin dal mattino tutto ciò di cui il figlio era ghiotto. Il sugo bolliva lentamente. Il pane usciva dal forno. Il vino attendeva sul tavolo. L’intera casa sembrava cucinare nostalgia.

Quando finalmente appariva al cancello, nessuno faceva discorsi. Le parole sono sempre piccole davanti alle grandi emozioni. Bastava l’abbraccio. Un abbraccio lungo, stretto, silenzioso, di quelli che riescono a restituire, in pochi secondi, tutti i giorni che la distanza aveva rubato.

Qualche giorno dopo arrivava un altro addio.

La valigia veniva di nuovo chiusa.

La corda veniva stretta di nuovo con un nodo saldo, come se potesse impedire alla speranza di sfuggire durante il viaggio. La madre posava la mano sul coperchio per un istante. Non per controllare se fosse ben chiusa. Lo faceva perché ogni madre crede, in segreto, che un poco del suo affetto possa viaggiare nascosto tra i vestiti del figlio.

Forse l’Italia moderna è stata costruita da ingegneri, industriali e politici. Ma sospetto che le sue vere fondamenta siano cominciate molto prima, sulle banchine delle piccole stazioni ferroviarie, dove migliaia di giovani salirono a bordo portando soltanto una valigia di cartone legata con una corda e un coraggio più grande della paura.

E ancora oggi, quando incontro una di queste vecchie valigie abbandonata in qualche angolo, ho l’impressione che continui ad aspettare il prossimo treno. Non perché ci sia ancora qualcuno che debba partire, ma perché certi oggetti non terminano mai il loro viaggio. Diventano memoria. E la memoria, come la speranza, non ha mai avuto bisogno di cuoio fine per attraversare il tempo.

Nota dell’autore

È comune immaginare l’emigrazione italiana come un’unica grande traversata dell’Atlantico. La storia, però, cominciò molto prima che le navi puntassero verso le Americhe. Per decenni milioni di italiani conobbero prima una forma diversa di esilio: l’emigrazione temporanea. Erano giovani uomini che lasciavano i loro paesi per lavorare nelle fabbriche del nord d’Italia, nelle miniere del Belgio, nei cantieri di Germania, Francia o Svizzera. Partivano in primavera, tornavano l’estate successiva o a Natale, portando un po’ di denaro per sostenere la famiglia e la speranza che quel sacrificio fosse soltanto passeggero.

Ma gli anni passavano, e la povertà restava.

Nella seconda metà del XIX secolo e nei primi decenni del XX, l’Italia rurale viveva sotto il peso di raccolti incerti, proprietà sempre più piccole divise tra molti eredi, tasse elevate, crisi agricole e una popolazione che cresceva più rapidamente di quanto la terra fosse capace di nutrire. In molte regioni, soprattutto nel Veneto, nel Friuli, nel Trentino e in parti della Lombardia e del Piemonte, lavorare dall’alba al tramonto non bastava più a garantire il pane quotidiano.

Fu allora che il viaggio provvisorio cominciò a trasformarsi in un addio definitivo.

Quando un padre si rendeva conto che non sarebbe mai riuscito a offrire un pezzo di terra ai figli, quando una madre comprendeva che il loro futuro sarebbe stato soltanto ripetere la stessa lotta delle generazioni precedenti, l’oceano smetteva di apparire un ostacolo e diventava un’opportunità. Il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, gli Stati Uniti e tante altre destinazioni sorgevano come luoghi dove c’era ancora spazio per ricominciare.

Pochi emigranti credevano di abbandonare l’Italia. In realtà immaginavano di portarla con sé.

Dentro le valigie di cartone viaggiava molto più dei vestiti. Seguivano il dialetto imparato in grembo alla madre, le ricette preparate la domenica, la fede, le feste del santo patrono, le canzoni popolari, gli attrezzi del mestiere, i semi nascosti tra gli oggetti e un modo molto particolare di intendere la famiglia, il lavoro e la vita.

Quando sbarcarono dall’altra parte dell’oceano, non trapiantarono soltanto persone.

Trapiantarono intere strade che continuavano a esistere solo nella memoria. Ricostruirono chiese simili a quelle dei loro paesi. Diedero alle nuove comunità i nomi dei santi delle antiche parrocchie. Piantarono vigne dove prima c’era soltanto bosco, eressero case di pietra che ricordavano le montagne da cui erano partiti e conservarono, per generazioni, una lingua che la stessa Italia, con il passare del tempo, avrebbe cominciato a dimenticare.

La nostalgia divenne una forma di architettura.

Ogni cappella costruita, ogni tavola che riuniva la famiglia la domenica, ogni vendemmia, ogni forno del pane e ogni campana che riecheggiava su una nuova colonia erano modi silenziosi di dire che la terra natale continuava a vivere, anche se separata da un intero oceano.

Questa cronaca è un omaggio a quegli uomini e a quelle donne che compresero una delle verità più dolorose della condizione umana: a volte è necessario lasciare la propria terra per garantire che le proprie radici sopravvivano.

E forse è questo il più grande paradosso dell’immigrazione italiana.

Partirono per non tornare più, ma fu proprio partendo che riuscirono a impedire che la loro identità scomparisse. Non abbandonarono i loro paesi. Li portarono con sé. E, dove trovarono un pezzo di terra fertile e la libertà di ricominciare, fecero nascere una nuova Italia, piantata dall’altra parte dell’oceano, irrigata dalla memoria, dal lavoro e dalla speranza.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



segunda-feira, 17 de agosto de 2026

Nata a Bordo – La Storia di Luigia Pavan, Immigrata Veneta Nata nell’Oceano


Nata a Bordo – La Storia di Luigia Pavan Immigrata Veneta Nata nell’Oceano


Ci sono vite che appartengono interamente a una terra. Altre sembrano nascere dal passaggio stesso. Non affondano le prime radici in un campo, né respirano la prima aria sotto il campanile di un paese. Iniziano cullate dal continuo dondolio dell’oceano, tra un continente che scompare all’orizzonte e un altro che è ancora solo una promessa. Così cominciò la storia di Luigia Pavan, una bambina che aprì gli occhi sul mondo quando il mondo intorno a lei era soltanto acqua, cielo e speranza.

I suoi genitori, Francesco Pavan e Rosa, erano originari di Spinimbecco, piccola frazione di Villa Bartolomea, in provincia di Verona. Per generazioni le loro famiglie vissero sulle rive dell’Adige, dove le acque larghe e lente alimentavano estese risaie. Il paesaggio aveva una bellezza silenziosa. All’alba la nebbia si alzava dai campi allagati come un velo delicato, nascondendo per un attimo il duro lavoro di coloro che, fin prima del sorgere del sole, immergevano i piedi nell’acqua fredda per coltivare una ricchezza che quasi mai apparteneva a loro.

La terra produceva riso in abbondanza, ma distribuiva povertà tra chi la lavorava. Le giornate erano lunghe, i salari scarsi, e bastava una piena dell’Adige o un raccolto fallito perché mesi di fatica sparissero sotto la stessa acqua che sosteneva la coltivazione. Francesco aveva imparato presto che il sudore non sempre veniva ricompensato. Rosa conosceva, fin da bambina, la rassegnazione stampata sul volto delle donne che rammendavano abiti logori mentre immaginavano un futuro migliore per i figli.

Fu in questo scenario che il Brasile cominciò ad apparire come una parola carica di speranza. Non era la promessa di ricchezza a sedurre quelle famiglie. Era qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più prezioso: possedere un piccolo pezzo di terra dove il frutto del lavoro appartenesse alla propria famiglia. Era un sogno modesto per chi non aveva mai avuto il diritto di sognare in grande.

