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sexta-feira, 2 de outubro de 2026

Prima che il nonno dimentichi: la storia di famiglia tra Veneto e Brasile


Prima che il nonno dimentichi: la storia di famiglia tra Veneto e Brasile

«Non ha saputo raccontarmi tutto. Ma mi ha insegnato quanto può essere importante non lasciare andare ciò che ci appartiene.»

Per molto tempo Matteo aveva creduto che suo nonno avrebbe ricordato tutto per sempre. Da bambino gli sembrava semplicemente così. Antonio sapeva chi erano le persone nelle fotografie conservate in fondo ai cassetti, riconosceva una casa anche dopo che era stata abbattuta, ricordava i nomi delle contrade, le strade, i cortili e persino il punto in cui suo padre teneva gli attrezzi. Era nato a Pederobba, nel Trevigiano, e aveva trascorso lì tutta l’infanzia, tra le case del paese, le botteghe, i campi e il Piave. Conosceva le famiglie, i mestieri, le parentele. Sapeva chi aveva avuto una bottega, chi lavorava la terra, chi era partito per l’estero e chi invece era rimasto. Matteo era cresciuto pensando che quella conoscenza fosse una cosa naturale, quasi una parte del corpo del nonno. Non immaginava che potesse finire. Antonio aveva ottantasette anni quando Matteo cominciò ad accorgersi che qualcosa stava cambiando. All’inizio erano dimenticanze piccole, quelle che si possono attribuire all’età senza preoccuparsi troppo. Un nome che non arrivava. Una data sbagliata. Gli occhiali cercati per mezz’ora e trovati sul tavolo. Poi arrivarono le domande ripetute e le frasi lasciate a metà. Antonio si fermava, guardava fuori dalla finestra e rimaneva qualche secondo in silenzio, come se la parola che cercava fosse ancora lì, ma non sapesse più dove trovarla. Matteo cominciò ad andare dal nonno più spesso. Fino ad allora passava da lui senza un motivo preciso. Un caffè, il giornale, qualche commissione, un attrezzo da sistemare nella vecchia bottega. Ora aveva la sensazione che il tempo gli stesse chiedendo qualcosa. Una mattina rimase a guardare le mani del nonno mentre lavorava. Erano mani grandi, segnate dal legno e dagli anni. Avevano tagli, calli, piccole cicatrici. Per decenni quelle mani avevano fatto tavoli, porte, sedie e mobili su misura. Antonio aveva imparato il mestiere da suo padre e, prima ancora, il padre lo aveva imparato da un fratello maggiore. Nella bottega non si buttava quasi niente. Un pezzo di legno troppo corto poteva diventare un manico, un cuneo, una riparazione. Matteo aveva sentito tante volte il nonno dire che prima di buttare qualcosa bisognava capire se poteva ancora servire. Adesso quella frase gli sembrava parlare anche della famiglia. C’erano cose che non dovevano essere buttate via solo perché erano vecchie. In quegli stessi mesi Matteo aveva cominciato a cercare la storia dei suoi antenati. Aveva aperto vecchi registri parrocchiali, raccolto certificati, confrontato date, messo ordine nelle fotografie. Aveva scoperto nomi che non conosceva e parenti di cui in casa non si parlava più. Aveva capito che uno dei fratelli del bisnonno era emigrato in Brasile. La notizia era lì, scritta in un documento, precisa e asciutta. Un nome, una data, una destinazione. Ma poi, in una vecchia scatola, Matteo trovò alcune buste con francobolli brasiliani, conservate insieme alle fotografie di famiglia. Su una compariva l’indirizzo di una città brasiliana e, sotto il nome del destinatario, una grafia che Antonio riconobbe immediatamente. Il Brasile smise così di essere soltanto una destinazione scritta su un documento. Aveva una busta, un francobollo, un indirizzo e la grafia di un uomo della famiglia vissuto dall’altra parte dell’oceano. Fu allora che Matteo cominciò a portare con sé un quaderno. Non voleva fare un’intervista al nonno. Voleva semplicemente parlare con lui. Le prime domande furono semplici. La casa. I genitori. I fratelli. La scuola. La chiesa. Il lavoro. Le feste del paese. Poi arrivarono quelle sul parente emigrato. Antonio raccontava senza fretta. A volte partiva da un episodio e finiva a parlare di tutt’altro. Matteo lasciava che il racconto prendesse la sua strada. Una volta Antonio parlò della madre. Invece di descriverne il volto, parlò delle mani. Erano piccole e sempre occupate. Cucivano, impastavano, rammendavano, mettevano via quello che poteva servire ancora. Poi parlò del padre. Un uomo alto, taciturno, abituato al lavoro. Antonio lo aveva osservato per anni nella bottega e aveva imparato quasi tutto senza che nessuno glielo spiegasse: come scegliere una tavola, come misurarla, come passare la pialla, come non avere fretta. Matteo guardò quelle mani e pensò che certe cose passano da una generazione all’altra attraverso gesti che nessuno considera importanti finché non diventano gli ultimi rimasti. Quando arrivarono al fratello emigrato, Antonio raccontò della partenza. La valigia era stata preparata con poche cose, una fotografia era stata messa tra la biancheria e la madre aveva insistito perché portasse qualcosa da mangiare per il viaggio. Il Brasile era ancora un luogo lontanissimo, difficile da immaginare da Pederobba. Per anni, in casa, sarebbe stato soprattutto il paese delle lettere e delle fotografie. La prima lettera parlava del viaggio, del lavoro trovato e delle difficoltà dei primi mesi. Poi ne arrivarono altre. Il parente raccontava della casa, del caldo, del lavoro e delle persone incontrate. Una fotografia lo mostrava davanti alla sua nuova abitazione; in un’altra era insieme ad altri italiani. Sul retro aveva scritto poche righe e una data. Per la famiglia rimasta in Veneto, quelle immagini rendevano finalmente visibile quella terra che fino ad allora era stata soltanto un nome lontano. Con il tempo arrivarono anche notizie più concrete. Il lavoro sembrava andare bene. Aveva messo da parte qualcosa. Aveva cominciato a costruirsi una vita. Parte del denaro veniva mandato in Italia per aiutare la famiglia. Ma il ritorno non arrivò mai. Antonio ricordava che, quando giungeva una lettera, veniva aperta in cucina e letta da tutti. Poi tornava nel cassetto insieme alle precedenti. Un pomeriggio tirò fuori proprio una di quelle buste. La carta era ingiallita e la grafia quasi illeggibile. Matteo riconobbe il francobollo brasiliano e guardò l’indirizzo. Quella piccola busta aveva attraversato l’oceano e, decenni dopo, era ancora lì. Il parente aveva lavorato, si era fatto una casa e aveva avuto figli in Brasile. Le lettere, con gli anni, erano diventate meno frequenti. Alla fine erano rimaste soprattutto le fotografie e il nome di quell’uomo. In un registro sarebbe rimasta una riga: emigrato in Brasile. In famiglia, invece, quella partenza aveva modificato la vita di tutti. Qualche settimana dopo Antonio raccontò il viaggio. Ricordava la confusione, le persone, le valigie, le parole dette in fretta e soprattutto il momento in cui il fratello aveva lasciato la casa. Matteo capì allora che tra Pederobba e il Brasile non c’era soltanto un oceano. C’erano una distanza enorme, una posta lenta e famiglie costrette a seguire la vita dei propri cari attraverso lettere e fotografie. Non cercò di verificare ogni particolare. Gli interessava soprattutto mettere insieme ciò che i documenti avevano lasciato separato: il nome dell’emigrante, la casa di Pederobba, la partenza, il lavoro in Brasile e quella nuova famiglia nata lontano dal Veneto. Un giorno Matteo trovò nella vecchia bottega una piccola pialla. Antonio la riconobbe subito. Era appartenuta a suo padre. Prima di lui era passata nelle mani di un altro uomo della famiglia. Era rimasta a Pederobba mentre alcuni erano partiti. Matteo la rigirò tra le mani. Il legno era scuro, consumato, segnato dall’uso. Non c’era una data. Non c’era un nome. Ma bastava guardarla per capire che aveva lavorato per molti anni. I mesi passarono e Antonio cominciò a confondere sempre più spesso persone e luoghi. Alcuni giorni era presente e preciso. Altri sembrava cercare qualcuno che non era più davanti a lui. Matteo continuava a scrivere, ma faceva sempre meno domande. A volte si limitava a sedersi nella bottega, sistemare gli attrezzi e pulire il banco. Un pomeriggio trovò tra le carte un vecchio indirizzo di Pederobba. Era quello della casa dove la famiglia aveva vissuto molti decenni prima. Matteo lo cercò su internet e trovò una fotografia recente della zona. La casa non esisteva più. La strada era cambiata. Alcune abitazioni erano state ristrutturate. Ma il campanile era ancora lì e, oltre i tetti, si vedevano le stesse colline che Antonio aveva conosciuto da bambino. Matteo gli mostrò la fotografia. Il nonno la guardò a lungo. Poi riconobbe la contrada. Gli tornarono in mente il cortile, un albero e una finestra. Per qualche minuto sembrò tornato bambino. Poi il ricordo si spense. Matteo non gli fece domande. Fu una delle ultime volte in cui Antonio riuscì a raccontare quella parte della sua vita con chiarezza. Dopo, Matteo continuò a scrivere senza cercare di completare ogni vuoto. Un nome, una fotografia, una lettera dal Brasile, una pialla, l’indirizzo di una vecchia casa: erano sufficienti per ricostruire il percorso di una famiglia divisa tra Veneto e Brasile. Una domenica Matteo arrivò e trovò la bottega silenziosa. Antonio era seduto vicino alla finestra. Le fotografie erano sul tavolo. La pialla era ancora al suo posto. Matteo prese il quaderno e cominciò a leggere. Gli parlò di Pederobba, dei suoi genitori, dei fratelli, della partenza, del Brasile, della vecchia casa e della bottega. Antonio ascoltò. Non sempre sembrava capire tutto, ma rimase tranquillo. Matteo, leggendo, si rese conto che quella storia non apparteneva più soltanto al nonno. Adesso era anche sua. Quando Antonio morì, Matteo portò la piccola pialla nella propria bottega. Non la mise in una vetrina. La usò. Un giorno la prese per preparare un piccolo pezzo di legno per sua figlia. Mentre lavorava, pensò a Pederobba, al Piave, alla vecchia casa, alla chiesa e a quel parente che tanti anni prima aveva attraversato l’oceano per andare in Brasile. Pensò alla casa che aveva costruito laggiù, ai figli nati lontano dal Veneto e alle lettere che per qualche tempo avevano tenuto insieme due luoghi separati dall’oceano. Pensò anche a quelli che erano rimasti e alle domande che per anni avevano accompagnato ogni lettera: come stava, dove viveva, se sarebbe mai tornato. In quel momento Matteo capì che l’emigrazione non è soltanto la storia di chi parte. È anche quella di chi rimane a Pederobba, mentre dall’altra parte del mondo qualcuno costruisce una nuova vita. Quella sera riaprì il quaderno. Arrivò all’ultima pagina e scrisse: “Non ha saputo raccontarmi tutto. Ma mi ha insegnato quanto può essere importante non lasciare andare ciò che ci appartiene.” Poi chiuse il quaderno e lo mise accanto alla fotografia della vecchia casa. Accanto alla fotografia lasciò anche una delle vecchie buste provenienti dal Brasile. Fuori, Pederobba continuava la sua vita. Le auto passavano, le finestre si accendevano, le persone tornavano a casa. Il paese era cambiato, come cambiano tutti i luoghi. Ma il campanile era ancora lì. Il Piave continuava a scorrere. Matteo guardò la piccola pialla sul banco e poi la vecchia busta accanto alla fotografia. Da una parte c’era Pederobba. Dall’altra, oltre l’oceano, il Brasile. Tra i due rimanevano una famiglia, alcune fotografie, vecchie lettere e una storia che aveva attraversato il mare. Pensò che forse non possiamo conservare ogni cosa. Possiamo però scegliere ciò che merita di essere tramandato. Un nome. Un luogo. Un gesto. Una lettera arrivata dal Brasile. Una storia. Prima che l’ultimo nonno dimentichi la nostra storia di famiglia.

Nota dell’autore

Questa è una storia di fantasia, ma nasce da una realtà vissuta da innumerevoli famiglie venete tra la fine dell’Ottocento e il Novecento: la partenza di un figlio, di un fratello o di un genitore verso il Brasile e la lunga distanza che, da quel momento, entrava nella vita di chi partiva e di chi rimaneva.

Matteo e Antonio sono personaggi immaginari. Anche la famiglia e la vicenda narrata sono frutto di invenzione. Il legame con Pederobba e con il Brasile, invece, si inserisce in una storia reale: migliaia di veneti attraversarono l’oceano portando con sé pochi oggetti, fotografie, lettere e la speranza di costruire una vita diversa. Molti non tornarono più nel paese d’origine.

La grande emigrazione non fu soltanto una storia di speranza e di nuove possibilità. Fu anche una lunga stagione di separazioni, sacrifici e drammi personali e collettivi. In Italia, intere comunità videro partire una parte importante della propria popolazione. Rimasero case con una stanza vuota, famiglie divise, anziani e donne in attesa di notizie, paesi costretti a convivere con l’assenza di tanti dei loro abitanti. In Brasile, gli immigrati dovettero affrontare viaggi difficili, lavori pesanti, condizioni spesso precarie, malattie, difficoltà linguistiche e culturali e la fatica di ricominciare lontano da tutto ciò che conoscevano. Alcuni riuscirono a costruire nuove famiglie e nuove comunità; altri conobbero povertà, solitudine e delusioni. Anche i luoghi che li accolsero cambiarono profondamente, grazie ai nuovi mestieri, alle tradizioni, alle associazioni, alla religiosità, alle lingue e alle consuetudini portate dagli immigrati, che nel tempo entrarono a far parte della società brasiliana.

La piccola pialla e la vecchia busta diventano così i due simboli della storia: una è rimasta in Veneto, l’altra ha attraversato l’oceano. Entrambe appartengono alla stessa vicenda familiare. Perché ciò che accade a chi parte non finisce con il viaggio. Continua nelle case lasciate indietro, nei legami mantenuti a distanza e nelle storie che una generazione affida a quella successiva.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



sexta-feira, 18 de setembro de 2026

La fotografia di Rosa e la memoria di una famiglia italiana

 


La fotografia di cui nessuno conosceva il nome

“A volte una fotografia sopravvive molto più a lungo del nome della persona che vi è ritratta.”


Nella casa di mia nonna c’era una fotografia di cui nessuno sapeva raccontare la storia. Era passata attraverso tre cucine, due traslochi, un’alluvione in cantina e, nel frattempo, erano scomparse quasi tutte le persone che avrebbero potuto spiegare da dove venisse. Era una fotografia piccola, color seppia, incollata su un cartoncino dai bordi ormai consumati. Vi si vedeva una giovane donna italiana accanto a un tavolo di legno. Una mano era appoggiata con delicatezza sul bordo del tavolo, nell’altra teneva quello che sembrava un fazzoletto piegato. Indossava un abito scuro, dal collo alto, con un sottile nastro legato alla gola. I capelli, divisi al centro, erano raccolti dietro la testa. Non sorrideva. Alle sue spalle si vedevano una parete con la carta da parati ormai rovinata, una finestra e una tenda tirata con cura da una parte. Sul retro, scritto a matita e ormai quasi cancellato dal tempo, c’erano soltanto tre parole: “Non perdere”. Nessuno sapeva cosa significassero. Nessuno conosceva il suo nome. Nessuno sapeva dove fosse stata scattata quella fotografia. Per anni, in famiglia, l’abbiamo chiamata semplicemente “La Donna”. Era così che, una volta, si conservava la storia di famiglia. Restava nei cassetti e nelle scatole, nelle buste senza data, nei libri di preghiere con i nomi scritti a margine, nei quaderni di ricette macchiati dal sugo, negli anelli nuziali custoditi dentro scatole di velluto e nelle fotografie i cui volti, con il passare degli anni, diventavano sempre più difficili da riconoscere. Mia nonna probabilmente sapeva più di quanto dicesse, ma anche lei aveva ricevuto quella storia in eredità, insieme al suo silenzio. I suoi genitori erano arrivati dall’Italia e appartenevano a una generazione per la quale i ricordi non erano qualcosa da spiegare. Erano qualcosa da portarsi dentro. Quando ero bambino, le chiedevo spesso della fotografia. “Chi è?” Mia nonna si aggiustava gli occhiali, guardava per qualche istante la giovane donna e rispondeva: “Una di prima”. “Prima di cosa?” “Prima di noi”. Quella risposta mi irritava. Io volevo nomi, date, paesi, navi, indirizzi. Volevo una storia che potesse essere sistemata con ordine dentro un albero genealogico. Lei, invece, non mi dava nulla. Girava la fotografia, rileggeva quelle tre parole e la rimetteva nel cassetto. Allora non immaginavo che, molti anni dopo, sarei tornato su quella fotografia e che proprio mia nonna mi avrebbe dato il primo indizio per cercare di identificarla. Gli anni passarono. La famiglia cambiò. Mia nonna invecchiò. La vecchia cucina venne smantellata. Il tavolo della fotografia, però, continuava a ricordarmi quello sul quale lei impastava il pane la domenica mattina, premendo l’impasto con il palmo della mano fino a renderlo liscio ed elastico. Quel gesto lo aveva imparato da sua madre, che a sua volta lo aveva imparato dalla propria madre. Era così che, senza quasi rendercene conto, nella nostra famiglia continuava a vivere qualcosa dell’Italia. Non nei musei, ma nelle mani. Nel modo di impastare il pane. Nel rammendare un cappotto invece di buttarlo. Nel conservare viti, barattoli, pezzi di filo e piccoli pezzi di legno perché “non si sa mai”. Nel modo in cui mia nonna guardava una sedia rotta e capiva subito dove fosse il problema. L’Italia di una volta era rimasta nella praticità di chi aveva imparato a vivere con poco e a non sprecare nulla. La fotografia apparteneva a quel mondo. Ma per molto tempo non seppi dire in che modo. Fu molti anni dopo, quando mia nonna era già anziana, che un pomeriggio d’inverno mi chiamò in cucina. Era seduta al tavolo e davanti a lei c’era la fotografia. Le sue mani erano più sottili di come le ricordavo. “Credo di sapere chi è”, disse. Mi sedetti accanto a lei. “Chi?” Toccò la fotografia con un dito. “La sorella di mia madre”. Non ne avevo mai sentito parlare. “Come si chiamava?” Mia nonna guardò verso la finestra. “Rosa”. “Dove viveva?” “In Italia”. “È mai venuta in America?” Mia nonna rimase in silenzio. Un silenzio abbastanza lungo da farmi capire che quella risposta aveva un peso. “No”, disse infine. “Doveva partire”. Quella frase cambiò completamente il significato della fotografia, anche se non risolveva ancora il mistero. Mia nonna mi stava consegnando un ricordo di famiglia, non un documento. Secondo quanto aveva sempre sentito raccontare da sua madre, la giovane donna poteva essere Rosa, la sorella di sua madre. Per me, quel nome fu il primo vero filo da seguire. Mia nonna mi raccontò allora quello che aveva saputo da sua madre. Rosa era sua zia, cioè la sorella di sua madre. Era fidanzata con un uomo che aveva già emigrato in America. Lavorava da qualche parte in Pennsylvania, ma nessuno ricordava più il nome del paese. Mandava soldi a casa. Aveva promesso di tornare in Italia oppure di mandare a prendere Rosa. Lei aspettava. Ma, nelle famiglie degli emigranti, aspettare non era mai una cosa semplice. Il padre di Rosa si ammalò. Sua madre non se la sentiva di affrontare il viaggio. Un fratello più giovane aveva bisogno di lei. La partenza venne rimandata. Poi ancora. Quando finalmente arrivarono i soldi necessari per il viaggio, in famiglia servivano per qualcos’altro. Rosa rimase in Italia. Passò del tempo. L’uomo che viveva in Pennsylvania scrisse che non poteva tornare e, alla fine, sposò un’altra donna. Quella parte della storia era stata raccontata una sola volta, e anche allora sottovoce. A mia nonna, quando era bambina, avevano detto di non fare domande. “Perché?” le chiesi. Lei fece spallucce. “Perché una volta ci si vergognava anche di cose di cui non si aveva colpa”. Quella frase mi è rimasta dentro per molti anni. La vergogna, in molte famiglie di emigranti, era una presenza silenziosa. Entrava in casa insieme alle difficoltà e poteva restarci per generazioni. Ci si vergognava della povertà, dei vestiti vecchi, dell’analfabetismo, dell’accento, dei nomi pronunciati male, dei lavori che si preferiva non raccontare ai figli. Ci si vergognava di essere partiti e, qualche volta, anche di essere rimasti. Ci si vergognava di sentire nostalgia dell’Italia e, allo stesso tempo, di ammettere che la nuova terra era diventata casa. E ci si portava dentro il peso di decisioni che spesso non erano state davvero scelte, ma necessità. Quando non c’erano abbastanza soldi, abbastanza lavoro o abbastanza sicurezza per permettere a tutti di partire insieme, qualcuno doveva restare. Fu la stessa mia nonna, molti anni dopo, a raccontarmi che la fotografia, secondo quanto aveva sempre sentito dire in famiglia, era stata fatta da Rosa poco prima del matrimonio che non ci sarebbe mai stato. Quando l’uomo in Pennsylvania le fece sapere che non sarebbe tornato in Italia, Rosa affidò la fotografia a un parente che stava per partire per l’America. Gli chiese di consegnarla a quell’uomo, che avrebbe dovuto riconoscerla e conservarla come ricordo di lei. Ma, una volta arrivato in Pennsylvania, il parente non riuscì a rintracciarlo. Non sapendo dove consegnarla, conservò la fotografia e, quando tornò in Italia, la restituì al fratello più giovane di Rosa. Qualche tempo dopo, anche quel fratello emigrò in America e portò con sé la fotografia. La tenne per molti anni, poi la lasciò alla propria figlia. Da lei passò in seguito alla madre di mia nonna e, infine, arrivò a mia nonna. Questo era il racconto che avevo ricevuto. Ma anche qui mancava qualcosa. Nessuno aveva conservato una testimonianza scritta di quei passaggi. Non sapevamo in quale anno il parente fosse partito, quando fosse tornato, né per quanto tempo il fratello di Rosa avesse tenuto con sé la fotografia. Sapevamo soltanto che, a un certo punto, quell’immagine era rimasta nella famiglia. Così la fotografia aveva seguito una strada diversa da quella per cui era stata destinata: Rosa, secondo la memoria familiare, l’aveva fatta perché raggiungesse l’uomo che amava, ma finì per attraversare l’oceano insieme ad altri membri della famiglia e per rimanere, generazione dopo generazione, nelle mani dei suoi parenti. Quando la fotografia arrivò a mia nonna, nessuno ricordava più con precisione tutti i passaggi che aveva attraversato. Era rimasta soltanto quella frase sul retro: “Non perdere”. Forse Rosa voleva che quell’uomo si ricordasse di lei. Forse voleva che fosse la sua famiglia a ricordarla. O forse aveva semplicemente capito che una fotografia poteva arrivare dove una persona non sarebbe riuscita ad arrivare. In ogni caso, la fotografia attraversò l’oceano anche se Rosa non lo fece mai. Quelle tre parole erano diventate qualcosa di più di una semplice raccomandazione. Sembravano quasi una richiesta. Dopo aver ascoltato il racconto di mia nonna, cominciai a cercare Rosa. Non cercavo soltanto una persona con quel nome. Cercavo di capire se quella Rosa fosse davvero la donna ritratta nella fotografia. Erano tempi in cui fare genealogia significava soprattutto scrivere lettere, telefonare ai parenti, cercare nei vecchi documenti e passare ore negli archivi. Non esisteva ancora la possibilità di fare tutto dal tavolo della cucina con un computer davanti. Cercai tra le carte di famiglia. Scrissi a persone che non sentivo da anni. Cercai nei documenti. Alla fine trovai un paese del Nord Italia. Poi un altro documento. Poi un altro nome. La traccia cominciava a prendere forma, ma rimaneva incompleta. In un atto di stato civile trovai una Rosa che corrispondeva, per nome, famiglia e luogo d’origine, a ciò che avevo ricostruito attraverso i racconti. Altri documenti confermavano che quella donna era vissuta in Italia, che si era sposata e che aveva avuto dei figli. Era rimasta in Italia per tutta la vita. Più cercavo, più le coincidenze diventavano numerose. Il collegamento con la fotografia, però, rimaneva affidato alla memoria familiare. Non trovai quel documento, quella nota o quella fotografia che avrebbe potuto chiudere definitivamente il cerchio. Ma la storia ormai aveva preso una forma: il nome, il paese, la famiglia e la vicenda raccontata da mia nonna sembravano appartenere alla stessa persona. E forse è proprio questo che rende la storia ancora più vera. La donna che per anni avevamo immaginato come “quella rimasta indietro” aveva comunque costruito un’intera esistenza nel luogo in cui era rimasta. Quella scoperta mi fece riflettere. Noi discendenti degli emigranti abbiamo spesso la tendenza a raccontare il passato partendo da chi è partito. Come se la storia cominciasse nel momento in cui qualcuno salì su una nave. Ma per ogni persona che attraversò l’oceano, qualcuno rimase dall’altra parte. Una madre. Una sorella. Una fidanzata. Un fratello. Un cugino. Un vicino di casa. Qualcuno doveva restare per occuparsi della casa, della terra, degli anziani, per sposarsi, per lavorare, per aspettare, per ricordare. L’emigrazione non è soltanto la storia di chi parte. È anche la storia di chi rimane. Per questo, quando penso all’emigrazione italiana, non guardo soltanto ai porti, alle navi e alle partenze. Penso anche ai paesi rimasti dall’altra parte dell’oceano, alle case che continuavano ad avere una porta aperta, ai campi che qualcuno doveva lavorare, alle madri che aspettavano una lettera e alle famiglie che imparavano a vivere con un’assenza. Anni dopo, quando mia nonna era ormai molto anziana e non riusciva più a riconoscere tutte le persone che aveva intorno, portai la fotografia con me. Gliela misi tra le mani. Guardò Rosa per molto tempo. “Bella”, disse. “Era sempre stata bella”. “Te la ricordi?” le chiesi. Mia nonna sorrise. “Ricordo quello che mi raccontavano”. Avrei voluto farle altre domande, ma non lo feci. Alcuni ricordi appartengono a chi li porta dentro. Non tutto quello che ereditiamo deve essere spiegato fino in fondo. A volte voler bene significa anche lasciare chiusa una porta. Poco tempo dopo la morte di mia nonna, la fotografia passò a me. La misi in una scatola insieme agli altri piccoli tesori di famiglia: certificati di battesimo, una medaglietta d’argento, una ricetta scritta in italiano, un vecchio bottone di legno e un pezzo di pizzo che un tempo apparteneva a un abito da sposa. La fotografia non mi faceva più pensare soltanto a tutto ciò che non sapevamo. Mi ricordava piuttosto che le famiglie non sono archivi perfetti. Dimenticano. Confondono le date. Perdono i nomi. Tacciono. Proteggono certi ricordi e ne raccontano altri. E, qualche volta, dopo molti anni, qualcosa ritorna. Fu solo in seguito, quando la fotografia era ormai diventata parte della mia raccolta di ricordi di famiglia, che la digitalizzai e la ingrandii sul computer. Per la prima volta mi accorsi di un particolare che non avevo mai notato. Sul tavolo, accanto alla donna, c’era un piccolo oggetto. Sembrava un ditale. Ingrandii ancora l’immagine. Era davvero un ditale da cucito, simile a quello che mia nonna usava quando rammendava i vestiti. In quel momento capii perché quella fotografia mi fosse sempre sembrata così familiare. Non perché fossi certo di conoscere quella donna. Ma perché conoscevo le sue mani. O, forse, perché riconoscevo in quelle mani qualcosa che apparteneva alla mia stessa storia. Da qualche parte tra l’Italia e l’America, tra il paese da cui qualcuno era partito e la città in cui qualcun altro aveva ricominciato, tra chi era rimasto e chi era andato via, qualcosa era passato da una generazione all’altra. Un sapere semplice, quotidiano, fatto di mani e di gesti. Aveva attraversato il tempo senza avere bisogno di un passaporto. La fotografia era sopravvissuta perché qualcuno aveva pensato che fosse importante. Forse era proprio questo il significato di quelle tre parole: non perdere. Non perdere il volto. Non perdere il nome. Non perdere la storia. Non perdere quelle mani. Non perdere il ricordo di ciò che significava ricominciare. Oggi, quando qualcuno mi chiede perché la genealogia sia importante, penso a Rosa. O meglio, penso alla Rosa che la memoria della mia famiglia ha consegnato a me. Perché dietro ogni nome scritto su un documento di emigrazione c’era una persona la cui vita non cominciava nel momento in cui lasciava l’Italia. Era una figlia, una madre, una sorella, una moglie, un’artigiana, una sarta, una contadina, una commerciante, una donna innamorata, una vedova, una persona con speranze e paure. Prima di essere un’emigrante, era una persona. E una famiglia italiana non è fatta soltanto di quelli che sono partiti. È fatta anche di quelli che sono rimasti, di quelli che hanno aspettato e di quelli la cui vita è cambiata perché qualcun altro aveva deciso di partire. La fotografia è ancora con me. Non so tutto della donna che posa accanto a quel tavolo di legno. Ma oggi, seguendo la memoria di mia nonna e le tracce trovate nei documenti, la chiamo Rosa. Non perché il mistero sia stato cancellato, ma perché finalmente quella fotografia ha un nome a cui legare la sua storia. E, a volte, nella genealogia familiare, questo è già un modo per restituire una persona alla memoria. Quella fotografia non appartiene più alle cose di cui nessuno sa nulla. Ora appartiene alla famiglia. E forse è proprio questo che Rosa voleva. Non essere ricordata in ogni dettaglio. Soltanto non essere dimenticata.

Nota dell’Autore

La storia di Rosa richiama una parte dell’emigrazione italiana che rischia facilmente di scomparire dalla memoria: quella di chi rimase. Quando pensiamo agli emigranti, immaginiamo spesso le partenze, le stazioni, i porti, le navi e le valigie. Ma dietro ogni partenza c’era quasi sempre qualcuno che restava in Italia. Una madre, un padre, una moglie, un fidanzato, un fratello, una sorella. Qualcuno doveva occuparsi della casa, della terra, degli anziani o semplicemente continuare a vivere nel paese d’origine. La storia di Rosa è costruita attorno a questa memoria e a una situazione frequente nelle ricerche genealogiche: il passato familiare arriva spesso attraverso racconti, fotografie e documenti che non coincidono perfettamente tra loro. Nel racconto, il nome Rosa nasce dalla memoria di mia nonna e trova riscontri nella ricerca documentaria, mentre il legame con la fotografia rimane affidato alla convergenza di questi indizi. È proprio questa imperfezione della memoria a rendere preziosi gli oggetti che sopravvivono alle generazioni. Una fotografia, una lettera, un santino, una ricetta, un gioiello o un documento possono diventare gli ultimi testimoni di una persona che le generazioni successive non hanno mai conosciuto. Per questo la genealogia non consiste soltanto nel ricostruire date e nomi. Significa anche provare a restituire una storia alle persone che quei nomi hanno portato. E, nel caso di Rosa, ricordare che la storia dell’emigrazione italiana appartiene tanto a chi attraversò l’oceano quanto a chi rimase dall’altra parte.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



domingo, 17 de março de 2024

L'Odissea Indimenticabile di una Famiglia di Immigrati Veneti

 


Nel mese di gennaio del 1836, nelle aspre terre di Cesiomaggiore, circondate da alte montagne, coperte di neve in quel periodo dell'anno, Giacomo venne al mondo, un uomo destinato a tracciare un viaggio che plasmerebbe il destino di generazioni della sua famiglia. Maddalena, nata nel 1835 ad Arsiè, sarebbe stata la sua compagna in quest'odissea, una donna alta e forte, con determinazione e amore profondi come le radici degli alberi che avrebbero testimoniato la sua saga.
La coppia di piccoli agricoltori diede vita a una famiglia vivace, cominciando con Giuseppe, il primogenito, nato nel 1858 a Cesiomaggiore, il cui nome fu scelto in onore del nonno paterno, Giuseppe, il cui nome risuonava sulle colline come un tributo alla tradizione familiare. Poi, Maria Augusta venne al mondo nel 1860, seguita da Beatrice nel 1861 e Giovanni Battista nel 1863, tutti nati nella stessa città di Cesiomaggiore, nella provincia di Belluno. Una famiglia unita ma inquieta, il cui destino si intrecciava con l'immensa vastità del Brasile.
La storia della famiglia acquistò una nuova dimensione nel 1875, quando tutti, da Giacomo e Maddalena ai figli e nipoti, decisero di imbarcarsi in un'epica avventura verso terre sconosciute dall'altro lato del grande e temuto oceano. Il fratello minore di Giacomo, nato nel 1842, sposato con Fiordalise, ei suoi figli Angelo e Augusto, completavano il convoglio che si avventurava molto al di là degli orizzonti familiari. Il governo imperiale brasiliano, avendo urgentemente bisogno di manodopera, offriva il passaggio gratuito al nuovo luogo di lavoro alle famiglie che accettavano l'invito a trasferirsi nel grande paese. Era l'opportunità per abbandonare definitivamente quel nuovo paese in cui avevano sempre vissuto ma che ora, dopo l'unificazione, non riconoscevano più. Lì, la disoccupazione dilagava in tutte le regioni, la cattiva alimentazione e la fame colpivano le loro vittime, costringendo migliaia di persone a cercare un nuovo posto per garantire il loro sostentamento quotidiano, molto lontano da quelle circostanze avverse.
Il viaggio, dalla tranquilla Belluno fino al movimentato porto di Genova, fu un'esperienza indelebile. Il treno sconosciuto li portò attraverso il paesaggio italiano, prima che salissero a bordo della nave Adria, affrontando le intemperie dell'oceano. Due tempeste memorabili sfidarono la loro resilienza, ma la determinazione di lasciare un'Italia sconosciuta superò le avversità. Nonostante tutto erano felici perché sapevano che un mondo migliore li attendeva.
Lo sbarco al porto di Rio de Janeiro, nel gennaio del 1869, segnò l'inizio di una nuova fase. Rimasero due giorni ospitati presso l'Albergo degli Immigrati, aspettando con ansia la nave Rio Negro, che li avrebbe portati alla Colonia Dona Isabel, nel lontano Rio Grande do Sul.
A bordo del Rio Negro, tra centinaia di altri sognatori, la famiglia affrontò sei giorni di traversata prima di sbarcare al porto di Rio Grande. Grandi baracche comunitarie di legno, dove c'era poco spazio privato, li ospitarono per quasi quindici giorni, mentre aspettavano l'arrivo delle barche fluviali che li avrebbero portati alla città di Montenegro, il luogo più vicino alla tanto attesa Colonia Dona Isabel.
La traversata attraverso la grande Laguna dos Patos fino a Porto Alegre e la successiva risalita del fiume Caí per oltre sette ore, culminarono con l'arrivo al porto della piccola città di Montenegro, il luogo più vicino dove potevano arrivare in barca alla loro destinazione finale. Un breve riposo di un giorno precedette la preparazione per l'ultimo tratto fino alla colonia, che si faceva con carri trainati da muli che trasportavano i pochi averi del gruppo. Gli uomini, le donne in grado e i bambini più grandi camminavano accanto ai carri, mentre le donne incinte e i bambini più piccoli seguivano nei grandi carri. Il percorso era sassoso e difficile, per la maggior parte in salita. Quando arrivarono alla colonia, sempre accompagnati dai funzionari del governo brasiliano che agivano da guide, furono alloggiati in altre baracche di legno in attesa del rilascio dei loro lotti di terra.
Il giorno successivo, gli uomini, determinati, partirono per conoscere e aiutare a delimitare le terre acquistate dal governo. Le donne e i bambini rimasero nelle baracche mentre venivano gettate le fondamenta del sogno. Poiché erano tre famiglie, ognuna acquisì un grande lotto di 500.000 metri quadrati ciascuno, un'ampia area di terra coperta da una vegetazione rigogliosa e da fiumi che sarebbero stati testimoni della prosperità a venire. Avevano realizzato il sogno della proprietà tanto agognata da tutti. Ora non dovevano più arrendersi sempre e dividere il raccolto con il padrone terriero. Ora erano loro i padroni. Con orgoglio dicevano: "Desso, qua, in coesto paradiso, naltri ghe semo i paroni" tradotto "Eccoci qui, in questo paradiso terrestre, noi siamo i padroni"!
I primi anni furono molto difficili, con la deforestazione, la costruzione di case di fortuna e lo sfruttamento del terreno per la coltivazione di mais e grano. Il raccolto della prima stagione inaugurò un'era di miglioramento delle condizioni di vita, e la famiglia prosperò. Nel corso degli anni, crebbero non solo in numero, ma in ricchezza e successo, diventando un esempio dello spirito pionieristico che ha spinto così tanti immigrati italiani nella costruzione del Rio Grande do Sul.
Così, la storia di questa famiglia italiana si intrecciò con i paesaggi verdeggiante del Brasile, una narrazione di coraggio, determinazione e successo che echeggia attraverso le generazioni.