La fotografia di cui nessuno conosceva il nome
“A volte una fotografia sopravvive molto più a lungo del nome della persona che vi è ritratta.”
Nella casa di mia nonna c’era una fotografia di cui nessuno sapeva raccontare la storia. Era passata attraverso tre cucine, due traslochi, un’alluvione in cantina e, nel frattempo, erano scomparse quasi tutte le persone che avrebbero potuto spiegare da dove venisse. Era una fotografia piccola, color seppia, incollata su un cartoncino dai bordi ormai consumati. Vi si vedeva una giovane donna italiana accanto a un tavolo di legno. Una mano era appoggiata con delicatezza sul bordo del tavolo, nell’altra teneva quello che sembrava un fazzoletto piegato. Indossava un abito scuro, dal collo alto, con un sottile nastro legato alla gola. I capelli, divisi al centro, erano raccolti dietro la testa. Non sorrideva. Alle sue spalle si vedevano una parete con la carta da parati ormai rovinata, una finestra e una tenda tirata con cura da una parte. Sul retro, scritto a matita e ormai quasi cancellato dal tempo, c’erano soltanto tre parole: “Non perdere”. Nessuno sapeva cosa significassero. Nessuno conosceva il suo nome. Nessuno sapeva dove fosse stata scattata quella fotografia. Per anni, in famiglia, l’abbiamo chiamata semplicemente “La Donna”. Era così che, una volta, si conservava la storia di famiglia. Restava nei cassetti e nelle scatole, nelle buste senza data, nei libri di preghiere con i nomi scritti a margine, nei quaderni di ricette macchiati dal sugo, negli anelli nuziali custoditi dentro scatole di velluto e nelle fotografie i cui volti, con il passare degli anni, diventavano sempre più difficili da riconoscere. Mia nonna probabilmente sapeva più di quanto dicesse, ma anche lei aveva ricevuto quella storia in eredità, insieme al suo silenzio. I suoi genitori erano arrivati dall’Italia e appartenevano a una generazione per la quale i ricordi non erano qualcosa da spiegare. Erano qualcosa da portarsi dentro. Quando ero bambino, le chiedevo spesso della fotografia. “Chi è?” Mia nonna si aggiustava gli occhiali, guardava per qualche istante la giovane donna e rispondeva: “Una di prima”. “Prima di cosa?” “Prima di noi”. Quella risposta mi irritava. Io volevo nomi, date, paesi, navi, indirizzi. Volevo una storia che potesse essere sistemata con ordine dentro un albero genealogico. Lei, invece, non mi dava nulla. Girava la fotografia, rileggeva quelle tre parole e la rimetteva nel cassetto. Allora non immaginavo che, molti anni dopo, sarei tornato su quella fotografia e che proprio mia nonna mi avrebbe dato il primo indizio per cercare di identificarla. Gli anni passarono. La famiglia cambiò. Mia nonna invecchiò. La vecchia cucina venne smantellata. Il tavolo della fotografia, però, continuava a ricordarmi quello sul quale lei impastava il pane la domenica mattina, premendo l’impasto con il palmo della mano fino a renderlo liscio ed elastico. Quel gesto lo aveva imparato da sua madre, che a sua volta lo aveva imparato dalla propria madre. Era così che, senza quasi rendercene conto, nella nostra famiglia continuava a vivere qualcosa dell’Italia. Non nei musei, ma nelle mani. Nel modo di impastare il pane. Nel rammendare un cappotto invece di buttarlo. Nel conservare viti, barattoli, pezzi di filo e piccoli pezzi di legno perché “non si sa mai”. Nel modo in cui mia nonna guardava una sedia rotta e capiva subito dove fosse il problema. L’Italia di una volta era rimasta nella praticità di chi aveva imparato a vivere con poco e a non sprecare nulla. La fotografia apparteneva a quel mondo. Ma per molto tempo non seppi dire in che modo. Fu molti anni dopo, quando mia nonna era già anziana, che un pomeriggio d’inverno mi chiamò in cucina. Era seduta al tavolo e davanti a lei c’era la fotografia. Le sue mani erano più sottili di come le ricordavo. “Credo di sapere chi è”, disse. Mi sedetti accanto a lei. “Chi?” Toccò la fotografia con un dito. “La sorella di mia madre”. Non ne avevo mai sentito parlare. “Come si chiamava?” Mia nonna guardò verso la finestra. “Rosa”. “Dove viveva?” “In Italia”. “È mai venuta in America?” Mia nonna rimase in silenzio. Un silenzio abbastanza lungo da farmi capire che quella risposta aveva un peso. “No”, disse