Arrivò allora il giorno dell’addio. Non ci furono discorsi né grandi gesti. Ci furono abbracci lunghi, lacrime discrete e un ultimo sguardo gettato alle acque dell’Adige, che avrebbero continuato a scorrere indifferenti alla partenza di quei contadini. Le campane della chiesa di Santa Maria Assunta suonarono come in qualsiasi altra mattina, le rondini solcarono il cielo di sempre e il paese rimase immobile, mentre alcuni dei suoi figli camminavano verso un destino che forse non avrebbe mai permesso loro di tornare.

Rosa portava con sé un segreto prezioso. Sotto il vestito semplice cresceva una bambina che già stava facendo il viaggio senza conoscerlo. Mentre la madre lasciava l’Italia alle spalle, la figlia andava verso un paese che ancora non esisteva nella sua memoria. C’era qualcosa di profondamente simbolico in quella traversata. Una generazione chiudeva la sua storia in Europa proprio mentre un’altra cominciava a scriverla sull’oceano.

La nave si trasformò in un piccolo paese galleggiante. Centinaia di emigranti condividevano lo stesso ponte, gli stessi timori e la stessa speranza. C’erano accenti diversi del Veneto, della Lombardia, del Trentino e del Friuli, ma la nostalgia aveva una lingua comune. Di notte molti restavano a guardare il cielo, cercando nelle stelle qualche conforto per la distanza che aumentava ogni giorno. L’Atlantico sembrava infinito, e la sua immensità insegnava a tutti la vera misura del coraggio.

I giorni si succedevano lentamente, cullati dal rumore delle macchine e dal continuo movimento delle onde. L’odore del carbone si mescolava al sale, al legno umido e al respiro di centinaia di persone confinate in spazi stretti. Eppure, in mezzo alle difficoltà, nascevano piccoli gesti di solidarietà che rendevano il viaggio sopportabile. Un pezzo di pane diviso, una canzone intonata in dialetto, una preghiera detta insieme ricordavano che nessuno attraversava l’oceano completamente solo.

Fu in mezzo a quell’immensità azzurra che Rosa sentì le prime doglie.

Il mare non interruppe il suo dondolio. La nave continuò ad avanzare come se ignorasse l’avvenimento straordinario che si svolgeva al suo interno. Alcune donne, abituate ai parti semplici dei paesi veneti, corsero in aiuto della giovane madre. Improvisarono un piccolo spazio di privacy tra tende, coperte e bauli. Non c’era conforto, soltanto esperienza, coraggio e fede.

Per ore l’unico orologio fu il ritmo delle onde.

Poi, quando la notte aveva già avvolto l’Atlantico, un pianto spezzò il silenzio.

Era un suono piccolo di fronte alla vastità dell’oceano, ma abbastanza forte da trasformare lo stato d’animo di tutti i passeggeri. Uomini abituati al lavoro pesante sorrisero senza rendersene conto. Donne asciugarono discretamente le lacrime. Bambini si avvicinarono curiosi. Per la prima volta da quando avevano lasciato l’Italia, tutti avevano davanti a sé una prova concreta che la vita era capace di fiorire anche nei luoghi più improbabili.

La chiamarono Luigia, in onore della nonna.

Non era nata a Spinimbecco, anche se portava nel sangue la memoria delle rive dell’Adige. E non era ancora veramente brasiliana, perché non conosceva neppure il continente che l’aspettava. La sua prima patria fu quella nave perduta nell’Atlantico, dove il cielo faceva da tetto e il mare sostituiva qualsiasi confine disegnato dagli uomini.

Forse nessuno dei presenti comprese pienamente il significato di quella nascita. Eppure c’era lì una potente metafora dell’immigrazione. Mentre gli adulti camminavano ancora tra la nostalgia e la speranza, Luigia apparteneva già interamente al futuro. La sua vita cominciava esattamente nel punto in cui il passato cessava di avere dominio sul destino della famiglia.

Giorni dopo, quando la costa brasiliana apparve finalmente all’orizzonte, il cuore di quegli emigranti tornò ad accelerare. Alcuni pregarono in silenzio. Altri contemplarono soltanto la linea scura della terraferma. Francesco prese la figlia tra le braccia e forse comprese, in quell’istante, che non avrebbe mai potuto offrirle le risaie di Spinimbecco, le acque tranquille dell’Adige o le campane della vecchia chiesa di Villa Bartolomea. In compenso, poteva darle qualcosa che i suoi antenati non avevano mai posseduto: la possibilità di costruire una vita su terre proprie.

Con il passare degli anni le risaie italiane lasciarono il posto alle foreste brasiliane. L’ascia sostituì la zappa dei campi allagati. Poi arrivarono le viti, accompagnate dal mais, dal grano e dai vigneti che cominciarono a disegnare il paesaggio delle colonie italiane del sud del Brasile. Le mani rimasero callose, ma ora ogni albero abbattuto e ogni seme gettato nel suolo portavano un senso diverso. Lo sforzo smetteva di arricchire altri uomini per costruire il patrimonio della propria famiglia.

Molte volte chiesero a Luigia dove fosse nata.

Rispondere a quella domanda forse non è mai stato semplice. Poteva nominare la nave, ricordare l’Atlantico o indicare, con un sorriso sereno, che il suo primo atto di nascita era stato scritto dalle onde. Dopo tutto, ci sono persone la cui origine non sta interamente in una carta geografica.

L’oceano viene di solito ricordato come la grande distanza tra l’Italia e il Brasile. Per Luigia Pavan, invece, fu molto di più. Fu la prima culla, il primo paesaggio, il primo orizzonte. Mentre per i suoi genitori rappresentava l’addio, per lei significava l’inizio.

Forse è questa la lezione più grande lasciata dagli immigrati. La speranza non aspetta condizioni perfette per esistere. Nasce dove trova coraggio. A volte germoglia in una piccola casa di pietra sulle rive dell’Adige. Altre volte fiorisce tra lo scricchiolio di una nave e il rumore incessante delle onde dell’Atlantico.

E così, molto prima di toccare la terra brasiliana, Luigia Pavan era già arrivata alla sua destinazione. Perché ci sono bambini che nascono in una patria. E ce ne sono altri, molto rari, che nascono nella speranza stessa.

Nota dell’Autore

Poche decisioni richiesero tanto coraggio agli immigrati italiani quanto imbarcarsi verso l’ignoto portando con sé un bambino ancora da nascere. Oggi, quando pensiamo a una gravidanza, immaginiamo visite mediche, esami e ospedali. Alla fine dell’Ottocento, però, la realtà era un’altra. Per molte donne contadine del Veneto la gravidanza seguiva il ritmo del lavoro pesante, della scarsità e della necessità. I campi non aspettavano, e la povertà nemmeno.

Non erano rari i consigli perché una gestante restasse in Italia fino alla nascita del figlio. Genitori, fratelli e vicini temevano i rischi di una traversata oceanica che poteva durare quattro o cinque settimane, soggetta a tempeste, caldo soffocante, alimentazione limitata e condizioni igieniche precarie. Un parto in alto mare rappresentava una possibilità reale e spaventosa, lontana da qualsiasi medico o risorsa che ispirasse sicurezza.

Eppure molte famiglie concludevano che rimandare il viaggio significava perdere l’opportunità di una nuova vita. I biglietti erano cari, i contratti di immigrazione avevano date precise e, spesso, il marito non poteva aspettare mesi per partire. Restare significava continuare a essere prigionieri della stessa povertà che li aveva spinti ad abbandonare la loro terra. Partire, anche di fronte al pericolo, era un atto di speranza.

Immagino Rosa Pavan mentre ascoltava le raccomandazioni di chi la amava. Certamente qualcuno le chiese prudenza. Qualcuno suggerì di aspettare. Qualcuno forse pianse vedendola partire con il ventre già avanzato. Eppure ci sono momenti in cui l’amore per un figlio non si manifesta solo nel desiderio di proteggerlo, ma anche nel coraggio di offrirgli un futuro diverso, anche se questo obbliga una madre ad affrontare le proprie paure.

Luigia nacque prima di conoscere qualsiasi patria, ma la sua storia ci ricorda anche la straordinaria forza delle donne dell’immigrazione. Furono loro ad attraversare oceani portando figli tra le braccia, in grembo o nel ventre; a affrontare malattie, nostalgie e incertezze senza rinunciare alla speranza. Forse per questo, quando studiamo l’epopea dell’immigrazione italiana, è impossibile comprenderne la grandezza senza riconoscere il ruolo silenzioso di queste madri, il cui coraggio raramente appare nei documenti, ma rimane vivo nella memoria dei loro discendenti.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quarta-feira, 12 de agosto de 2026

Occupational Italian Surnames from Ancient Veneto

 


Occupational Italian Surnames from Ancient Veneto

When a Trade Became a Surname in Ancient Veneto

"Before they inherited land or wealth, many Italian families inherited what best represented their ancestors: the work that gave them a name and an identity through the centuries."


Avogrado = lawyer
Barbieri = barber
Batadori = wheat threshers
Becari = butcher
Berrettaro = hat maker and seller
Bottaio = barrel maker
Bottaro = maker of barrels and vats
Cantore = singer
Capraro = goat breeder
Carer = cartwright – maker of carts and wheels
Cogo = cook
Cordai = rope maker
Cuoiaio = leather tanner
Fabbro = blacksmith
Gallinaro = chicken breeder and seller
Gratarole = corn shellers
Gripolaro = scraper of wine barrel sediment
Marangoni = carpenter
Masciaro or Mazin = pig slaughterer
Mezzadro = sharecropper (one who practiced mezzadria)
Mondine = rice planters and harvesters
Mugnai = miller
Munaro = grain miller working in a mill
Muratori = mason who built walls and masonry structures
Murer = mason
Ombrelai = umbrella maker and repairer
Osti = workers in taverns, restaurants, and inns
Pegoraro = sheep breeder and shepherd
Pescatore = fisherman
Petinini = wool or hemp carders
Sallaroli = workers involved in preserving food with salt
Sartore = tailor
Sartori = tailors
Scarpari = shoemaker
Scognamiglio = corn thresher
Scopino = broom and brush maker and seller
Scotellaro = bowl maker and seller
Scrivano = clerk or scribe
Segantini = hay cutters using a sickle (falce)
Semenzaio = seed seller
Spelumin = goose feather plucker
Stagnino = traveling pot repairer and tinsmith
Stagnino = pot repairer
Tessaro = weaver
Vaccari = cattle breeder
Vasaro = pottery maker
Viero = maker of glass and glass objects


Author's Note

Throughout medieval and early modern Italy, particularly in the Veneto region, surnames often emerged from the occupations that defined a family's place within the community. Long before hereditary family names became fixed, people were commonly identified by the work they performed: the blacksmith, the miller, the tailor, the carpenter, the shepherd, or the fisherman. Over generations, these occupational descriptions gradually evolved into permanent surnames.

As a result, many Italian surnames still preserve the memory of ancient trades that were essential to everyday life. Names such as Fabbro, Sartori, Marangoni, Pegoraro, Muratori, Munaro, and dozens of others are more than simple family names—they are living historical records of the skills, crafts, and professions that shaped rural and urban society for centuries.

For descendants of Italian immigrants around the world, especially those whose ancestors came from Veneto, these surnames represent a direct connection to their family's origins. They remind us that behind every name was once a person whose work provided not only a livelihood but also an identity that endured across generations and eventually crossed oceans.

Understanding the meaning of these occupational surnames enriches genealogical research and offers a deeper appreciation of the social history of Italy, where the dignity of labor became an enduring part of family heritage.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta 


terça-feira, 11 de agosto de 2026

From the Veneto to the Fourth Colony - The Saga of Italian Immigrants in Rio Grande do Sul

 


From the Veneto to the Fourth Colony - The Saga of Italian Immigrants in Rio Grande do Sul

“Between the silence of the forest and the strength of memory, the Fourth Colony became living proof that no people is lost when it carries its roots with it.”

In the late nineteenth century, thousands of peasant families from northern Italy—especially the Veneto provinces of Treviso, Vicenza, Padova, Belluno, and Rovigo—packed what little they owned and boarded ships bound for Brazil. Land was scarce at home. Farms were being endlessly divided among heirs. Opportunities for a better life for their children were vanishing. Across the ocean, the Brazilian Empire was recruiting European farmers to settle its sparsely populated southern frontier.

They became the pioneers of the Fourth Colony of Italian Immigration, founded in 1877 and first called Colônia Silveira Martins. It was the fourth major organized Italian settlement in Rio Grande do Sul, following the regions that would grow into Caxias do Sul, Bento Gonçalves, and Garibaldi.

What they found was not a ready-made paradise. After a grueling Atlantic crossing and further travel by river and rough trails, they stepped into dense native forest with almost no roads, houses, or infrastructure. Everything had to be built from nothing: trails cut through the woods, trees felled, first cabins raised, first crops planted. Isolation, disease, scarce supplies, and the sheer physical labor demanded extraordinary resolve. Men, women, and children worked side by side. While adults cleared land, communities raised schools, chapels, and gathering places that kept their language, faith, and sense of belonging alive.

Among them were families from the Polesine region of Rovigo. Their mark remains visible today in the municipality of São João do Polêsine and in places like Vale Vêneto—names that still carry the memory of the lands left behind.

The settlers did more than survive. They preserved what mattered most. Distinctive cooking, homemade wine, cheese, and cured meats, lively family gatherings, and deep Catholic faith became the heartbeat of the colony. The café colonial—a generous table of homemade foods—grew into a living symbol of that inheritance. Wayside shrines, grottos, and modest chapels dotted the hills. Processions and patron-saint festivals strengthened community bonds. Even monumental churches, such as the Church of Corpus Christi in Vale Vêneto, rose in small rural settlements, testifying to the central place of faith.

Over time, the system of small family farms brought a measure of independence. Mixed farming protected them from depending on any single crop. Roads improved, techniques modernized, and commerce grew. Today the Fourth Colony encompasses the municipalities of Silveira Martins, Faxinal do Soturno, Ivorá, Nova Palma, Dona Francisca, Pinhal Grande, Restinga Seca, and São João do Polêsine. Its valleys, hills, and remaining forest form a landscape where nature and history still walk together.

Museums keep the memory tangible. In São João do Polêsine, the Eduardo Marcuzzo Italian Immigrant Museum holds objects, photographs, and documents of the early settlers. In Nova Palma, the Padre Luiz Sponchiado Museum has become one of the most important research centers on Italian immigration in the state, helping thousands of descendants reconstruct their family trees. Cultural tourism, traditional food, and the quiet persistence of ancestral customs continue to celebrate an Italian identity that adapted to Brazilian soil without losing its roots. In some communities the Veneto dialect can still be heard among older residents, while younger generations reach back to honor those who crossed the ocean.

The story of the Fourth Colony is larger than the settling of land. It is the story of people who faced the unknown, turned forest into farmland, isolation into community, and longing into lasting identity. From the Veneto to the central valleys of Rio Grande do Sul, the legacy of a hardworking people bound to family, faith, and the land remains alive. Their descendants still carry it forward—one of the most remarkable migratory journeys in Brazilian history.

Author’s Note

Writing about the Fourth Colony today is more than revisiting a chapter of immigration history. It is an act of memory and belonging in a world that moves ever faster, where roots can easily fade into the background of daily life. These families turned uncertainty into work, forest into fields, and homesickness into a new sense of home. Their story reminds us that identity is not only inherited—it is continually chosen and renewed. In recovering their path, we honor not just the past, but the quiet continuity that still shapes the present.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta