Più di Centocinquant’anni di Nostalgia e Resistenza
«Alcune partenze terminano al porto. Altre continuano ad attraversare le generazioni, trasformando la nostalgia in memoria e resistenza.»
Ci sono nostalgie che appartengono agli individui e scompaiono con loro. Altre, invece, attraversano il tempo, sopravvivono ai funerali, resistono all’oblio e continuano a respirare all’interno delle famiglie come una sorta di eredità invisibile. Sono nostalgie che non stanno nei ritratti, né nei documenti, né nei vecchi bauli custoditi nei sottotetti. Abitano nelle parole ripetute dai nonni, nei gesti ereditati senza rendersene conto, nel sapore di un pane preparato allo stesso modo per generazioni, nella devozione silenziosa davanti a un’immagine antica, nel cognome pronunciato con un leggero orgoglio e una tenerezza inspiegabile.
Sono passati più di centocinquant’anni da quando migliaia di uomini, donne e bambini lasciarono i paesi italiani per attraversare l’oceano verso una terra che conoscevano soltanto attraverso promesse. Partirono portando con sé pochi indumenti, alcuni attrezzi, immagini di santi, lettere ingiallite e una speranza più grande della paura. Lasciarono dietro di sé vigneti, montagne, campanili, cimiteri di famiglia, vicini, dialetti, costumi e paesaggi che avevano plasmato la memoria di innumerevoli generazioni.
Partirono credendo che la distanza fosse soltanto una circostanza geografica. Non immaginavano che la vera traversata non sarebbe stata compiuta sulle acque dell’Atlantico, ma dentro l’anima.
Perché l’emigrante non abbandona soltanto un territorio. Abbandona il paesaggio in cui ha imparato a riconoscere il mondo. Abbandona la campana che scandiva le ore dell’infanzia, l’odore della terra dopo la pioggia, l’ombra del fico davanti alla casa, la voce della madre che chiamava al tramonto. E porta con sé la dolorosa scoperta che esistono luoghi dai quali non si parte mai del tutto.
Penso spesso a quegli uomini dai volti induriti dal lavoro, seduti sui ponti delle navi, a guardare sparire all’orizzonte la linea tenue della terra natale. Forse non piangevano. C’era una dignità antica in quella generazione abituata a sopportare il dolore in silenzio. Ma certamente sentivano il peso di quel congedo che non aveva data di ritorno.
E la nostalgia cominciò lì.
Cominciò nel dondolio del mare, nella lingua che smetteva di essere compresa, nel cibo diverso, nelle notti trascorse in alloggi improvvisati, nello straniamento davanti alle foreste immense e al calore sconosciuto. Cominciò nella percezione lenta e dolorosa che il mondo che avevano lasciato avrebbe continuato a esistere senza di loro.
Tuttavia, insieme alla nostalgia nacque qualcosa di altrettanto potente: la resistenza.
Resistettero piantando viti dove prima c’era soltanto selva fitta. Resistettero costruendo cappelle di legno in luoghi dove non esistevano strade. Resistettero insegnando ai figli parole apprese dai nonni, preservando canti, ricette, devozioni, storie e piccole tradizioni che, prese isolatamente, potevano sembrare insignificanti, ma che, riunite, costituirono una vera e propria architettura della memoria.
La resistenza degli emigranti non fu mai fatta di discorsi grandiosi. Fu costruita in gesti quotidiani. Nella cura di mantenere vivo un cognome. Nell’insistenza a preparare la stessa polenta degli antenati. Nell’abitudine di raccontare storie durante le notti fredde. Nel bisogno quasi sacro di ricordare chi erano stati coloro che avevano attraversato il mare.
Perché ricordare divenne una forma di permanere.
Forse è questa la più straordinaria vittoria di chi partì: comprendere che il tempo può trasformare i paesaggi, abbattere le case, cancellare i confini e far tacere le voci, ma trova enorme difficoltà a distruggere ciò che è stato deposto all’interno della memoria affettiva di una famiglia.
Passati più di centocinquant’anni, esistono ancora discendenti che cercano il nome del paese da cui partì un bisnonno sconosciuto. C’è ancora chi percorre i cimiteri italiani alla ricerca di un cognome scolpito nella pietra. C’è ancora chi sente gli occhi riempirsi di lacrime nell’udire un vecchio dialetto pronunciato da qualcuno molto anziano, come se quella lingua portasse con sé la presenza di persone che non ci sono più.
È una nostalgia curiosa, perché appartiene anche a coloro che non hanno mai vissuto la partenza.
Molti discendenti sentono la mancanza di luoghi in cui non sono mai stati. Provano una sorta di nostalgia ereditata, un’emozione trasmessa non dal sangue, ma dalla narrazione familiare, dalle storie ripetute a tavola, dalle fotografie antiche osservate infinite volte, dalle assenze che si sono trasformate in identità.
Forse è questo che spiega il fascino che tante famiglie conservano per la terra degli antenati. Non si tratta soltanto di conoscere una regione lontana. Si tratta di cercare risposte a domande silenziose: chi siamo stati, da dove veniamo, perché continuiamo a portare con noi certi ricordi come se fossero nostri, anche quando nacquero molto prima del nostro tempo.
Più di centocinquant’anni sono passati.
E tuttavia la traversata non è ancora terminata.
Continua a avvenire ogni volta che un nipote ascolta la storia del bisnonno emigrante. Ogni volta che una ricetta viene trasmessa tra le generazioni. Ogni volta che un cognome antico viene preservato. Ogni volta che qualcuno pronuncia con affetto il nome di un paese italiano che ha già cambiato volto, ma rimane intatto nella memoria collettiva.
Ci sono perdite che il tempo non riesce a riparare.
Ma ci sono anche fedeltà che il tempo non riesce a sconfiggere.
E forse la storia dell’immigrazione italiana è, soprattutto, questo: la prova che la nostalgia può durare secoli senza trasformarsi in amarezza; che la distanza non è capace di rompere tutti i legami; e che alcune radici, anche strappate dalla terra in cui nacquero, imparano a fiorire di nuovo in altri continenti, sostenute dalla memoria, nutrite dall’affetto e rafforzate dalla straordinaria resistenza umana di continuare ad appartenere a due mondi allo stesso tempo.
Nota dell’autore
Ho scritto questo testo spinto da una percezione che, con il passare degli anni, è divenuta sempre più intensa: quella secondo cui l’immigrazione italiana non terminò quando le navi attraccarono nei porti brasiliani. Continua ad avvenire, silenziosamente, all’interno delle famiglie, nella memoria dei discendenti, nei cognomi preservati, nelle abitudini trasmesse di generazione in generazione e, soprattutto, nella nostalgia ereditata da coloro che non hanno mai dovuto partire.
Più di centocinquant’anni ci separano dalle grandi correnti migratorie italiane del XIX secolo. Eppure qualcosa rimane vivo. C’è una sorta di sentimento collettivo che attraversa il tempo e resiste alla scomparsa. È possibile percepirlo nell’interesse crescente per le storie familiari, nella ricerca dei paesi d’origine, nel desiderio di comprendere chi furono quegli uomini e quelle donne che lasciarono dietro di sé tutto ciò che conoscevano per costruire un’esistenza in una terra sconosciuta.
Ho scelto di scrivere su questo tema perché credo che l’immigrazione non fu soltanto uno spostamento geografico. Fu, prima di tutto, un’esperienza profondamente umana, fatta di perdite, congedi, coraggio, adattamento e permanenza. Fu un avvenimento capace di plasmare identità, trasformare paesaggi e creare legami affettivi che sono sopravvissuti al tempo, alle distanze e ai mutamenti del mondo.
Questa cronaca non pretende di ricostruire avvenimenti storici in modo documentale. Il suo proposito è un altro: cercare ciò che i registri ufficiali raramente riescono a conservare. Le emozioni silenziose di chi partì. Il vuoto lasciato da un congedo senza garanzia di ritorno. La resistenza quotidiana di intere famiglie che trovarono nella memoria un modo di rimanere legate alla terra abbandonata.
Scriverla è stata anche un tentativo di comprendere perché tanti discendenti sentano nostalgia per luoghi in cui non hanno mai vissuto, perché certe parole ancora destano emozione, perché certe ricette, devozioni, fotografie antiche e storie ripetute continuino a esercitare un potere così grande su coloro che sono nati molte generazioni dopo la traversata.
Forse perché alcune esperienze umane sono più grandi del tempo storico. Forse perché esistono nostalgie che non appartengono soltanto a chi partì, ma anche a chi ha ricevuto in eredità la missione di ricordare.
Se questo testo troverà eco nel cuore di qualche discendente di immigrati, se risveglierà un ricordo dimenticato, se farà qualcuno chiedere di nuovo da dove vennero i propri antenati, allora avrà già compiuto il suo fine più profondo: ricordare che la memoria non è soltanto un modo di guardare indietro, ma anche un modo di comprendere chi siamo, perché rimaniamo legati alle nostre origini e come la resistenza di coloro che attraversarono oceani continui ad abitare, discretamente, la vita di coloro che vennero dopo.
Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta
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