infine. “Doveva partire”. Quella frase cambiò completamente il significato della fotografia, anche se non risolveva ancora il mistero. Mia nonna mi stava consegnando un ricordo di famiglia, non un documento. Secondo quanto aveva sempre sentito raccontare da sua madre, la giovane donna poteva essere Rosa, la sorella di sua madre. Per me, quel nome fu il primo vero filo da seguire. Mia nonna mi raccontò allora quello che aveva saputo da sua madre. Rosa era sua zia, cioè la sorella di sua madre. Era fidanzata con un uomo che aveva già emigrato in America. Lavorava da qualche parte in Pennsylvania, ma nessuno ricordava più il nome del paese. Mandava soldi a casa. Aveva promesso di tornare in Italia oppure di mandare a prendere Rosa. Lei aspettava. Ma, nelle famiglie degli emigranti, aspettare non era mai una cosa semplice. Il padre di Rosa si ammalò. Sua madre non se la sentiva di affrontare il viaggio. Un fratello più giovane aveva bisogno di lei. La partenza venne rimandata. Poi ancora. Quando finalmente arrivarono i soldi necessari per il viaggio, in famiglia servivano per qualcos’altro. Rosa rimase in Italia. Passò del tempo. L’uomo che viveva in Pennsylvania scrisse che non poteva tornare e, alla fine, sposò un’altra donna. Quella parte della storia era stata raccontata una sola volta, e anche allora sottovoce. A mia nonna, quando era bambina, avevano detto di non fare domande. “Perché?” le chiesi. Lei fece spallucce. “Perché una volta ci si vergognava anche di cose di cui non si aveva colpa”. Quella frase mi è rimasta dentro per molti anni. La vergogna, in molte famiglie di emigranti, era una presenza silenziosa. Entrava in casa insieme alle difficoltà e poteva restarci per generazioni. Ci si vergognava della povertà, dei vestiti vecchi, dell’analfabetismo, dell’accento, dei nomi pronunciati male, dei lavori che si preferiva non raccontare ai figli. Ci si vergognava di essere partiti e, qualche volta, anche di essere rimasti. Ci si vergognava di sentire nostalgia dell’Italia e, allo stesso tempo, di ammettere che la nuova terra era diventata casa. E ci si portava dentro il peso di decisioni che spesso non erano state davvero scelte, ma necessità. Quando non c’erano abbastanza soldi, abbastanza lavoro o abbastanza sicurezza per permettere a tutti di partire insieme, qualcuno doveva restare. Fu la stessa mia nonna, molti anni dopo, a raccontarmi che la fotografia, secondo quanto aveva sempre sentito dire in famiglia, era stata fatta da Rosa poco prima del matrimonio che non ci sarebbe mai stato. Quando l’uomo in Pennsylvania le fece sapere che non sarebbe tornato in Italia, Rosa affidò la fotografia a un parente che stava per partire per l’America. Gli chiese di consegnarla a quell’uomo, che avrebbe dovuto riconoscerla e conservarla come ricordo di lei. Ma, una volta arrivato in Pennsylvania, il parente non riuscì a rintracciarlo. Non sapendo dove consegnarla, conservò la fotografia e, quando tornò in Italia, la restituì al fratello più giovane di Rosa. Qualche tempo dopo, anche quel fratello emigrò in America e portò con sé la fotografia. La tenne per molti anni, poi la lasciò alla propria figlia. Da lei passò in seguito alla madre di mia nonna e, infine, arrivò a mia nonna. Questo era il racconto che avevo ricevuto. Ma anche qui mancava qualcosa. Nessuno aveva conservato una testimonianza scritta di quei passaggi. Non sapevamo in quale anno il parente fosse partito, quando fosse tornato, né per quanto tempo il fratello di Rosa avesse tenuto con sé la fotografia. Sapevamo soltanto che, a un certo punto, quell’immagine era rimasta nella famiglia. Così la fotografia aveva seguito una strada diversa da quella per cui era stata destinata: Rosa, secondo la memoria familiare, l’aveva fatta perché raggiungesse l’uomo che amava, ma finì per attraversare l’oceano insieme ad altri membri della famiglia e per rimanere, generazione dopo generazione, nelle mani dei suoi parenti. Quando la fotografia arrivò a mia nonna, nessuno ricordava più con precisione tutti i passaggi che aveva attraversato. Era rimasta soltanto quella frase sul retro: “Non perdere”. Forse Rosa voleva che quell’uomo si ricordasse di lei. Forse voleva che fosse la sua famiglia a ricordarla. O forse aveva semplicemente capito che una fotografia poteva arrivare dove una persona non sarebbe riuscita ad arrivare. In ogni caso, la fotografia attraversò l’oceano anche se Rosa non lo fece mai. Quelle tre parole erano diventate qualcosa di più di una semplice raccomandazione. Sembravano quasi una richiesta. Dopo aver ascoltato il racconto di mia nonna, cominciai a cercare Rosa. Non cercavo soltanto una persona con quel nome. Cercavo di capire se quella Rosa fosse davvero la donna ritratta nella fotografia. Erano tempi in cui fare genealogia significava soprattutto scrivere lettere, telefonare ai parenti, cercare nei vecchi documenti e passare ore negli archivi. Non esisteva ancora la possibilità di fare tutto dal tavolo della cucina con un computer davanti. Cercai tra le carte di famiglia. Scrissi a persone che non sentivo da anni. Cercai nei documenti. Alla fine trovai un paese del Nord Italia. Poi un altro documento. Poi un altro nome. La traccia cominciava a prendere forma, ma rimaneva incompleta. In un atto di stato civile trovai una Rosa che corrispondeva, per nome, famiglia e luogo d’origine, a ciò che avevo ricostruito attraverso i racconti. Altri documenti confermavano che quella donna era vissuta in Italia, che si era sposata e che aveva avuto dei figli. Era rimasta in Italia per tutta la vita. Più cercavo, più le coincidenze diventavano numerose. Il collegamento con la fotografia, però, rimaneva affidato alla memoria familiare. Non trovai quel documento, quella nota o quella fotografia che avrebbe potuto chiudere definitivamente il cerchio. Ma la storia ormai aveva preso una forma: il nome, il paese, la famiglia e la vicenda raccontata da mia nonna sembravano appartenere alla stessa persona. E forse è proprio questo che rende la storia ancora più vera. La donna che per anni avevamo immaginato come “quella rimasta indietro” aveva comunque costruito un’intera esistenza nel luogo in cui era rimasta. Quella scoperta mi fece riflettere. Noi discendenti degli emigranti abbiamo spesso la tendenza a raccontare il passato partendo da chi è partito. Come se la storia cominciasse nel momento in cui qualcuno salì su una nave. Ma per ogni persona che attraversò l’oceano, qualcuno rimase dall’altra parte. Una madre. Una sorella. Una fidanzata. Un fratello. Un cugino. Un vicino di casa. Qualcuno doveva restare per occuparsi della casa, della terra, degli anziani, per sposarsi, per lavorare, per aspettare, per ricordare. L’emigrazione non è soltanto la storia di chi parte. È anche la storia di chi rimane. Per questo, quando penso all’emigrazione italiana, non guardo soltanto ai porti, alle navi e alle partenze. Penso anche ai paesi rimasti dall’altra parte dell’oceano, alle case che continuavano ad avere una porta aperta, ai campi che qualcuno doveva lavorare, alle madri che aspettavano una lettera e alle famiglie che imparavano a vivere con un’assenza. Anni dopo, quando mia nonna era ormai molto anziana e non riusciva più a riconoscere tutte le persone che aveva intorno, portai la fotografia con me. Gliela misi tra le mani. Guardò Rosa per molto tempo. “Bella”, disse. “Era sempre stata bella”. “Te la ricordi?” le chiesi. Mia nonna sorrise. “Ricordo quello che mi raccontavano”. Avrei voluto farle altre domande, ma non lo feci. Alcuni ricordi appartengono a chi li porta dentro. Non tutto quello che ereditiamo deve essere spiegato fino in fondo. A volte voler bene significa anche lasciare chiusa una porta. Poco tempo dopo la morte di mia nonna, la fotografia passò a me. La misi in una scatola insieme agli altri piccoli tesori di famiglia: certificati di battesimo, una medaglietta d’argento, una ricetta scritta in italiano, un vecchio bottone di legno e un pezzo di pizzo che un tempo apparteneva a un abito da sposa. La fotografia non mi faceva più pensare soltanto a tutto ciò che non sapevamo. Mi ricordava piuttosto che le famiglie non sono archivi perfetti. Dimenticano. Confondono le date. Perdono i nomi. Tacciono. Proteggono certi ricordi e ne raccontano altri. E, qualche volta, dopo molti anni, qualcosa ritorna. Fu solo in seguito, quando la fotografia era ormai diventata parte della mia raccolta di ricordi di famiglia, che la digitalizzai e la ingrandii sul computer. Per la prima volta mi accorsi di un particolare che non avevo mai notato. Sul tavolo, accanto alla donna, c’era un piccolo oggetto. Sembrava un ditale. Ingrandii ancora l’immagine. Era davvero un ditale da cucito, simile a quello che mia nonna usava quando rammendava i vestiti. In quel momento capii perché quella fotografia mi fosse sempre sembrata così familiare. Non perché fossi certo di conoscere quella donna. Ma perché conoscevo le sue mani. O, forse, perché riconoscevo in quelle mani qualcosa che apparteneva alla mia stessa storia. Da qualche parte tra l’Italia e l’America, tra il paese da cui qualcuno era partito e la città in cui qualcun altro aveva ricominciato, tra chi era rimasto e chi era andato via, qualcosa era passato da una generazione all’altra. Un sapere semplice, quotidiano, fatto di mani e di gesti. Aveva attraversato il tempo senza avere bisogno di un passaporto. La fotografia era sopravvissuta perché qualcuno aveva pensato che fosse importante. Forse era proprio questo il significato di quelle tre parole: non perdere. Non perdere il volto. Non perdere il nome. Non perdere la storia. Non perdere quelle mani. Non perdere il ricordo di ciò che significava ricominciare. Oggi, quando qualcuno mi chiede perché la genealogia sia importante, penso a Rosa. O meglio, penso alla Rosa che la memoria della mia famiglia ha consegnato a me. Perché dietro ogni nome scritto su un documento di emigrazione c’era una persona la cui vita non cominciava nel momento in cui lasciava l’Italia. Era una figlia, una madre, una sorella, una moglie, un’artigiana, una sarta, una contadina, una commerciante, una donna innamorata, una vedova, una persona con speranze e paure. Prima di essere un’emigrante, era una persona. E una famiglia italiana non è fatta soltanto di quelli che sono partiti. È fatta anche di quelli che sono rimasti, di quelli che hanno aspettato e di quelli la cui vita è cambiata perché qualcun altro aveva deciso di partire. La fotografia è ancora con me. Non so tutto della donna che posa accanto a quel tavolo di legno. Ma oggi, seguendo la memoria di mia nonna e le tracce trovate nei documenti, la chiamo Rosa. Non perché il mistero sia stato cancellato, ma perché finalmente quella fotografia ha un nome a cui legare la sua storia. E, a volte, nella genealogia familiare, questo è già un modo per restituire una persona alla memoria. Quella fotografia non appartiene più alle cose di cui nessuno sa nulla. Ora appartiene alla famiglia. E forse è proprio questo che Rosa voleva. Non essere ricordata in ogni dettaglio. Soltanto non essere dimenticata.
Nota dell’Autore
La storia di Rosa richiama una parte dell’emigrazione italiana che rischia facilmente di scomparire dalla memoria: quella di chi rimase. Quando pensiamo agli emigranti, immaginiamo spesso le partenze, le stazioni, i porti, le navi e le valigie. Ma dietro ogni partenza c’era quasi sempre qualcuno che restava in Italia. Una madre, un padre, una moglie, un fidanzato, un fratello, una sorella. Qualcuno doveva occuparsi della casa, della terra, degli anziani o semplicemente continuare a vivere nel paese d’origine. La storia di Rosa è costruita attorno a questa memoria e a una situazione frequente nelle ricerche genealogiche: il passato familiare arriva spesso attraverso racconti, fotografie e documenti che non coincidono perfettamente tra loro. Nel racconto, il nome Rosa nasce dalla memoria di mia nonna e trova riscontri nella ricerca documentaria, mentre il legame con la fotografia rimane affidato alla convergenza di questi indizi. È proprio questa imperfezione della memoria a rendere preziosi gli oggetti che sopravvivono alle generazioni. Una fotografia, una lettera, un santino, una ricetta, un gioiello o un documento possono diventare gli ultimi testimoni di una persona che le generazioni successive non hanno mai conosciuto. Per questo la genealogia non consiste soltanto nel ricostruire date e nomi. Significa anche provare a restituire una storia alle persone che quei nomi hanno portato. E, nel caso di Rosa, ricordare che la storia dell’emigrazione italiana appartiene tanto a chi attraversò l’oceano quanto a chi rimase dall’altra parte.
Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta