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quinta-feira, 10 de setembro de 2026

Lettere che attraversavano l’Atlantico - Storia dell’emigrazione italiana

 

«Mentre l’oceano separava i corpi, erano le lettere che mantenevano le anime a vivere nella stessa casa.»

Lettere che attraversavano l’Atlantico - Storia dell’emigrazione italiana

Ci fu un tempo in cui l’oceano non era soltanto una distanza. Era un silenzio. Un silenzio vasto come le acque che separavano due continenti e due vite che continuavano a appartenersi senza potersi mai toccare. Oggi i messaggi attraversano il mondo prima ancora che il pensiero maturi. In quel tempo, però, ogni parola doveva imparare a navigare.

Le lettere erano imbarcazioni di carta. Dentro di esse viaggiava molto più dell’inchiostro. Viaggiavano gli occhi di una madre che cercava di riconoscere il figlio che non poteva più abbracciare. Viaggiavano le mani callose di un padre che voleva nascondere la povertà per non accrescere la tristezza di chi era partito. Viaggiavano le benedizioni dei nonni, le notizie dei raccolti, i matrimoni, le nascite, i lutti e, soprattutto, viaggiavano speranze accuratamente piegate tra i fogli perché non si sgualcissero durante la traversata.

Immagino quei contadini italiani, dopo un’intera giornata di lavoro sotto il sole delle colonie brasiliane, accendere una lampada a cherosene per affrontare un compito forse più difficile che abbattere alberi o aprire strade. Bisognava scrivere. Non tutti padroneggiavano la scrittura. Molti ricorrevano al prete, al maestro della comunità o al vicino che possedeva quel raro privilegio di trasformare i sentimenti in parole. Il cuore dettava; un’altra mano scriveva.

Era curioso notare come la distanza modificasse il linguaggio. Le lettere quasi mai descrivevano interamente la sofferenza. Esisteva una delicata discrezione nel proteggere chi era rimasto dall’altra parte del mare. La fame appariva soltanto come un cattivo raccolto. La malattia si trasformava in un piccolo disturbo. La nostalgia, questa nessuno riusciva a nasconderla del tutto, perché sfuggiva tra le righe, nelle pause, nell’insistenza a chiedere della stessa persona più volte, come se ripetere un nome fosse un modo per diminuire la distanza.

Le buste portavano anche il profumo invisibile del tempo. Quando finalmente arrivavano nei piccoli paesi del Veneto, del Trentino, della Lombardia o del Friuli, non erano più soltanto corrispondenze. Erano sopravvissute. Avevano affrontato tempeste, porti, navi, burocrazie, ritardi e incidenti. Ogni piega della carta sembrava custodire un poco del sale dell’Atlantico.

Chi riceveva una lettera non la leggeva una sola volta. La leggeva decine di volte. Poi la custodiva dentro la Bibbia, tra le pagine di un libro di preghiere o in fondo a un cassetto dove restavano le cose troppo importanti per essere dimenticate. La carta invecchiava. L’inchiostro perdeva intensità. Ma c’era qualcosa che resisteva al tempo con sorprendente fedeltà: la voce di chi aveva scritto.

È curioso come la voce sopravviva meglio della fotografia. La fotografia mostra un volto immobile. La lettera rivela un’anima in movimento. Basta leggere una pagina scritta centocinquanta anni fa per percepire dove la mano ha esitato, dove l’emozione ha interrotto la frase, dove la nostalgia ha dovuto respirare prima di continuare.

Forse per questo tante famiglie hanno conservato queste lettere come chi conserva una piccola reliquia. Non c’era oro in esse. C’era qualcosa di più raro. C’era la prova che qualcuno, in qualche parte del mondo, continuava a pensare a coloro che erano rimasti indietro.

Gli storici sono soliti cercare documenti ufficiali, registri di immigrazione, liste di passeggeri, atti e certificati. Tutto ciò è indispensabile per comprendere i fatti. Ma chi desidera comprendere l’anima dell’immigrazione deve aprire una vecchia lettera. È lì che la Storia smette di essere statistica per diventare lacrima. È lì che i numeri acquistano nome, età, paura, speranza e fede.

Nessuna autorità ha registrato quante volte una madre abbia baciato la busta prima di consegnarla al postino. Nessun archivio informa quante notti un immigrato abbia impiegato per finire una sola pagina perché le lacrime macchiavano l’inchiostro. Nessun documento ufficiale contabilizza quante lettere non siano mai arrivate a destinazione, perdute in naufragi, incendi, smarrimenti o semplici disattenzioni umane.

Eppure, in qualche modo misterioso, arrivarono.

Arrivarono perché la memoria possiede sentieri che le mappe non conoscono. Le parole scomparse dalla carta continuarono a essere ripetute dai figli, poi dai nipoti e infine dai pronipoti. Ciò che il tempo cancellò dalla calligrafia rimase inciso nella tradizione delle famiglie. Le lettere finirono. Le storie continuarono.

Penso che abbiamo ereditato da queste corrispondenze più di quanto immaginiamo. Abbiamo ereditato l’abitudine di raccontare da dove veniamo prima di dire dove andiamo. Abbiamo ereditato il rispetto per le fotografie antiche. Abbiamo ereditato la mania di conservare piccoli oggetti senza valore materiale perché un giorno appartenevano a qualcuno amato. Abbiamo ereditato, soprattutto, la convinzione che l’affetto debba essere preservato prima che il tempo compia il suo paziente lavoro di oblio.

Viviamo un’epoca in cui quasi tutto può essere cancellato con un semplice tocco. Le fotografie scompaiono da un telefono. I messaggi svaniscono con la stessa velocità con cui arrivano. La memoria è diventata troppo leggera. Forse per questo è diventata anche fragile. Le antiche lettere, al contrario, esigevano permanenza. Occupavano spazio nei cassetti e anche nel cuore.

Non erano soltanto notizie. Erano impegni contro l’oblio.

Ogni foglio piegato rappresentava una piccola vittoria sull’oceano. Finché esisteva una lettera che viaggiava tra due continenti, nessuna separazione sarebbe stata completa. Il mare sarebbe rimasto immenso, ma avrebbe cessato di essere assoluto.

A volte immagino che Dio abbia un modo molto simile di conversare con noi. Non con la fretta dei messaggi istantanei, ma con la pazienza delle lettere antiche. Alcune risposte impiegando anni ad arrivare. Altre attraversano tempeste che non comprenderemo mai. Tuttavia, quando finalmente raggiungono il nostro cuore, ci accorgiamo che non erano mai in ritardo. Viaggiavano soltanto alla velocità della speranza.

Forse questa è la più bella eredità lasciata dagli immigrati che attraversarono l’Atlantico: insegnarono che l’amore non dipende dalla prossimità, ma dalla fedeltà. E che nessuna distanza è abbastanza grande quando c’è qualcuno disposto a scrivere, qualcuno disposto ad aspettare e qualcuno disposto a custodire un semplice foglio di carta come se in esso fosse preservata la stessa eternità.

Oggi, quando trovo una vecchia lettera ingiallita dal tempo, non vedo soltanto un documento. Vedo un pezzo di oceano trasformato in memoria. Vedo un’intera nave nascosta dentro una busta. Vedo mani ormai scomparse che continuano a scrivere, in silenzio, sulle pagine invisibili della nostra stessa storia.

Nota dell’Autore

Ci sono temi che giungono a noi imponendo la loro grandezza. Guerre, rivoluzioni, conquiste e tragedie sembrano nascere destinate a occupare i libri di Storia. Altri, invece, camminano discretamente ai margini della memoria. Una vecchia lettera, una busta ingiallita, una calligrafia quasi cancellata, un francobollo sbiadito. A prima vista sembrano soltanto carte antiche destinate all’oblio.

Fu proprio per questo che scelsi di scrivere questa cronaca.

Ho sempre creduto che la vera Storia non si sostenga soltanto sui grandi avvenimenti, ma soprattutto sui piccoli gesti che permisero a quegli avvenimenti di essere vissuti da persone comuni. Prima che esistesse l’epopea dell’immigrazione italiana, esistettero uomini e donne che sentivano nostalgia. Prima delle statistiche, esistettero famiglie che attendevano notizie. Prima dei cognomi scolpiti sui monumenti, esistettero mani tremante che cercavano di trovare parole capaci di attraversare un oceano.

La cronaca ha cercato di avvicinare il lettore a questo universo silenzioso. Eppure non è riuscita a mostrare tutto. Nessuna pagina riesce a trasmettere l’ansia di chi attendeva mesi una risposta. Nessun paragrafo riesce a riprodurre l’emozione di aprire una busta dopo aver immaginato, per tanto tempo, chi l’avesse scritta, né riesce a rivelare completamente il coraggio di coloro che nascondevano la propria sofferenza per proteggere chi era rimasto in Italia. Ci sono sentimenti che appartengono più al silenzio che alle parole.

Non è stato possibile nemmeno tradurre interamente il valore storico di queste corrispondenze. Molte di esse sono oggi le uniche testimonianze della vita di migliaia di immigrati anonimi. Grazie a queste lettere, i discendenti hanno scoperto il paese d’origine dei loro antenati, hanno ricostruito alberi genealogici, hanno compreso le ragioni della partenza e hanno recuperato frammenti di un’identità che sembrava definitivamente perduta. Ogni lettera conservata rappresenta una piccola vittoria della memoria sull’oblio.

Ho scritto questo testo perché temo che stiamo vivendo un’epoca in cui tutto si comunica, ma ben poco rimane. Non è mai stato così facile inviare un messaggio, e forse non è mai stato così difficile costruire un ricordo che sopravviva al tempo. Le antiche lettere esigevano attesa, dedizione e permanenza. Erano scritte con il cuore, rilette innumerevoli volte e custodite per decenni come parte del patrimonio affettivo di una famiglia.

Forse è proprio perché sembrano insignificanti che queste lettere meritano di essere ricordate. La civiltà non è costruita soltanto dalle imprese straordinarie, ma anche dai gesti umili che impediscono all’amore di scomparire. Un pezzo di carta piegato con cura può contenere più umanità di molti monumenti di pietra.

Se, al termine di questa lettura, qualcuno sentirà la voglia di aprire un cassetto antico, cercare una lettera dimenticata, chiedere ai nonni delle storie di famiglia o semplicemente conservare un ricordo che sembrava senza valore, allora questa cronaca avrà raggiunto un risultato che le parole stesse non riuscirebbero mai a spiegare.

Perché esistono documenti che raccontano la Storia dei popoli. Ed esistono lettere che salvano la storia di una famiglia. Sono queste, quasi sempre silenziose e apparentemente senza importanza, che continuano ad attraversare il tempo molto tempo dopo aver smesso di attraversare l’Atlantico.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



domingo, 9 de novembro de 2025

Oltre l'Orisonte: La Traversia de ´na Famèia Italiana

 


Oltre l'Orisonte:

La Traversia de ´na Famèia Italiana


Autono de 1878, par el interior del comune de San Piero de Felet, provìnsia de Treviso, in Veneto, la nèbia calava sora i vigneti stracà come 'na vela de resignassion. Le viti faseva meno ua ogni ano, e la fame se insinuava fra le case poarete del paese come 'na visita che no voleva mai ´ndar via. I zorni i zera pien de na malinconia pesada, con el silénsio roto solo dal son sporàdico dei campanèi de la cesa, che segnava l’andar del tempo sensa freta. Le strade de tera bastonà zera puntegià de fóie seche, che crocava soto i piè, ricordando la repetission inesoràbile de le stagioni. I òci dei contadini, che ‘na volta i zera pien de speransa per le vendémie bone, adesso i rifleteva el peso de le zornade sensa fin, imbusà de paùra.

Ntela pìcola cusina de la famèia Moretti, ndove el fogo del camin provava a riscaldar el ambiente fredo, Antonella la zera a ramedar la vècia traversa de laoro, intanto che i so fiòi, Pietro e Maria, i tentava a scaldarse uniti soto 'na coperte rùstega. Su la tola de legno, 'na minestra magra fumava drento 'na scudela sbrodegà, l'ùnico magnar che ghe restava par quel zorno.

"El inverno promete èsser ancora più crudel sto ano", mormorò Antonella par conto so, intanto che sistemava la cusidura. El so marìo, Giovanni, el zera parti prima del sol par provar a catar 'na poca farina al molino de un amico. Lo scambio se faria con le poche nose che i zera riusì a racòglier da le vècie piante che marcava i confin de la pìcola proprietà. La fame no zera l'ùnica ombra che strassegava su San Pietro di Feletto. I dèbiti se cumulava come nùvole de tempesta. La maior parte de le poche tere le zera ipotecà, e i prestamassi del posto cargava interesse esorbitanti, lassando i contadini drento 'na spirale de misèria. El pàroco Don Luigi, con la so tònaca stracià, fasea quel che podea par confortar i fedeli, ma anche lu savea ben che pregar par la piova e par i tempi boni no bastava pì.

I doméneghe, dopo la messa, pìcoli grupi se trovava in piasseta par scambiar novità. Se parlava de famèie che le zera partì par el Novo Mondo, traversando el mar par catar tere ndove el laoro vegnia pagà. Le lètare che rivava, se rivava, le zera lete a vose alta par tuti e tegnù come relìquie pressiose, che dava speransa ma anche paura.

"Le dise che in Brasil el governo el dà tere a chi vol piantar. Conta che là el sol el ze sempre caldo e che le fruite le cresce tuto l'ano," dise Matteo, un zòvene contadin, con i òci che lusea de 'na speransa quasi de fià.

"Ma le dise anche che el viaio el ze longo, pien de perìcoli. E che tanti no sopravive el mar," rispose el vècio Ernesto, con le man sfoiade che mostrava 'na vita intera de fatiga sui campi. El tono de la so voce zera pesà, come se le parole le fusse fate de piombo.

Antonella, sentindo ste parole da la finestra de casa, sentiva un peso ´ntel cuor. L’idea de lassar tuto quel che i conossea par ´ndar drento ‘na traversia cusì insserta la fasea paura. Ma no podea ignorar el fogo de speransa che sta idea gavea impissà in Giovanni. El deseo de donar un futuro mèio ai so fiòi parea sempre pì ´na strada inevitàbile, no importava el préssio da pagar.

Quela sera, mentre el vento fredo fasea tremar le finestre, Giovanni el tornò a casa con el muso scuro. El se sentò visin al fogon e el vardò Antonella par un bon momento prima de parlar.

"Mi go parlà con el padre Luigi. El me ga dito che un grupo parte el mese che vien par el Brasil. Gavemo da dessider presto, Antonella. Parché forse la ze la nostra ùltima oportunità."

Antonella ghe strense la man con fermesa. La dessision no zera ancora stada presa, ma drento ai so cuori, tuti do i saveva che el tempo par esitar el zera finì.

La matina dopo, mentre el gal el zera ancora a dormir, Giovanni el se alsò e el ussì par preparar i ùltimi detàie. ´Ntei so òci, la determinassion de un omo pronto a sfidar el destino. Antonella, vardando la so figura sparir drento la nèbia, la sentì un misto de disperassion e coraio. Zera lo scomìnsio de un viaio che segnarìa par sempre le so vite.

´Ntei zorni che vegnia, Antonella e Giovanni i ga preso la difíssil dessision. L’imbarco par el Brasil el zera l’ùnica oportunità par scampare da la misèria che i ghe rodeava intorno. Giovanni el gavea scominsià a trovarse con altri òmini del paese, preparando tuto par la partensa. Le lètare mandà dai compatrioti in Brasil le descrivea un novo scomìnsio, ma le avisava anche dei perìcoli che i aspetava chi se lanssava oltre el mar. Ogni lètara, lete con avidità, rendeva el futuro tanto prometente quanto spaventoso.

´Ntela víspera de la partensa, la pìcola casa de la famèia Moretti la zera piena de ‘na tristessa silensiosa. Antonella la netava la vècia mobìlia, mentre Pietro e Maria, i so fiòi, i zogava distrati, ancora ignari del peso de la dessision che zera stà presa. El rumor de le martelade, che vegnia de la casa de i visin, ndove che i altri òmini preparava le so bagaie, el resònava drento la matina avolta de nèbia. Le done, drento le case, le vardava solo, sentindo el peso del scognossù che svolava sul futuro dei so marì e fiòi.

Giovanni el entrò in casa con ‘na espression sèria. La so saca de tela, zà pien con i pochi ogeti essensiai, la zera posà drio la porta. El se avisinò ad Antonella e, sensa dir gnente, el la strense forte. Antonella la serò i òci, sentindo la momentanea sicuressa de quel gesto, ma la savea che, presto, loro i zera ´ndà via. El so futuro el se disenava come ‘na riga fina, sospesa tra i cuori streti de la despedida e la speransa de ‘n novo scomìnsio. "Torneremo presto, Antonella. Te prometo. Ghe la faremo. Par Pietro e Maria," el disse Giovanni, con la so vose roca de emossion. El se stacò un poco, vardando i fiòi.

Antonella la strense la so man, come se la volesse passar tuta la forsa che lei gavea. "Lo so. Ma me preocupa el viaio. E cossa che aspeta a noialtri de l’altra parte. Gavemo visto cossa che capita a chi va e no torna."

La menssion dei raconti de morti in mar, de le dificoltà par adatarse a la nova tera, la fece Antonella esitar, ma Giovanni el zera ormai deciso. "Gavemo da afrontar. Mi vegno. Par nu. Par i fiòi." E, prima che la podesse rispondar, el se girò e el caminò fino a la porta, ndove che i so amissi lo aspetava.

El gruppo de emigranti el zera radunà ´nte la pìcola piassa del paeseto, ndove che i muli e le carosse zera zà pronti par portar i viaianti fino a la stasion del treno. El adio i se sussedeva come ‘na ondata de emossion, mentre che i òmini i se abrassava, e le done le se scambiava parole sofegà de conforto e disperassion. Qualchedun dei fiòi picinin no capiva la gravità de la situassion e i coreva par la piassa, zogando come se fusse un semplice passègio. Ma la realtà zera un’altra: i zera pronti a afrontar un viao che gnanca uno de lori podesse imaginar.

Quando Giovanni montò sora la carossa, vardando ’na per l’ùltima volta la so casa e la poca tera che l’aveva curà par tuta la vita, Antonella la sentì come se el tera soto i so piè se movesse. Lei restò con i òci pien de làgreme, ma anca con ’na fiameta de speransa, anca se picinina. Lei se despedia, come ’n taglio profondo, la zera dolente, ma necessària par che ghe fusse ’n novo scomìnsio.

El camino fin al porto de Zénoa el ze stà longo e fadigoso. Soto el calor sofocante de la matina, el treno sbatolava sora i binari, lassando drio ’na nuvola de fumo. El grupo de emigranti ’ndava in silénsio, con i visi segnà da la tension. Le fèmine provava a tegnerse calme, ma i so òci disevan tuto: paura e angùstia del scognossù. I putei, strachi del lungo viaio, se strensea contro i so pare, con i oci fissà in qualcosa lontan.

Quando lori i ze rivà al porto, la vision del gran navio ancorà là in riva al mar ze stà ’n colpo par i sensi. El bastimento pareva che se ’ngolesse l’orisonte, ’na massa gigante de fero e de legno che i portaria verso ’n destino incerto. Intanto che le famèie se meteva in òrdine par imbarcarse, la nèbia del mar se alsava, scurendo el cielo e dando a tuto ’l ambiente ’na sensassion de mistero e de malessere.

Giovanni se avisinò a Antonella, che tegnìa streti i fiòi tra le man.

«Semo pronti», el ga dito, anca se el dùbio ´ntei so òci contradisea le parole.

Antonella fece solo ’n sì con el capo, co’ el cuor streto.

A bordo, el navìo zera pien fin ai òssi. El odor de sal e el rumor sensa fin del mar empienìa l’ària, intanto che i emigranti se sistemava ´ntei cubìcoli improvisà. Le condission zera dure: aqua racionà, magnar scarso, e el calor sofocante de le ore longhe de viaio fasea cresser ancor de pì la sensassion de ’na gàbia. I visi de quei altri emigranti zera segnà da la stesa mescolansa de paura, speransa e nostalgia.

´Nte le prime setimane de viaio, le robe parea ’ndar de mal in peso. I putei piansea, i òmeni parlava pian, e el rumor de l’onde che sbateva contro la strutura del navio zera la ùnica mùsica che i acompagnava. Quando la febre scominsiò a sparpaiar per la nave, i peiori timori de Antonella e Giovanni i se ga fato verità. La malatia colpì prima i pì dèboli, e el nùmaro dei morti cressea zorno dopo zorno.

Tra lori zera Maria, la fiola pì pìcola de Antonella, che cedé a ’na febre alta dopo tre zorni de agonia. El cuor de Antonella se sbrissolò intanto che la vegliava el corpo de la fiola soto le vele che tremolava con la luse. Quela note, Antonella se inzenochiò drio al corpo de Maria e sussurò ’na orassion. El mar, che prima parea pien de promesse, adesso se mostrava come ’n abisso sensa fondo de disperassion e solitùdine. Ma Giovanni, anca disfà da la perda, savea che no podea sèder. La promessa fata a Antonella e ai fiòi zera ancora viva drento la so ànema: "Noaltri gaveremo de vénser, insieme".

Dopo un po de tempo, ’na matina a Piracicaba se mostrava come ’n quadro vivo de colori caldi, con el sol che rompea la nèbia par ciarir i campi de cafè che se stendeva fin dove rivava la vista. Giovanni Moretti respirò profondo, sentindo l’odor teroso de la lavoura mescolà con l’ària ùmida del fiume Piracicaba.

Anca se ghe zera ancora ’na malinconia che no lo lassava, par la perdita de Maria durante la traversia, el savea che quel zera el ricominsiar che l’aveva promesso a Antonella.

La "fazenda" ndove i laoraria zera granda e ben ordinà, ma i baracon zera sèmplissi e pien de zente, fati de legno sensa pitura, con i teti che a pena tegnea fora la piova. Giovanni, Antonella e el picenin Pietro i ze stà mandà in uno de quei baracon. Lori spartia el spàssio con un’altra famèia italiana, i Rossi, che anca lori avea lassà l´Itàlia par ’ndar in serca de ´na vita pì degna.

I do òmeni se ga fà presto compagni ´nte la fadiga de ogni zorno. Le zornade scominsiava prima del nasser del sole. Giovanni ’l ciapava so zapa e ’l ’ndava a piè con Pietro, che gavea solo sete ani ma za ’l iutava a portar i seci par portar l’aqua par le piantassion. Antonella restava ´ntel baracon, lavando robe e cosinando par i laoranti, intanto che i pì veci contava stòrie de ’na casa lontan. Ogni gran racolto parea portar el peso de la so fadiga, ma anca ’na fiameta de speransa.

Malgrado el lavor massacrante, la solidarietà tra i emigranti fasea nasser momenti de respiro. La sera, lori se sentava in serchio intorno a foghère improvisà, cantando cansonete italiane o contandose i soni de comprar ’na tera pròpria. La vose de Antonella se sentiva tra tute — dolse e ferma — portando ricordi del Vèneto che dava conforto a tuta la zente. I primi mesi i ze stà particularmente duri. El sole che brusava e i cali su le mani zera solo ’na parte de la sfida. Le malatie no ga tardà a rivar; la malària e la febre tifòide zirava atorno ai alogiamenti, portando via i pì dèboli.

Ma Giovanni no volea sèder a la disperassion. El tegnea fisso el pensier su la promessa d’un futuro mèio, convinto che se podéa transformar quela tera ostile in ’na vera casa. ’Na zornada, intanto che Giovanni e Pietro lavorava, el fator de la proprietà, ’n omo duro e poco amistoso, el se ga fato veder. El ga vardà Giovanni con interesse prima de avisinarse e el ga dito: "Te lavori bene, italiano. Forse te gh’avrà un futuro qua." 

Giovanni el ga fato solo ’n sì con el capo, ingoiando la ràbia par la maniera come quel omo ghe parlava con superiorità. Zera un riconossimento picenin, ma bastava par rinovar la so determinassion. I mesi i se ga trasformà in ani, e la famèia Moretti la ga scominsià a vardar i fruti de la so fadiga.

Antonella, sempre ingegnosa, meté in pié ’n orto picenin drio al baracon, dove la coltivava verdure che dava un toco de vita a la dieta monòtona de farina e fasòi. Pietro cresseva forte, e la so curiosità lo portava a ’mparar in prèssia i costumi e la lìngua del paese.

Giovanni, dopo ani de risparmio del poco che guadagnava, el ga riusì finalmente a meter insieme el bastante par comprar ’n toco de tera. Quando el fa dito la novità a la famèia, i so oci lusea come mai prima.

"Con ´na vose emossionà el ga deto: Antonella, adesso el ze el nostro turno. No sarà fàssile, ma desso gavemo ´na tera che la ze pròprio de noialtri." ´Ntela picenina proprietà, situà in ’na vila visin a la sità de Piracicaba, la famèia la ga afrontà novi sfide. 

I ga disboscà el teren coperto de mata fita, piantò ortalìssie e cressea galine e porsei. El fruto del laor zera portà a vender a Piracicaba. Le sere zera de fadiga, ma anca de festa. Pian pian, i Moretti se ga integrà con la comunità del posto, smissiando le so tradission italiane con el calor e la ospitalità brasilian.

Ani i ga passà, ormai come picenìn paroni de tera, Giovanni e Antonella vardava con orgòio el so campo. No zera come che i gavea sonià quando i ga lassà el Vèneto, ma zera molto de pì de quanto che i gavea mai avù.

El picenin Pietro, ancor ciamà da Pierino da la famèia, adesso ’n zòvene robusto, el ga scominsià a parlar de ’ndar a ingrandir la piantassion e a soniar de far ’na scola par ’mparar ai altri putei de la colònia. In quel toco de tera, là visin a la sità de Piracicaba, la promessa de Giovanni a Antonella se ga compì. No sensa pena o sacrifìssio, ma con la forsa de chi ga ’mparà a transformar le pèrdite in coràio e el laor duro in speransa. Oltre l’orisonte, el futuro zera ancora inserto, ma ´desso lusea con el barlume de la possibilità.

Nota del Autor

Oltre l’Orisonte» la ze ’na narativa che fa onor al coraio e sacrifìssi dei emigranti italiani che, a la fin del sècolo XIX, i ga traversà el Atlàntico in serca de ’na vita mèio. Anca se inspirà in stòrie vere, ’sta òpera smissia la memòria coletiva con la fission, par dar vita a ’na zornada che risuona con le aspirassion e le dificoltà dei nostri antenati.

Scrivendo ‘sto libro, mi go volù no solo contar ’na stòria de migrassion, ma anca celebrar la lota, la pèrdita e la speransa imortal che move i cuori umani.

Ringrazio ai miei letori par aver acompagnà ’sta traversia e par darghe vose a sti eroi anónimi che i ga contribuì a costruir ’n mondo novo, con sacrifìssio e dignità.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta