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domingo, 1 de novembro de 2026

Non dimenticare l’aringa affumicata appesa a uno spago — Povertà e alimentazione nel Veneto dei nostri antenati

 

Non dimenticare l’aringa affumicata appesa a uno spago — Povertà e alimentazione nel Veneto dei nostri antenati

"Non dimenticare l’aringa affumicata significa non dimenticare la fame, la dignità e il coraggio di coloro che ci hanno preceduto.”

Un ricordo della vita contadina che racconta la fame, la scarsità di cibo e le strategie di sopravvivenza delle famiglie venete tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

«A volte, per comprendere la storia di un popolo, non occorre cominciare dai grandi avvenimenti. Basta immaginare una famiglia riunita intorno a una tavola, una pentola di polenta e un’aringa appesa a uno spago.»

Un ricordo che ha attraversato l’oceano

Tra le memorie tramandate dagli emigranti veneti ai figli e ai nipoti ce n’è una particolarmente significativa: quella dell’aringa affumicata appesa a uno spago sopra la tavola durante i pasti.

Gli anziani raccontavano che, in alcune famiglie, all’ora di pranzo o di cena c’erano molte bocche da sfamare e pochissimo cibo da mettere a disposizione di tutti. La polenta, quasi sempre presente, costituiva la base dell’alimentazione quotidiana. Per darle un po’ di sapore, si appendeva un’aringa affumicata sopra la tavola. A turno, ciascuno avvicinava la propria fetta di polenta ancora calda e la strofinava rapidamente sul pesce, cercando di trasferirle un po’ del suo sapore.

L’aringa rimaneva sospesa, senza essere divisa in porzioni. In questo modo, una quantità minima di alimento poteva insaporire il pasto di un’intera famiglia numerosa.

Non sappiamo quante famiglie ricorressero esattamente a questo espediente, né in quali località fosse maggiormente diffuso. Si tratta di una memoria tramandata oralmente, la cui importanza non risiede nella possibilità di stabilirne la frequenza, ma nella realtà sociale che essa rappresenta.

Non è soltanto una curiosità gastronomica. È un'immagine della necessità, della scarsità e dell'ingegnosità con cui tante famiglie cercavano di affrontare la vita quotidiana.

Ed è proprio per questo che non dobbiamo dimenticarla.

La polenta: il cibo che sosteneva un’intera famiglia

Per comprendere questo ricordo dobbiamo tornare all’ambiente rurale del Veneto nella seconda metà dell’Ottocento.

La società veneta era prevalentemente agricola. Migliaia di famiglie vivevano coltivando piccoli appezzamenti di terra, lavorando come affittuari, mezzadri o braccianti, oppure prestando la propria opera presso proprietari terrieri più facoltosi.

Il lavoro cominciava presto e coinvolgeva frequentemente tutti i membri della famiglia. Uomini, donne e persino bambini partecipavano alle attività necessarie per garantire la sopravvivenza domestica.

Tuttavia, lavorare molto non significava necessariamente mangiare bene.

In numerose comunità rurali, l’alimentazione quotidiana si basava soprattutto sul mais. La farina veniva cotta nell’acqua per preparare la polenta, consumata anche più volte al giorno e accompagnata, quando possibile, da verdure, legumi, latte, formaggio, uova, pesce salato o piccole quantità di carne.

La carne non faceva parte dell’alimentazione abituale di molte famiglie povere. Anche il pane di frumento poteva essere un alimento poco frequente.

La polenta aveva un vantaggio evidente: era relativamente economica, forniva energia e permetteva di sfamare molte persone con risorse limitate.

Ma quando diventava praticamente l’unico alimento disponibile, la dieta non garantiva più tutti i nutrienti necessari per mantenere la salute.

La situazione era particolarmente difficile nelle famiglie numerose, nelle quali la produzione di un piccolo appezzamento doveva sostenere molti figli, genitori e talvolta altri parenti.

L’aringa, il salame e l’osso che passava da una casa all’altra

La storia dell’aringa non era l’unico ricordo tramandato dagli emigranti.

In alcune versioni, l’alimento appeso sopra la tavola era un pezzo di salame. In altre, si parlava di un piccolo pezzo di pesce salato o affumicato, utilizzato per insaporire la polenta di tutti.

Esisteva anche un ricordo particolarmente toccante, spesso associato alle famiglie provenienti dalla provincia di Treviso: quello dell’osso utilizzato per preparare il brodo, che passava da una casa all’altra dello stesso vicinato.

Ogni famiglia riceveva l’osso per preparare il proprio brodo. Dopo averlo utilizzato, lo consegnava alla casa successiva, che ripeteva la stessa operazione. In questo modo, un solo osso poteva contribuire alla preparazione dei brodi di diverse famiglie.

Non era certamente abbondanza. Era un modo per sfruttare al massimo le poche risorse disponibili.

Ma questo ricordo rivela anche un’altra dimensione della vita rurale: la solidarietà tra vicini.

Le comunità erano formate da famiglie che condividevano non soltanto il lavoro, le feste religiose e le difficoltà dell’agricoltura, ma anche le strategie quotidiane di sopravvivenza.

La povertà poteva essere estrema, ma non sempre significava isolamento. In molte località, i legami di vicinato e di parentela costituivano un’importante rete di sostegno.

L’osso che passava da una cucina all’altra è diventato, nella memoria dei discendenti, una rappresentazione quasi perfetta di quella realtà.

Quando la fame diventava malattia: la tragedia della pellagra

Un’alimentazione insufficiente non provocava soltanto debolezza e difficoltà nel lavoro. In determinate circostanze poteva causare malattie gravi e invalidanti.

Una delle più conosciute e devastanti fu la pellagra, che colpì numerose popolazioni rurali dell’Italia settentrionale, soprattutto in diverse zone del Veneto.

La malattia è causata da una grave carenza di niacina, conosciuta anche come vitamina B3, oppure da un insufficiente apporto di triptofano, un amminoacido che l’organismo utilizza per produrre niacina.

Una dieta eccessivamente dipendente dal mais, soprattutto quando il cereale non veniva preparato in modo da rendere maggiormente disponibili questi nutrienti, poteva favorire l’insorgenza della malattia.

La pellagra divenne nota attraverso la cosiddetta malattia dei tre D: dermatite, diarrea e demenza. Nelle forme più gravi comprometteva profondamente la salute fisica e mentale dei malati.

Per decenni rappresentò un problema sanitario e sociale di notevoli proporzioni in diverse località venete.

La situazione era aggravata dalla povertà, dalla difficoltà di accedere a un’alimentazione variata, dalle condizioni abitative precarie e dall’insufficienza delle risorse mediche disponibili in quel periodo.

Il Portale ha dedicato uno studio specifico a questo argomento: La pellagra nel Veneto.

È importante comprendere che non tutte le famiglie che consumavano polenta si ammalavano. Il problema risiedeva in un’alimentazione persistentemente inadeguata e nell’assenza di una dieta sufficientemente diversificata.

La pellagra non era semplicemente una malattia della povertà. Era anche la conseguenza di un sistema alimentare incapace di fornire i nutrienti indispensabili alle fasce più vulnerabili della popolazione.

La casa, la terra e la vita delle famiglie rurali

L’alimentazione non può essere separata dalle condizioni generali di vita.

Molte famiglie venete abitavano in case piccole, spesso condivise con gli animali domestici o costruite con mezzi molto limitati. Gli spazi erano ridotti, l’igiene difficile e, durante i mesi freddi, l’umidità e la scarsa ventilazione favorivano la diffusione delle malattie.

Il lavoro agricolo era pesante e dipendeva dalle stagioni, dalle condizioni climatiche e dai risultati dei raccolti.

Una famiglia poteva lavorare per mesi e tuttavia arrivare alla fine dell’anno con poche risorse. Un cattivo raccolto, una malattia degli animali o un debito imprevisto potevano compromettere l’intero bilancio domestico.

In molte proprietà, la terra non era sufficiente a sostenere tutti i componenti della famiglia. I figli crescevano e, quando arrivava il momento di formare una propria famiglia, trovavano poche possibilità di indipendenza.

La realtà di una famiglia rurale non può essere compresa soltanto considerando la quantità di terra posseduta. Occorreva valutare anche la produttività, gli obblighi finanziari, i contratti di lavoro e il numero delle persone che dipendevano da quella produzione.

La povertà e la decisione di emigrare

Quando studiamo la grande emigrazione veneta, dobbiamo comprendere che la decisione di partire raramente era il risultato di un unico avvenimento.

La povertà persistente, l’insufficienza della terra, i rapporti di lavoro sfavorevoli, le difficoltà agricole, la crescita delle famiglie e la mancanza di opportunità formavano un insieme di problemi che limitava il futuro di migliaia di persone.

Per molte di esse, emigrare significava cercare ciò che la propria terra non riusciva più a offrire: lavoro, cibo sufficiente, una proprietà e migliori prospettive per i figli.

L’America cominciò a rappresentare una possibilità concreta di ricostruire la propria vita.

Il Brasile, in particolare, accolse numerose famiglie venete a partire dalla seconda metà degli anni Settanta dell’Ottocento. Molte furono indirizzate verso le colonie agricole del Rio Grande do Sul, di Santa Catarina, del Paraná e dell’Espírito Santo.

Il viaggio, tuttavia, non significava la fine delle difficoltà. Gli emigranti incontrarono nuove malattie, lavori pesanti, problemi di adattamento e condizioni spesso molto diverse da quelle che erano state loro prospettate.

Nonostante tutto, molti riuscirono a fondare aziende agricole, costruire case, creare comunità e offrire ai discendenti opportunità che non avevano trovato in Italia.

La storia dell’emigrazione non comincia nel momento in cui la nave lascia il porto. Comincia molto prima, nel paese d’origine, nella casa, nella piccola proprietà e persino intorno a quella tavola dove una famiglia divideva una polenta quasi priva di companatico.

Non dimenticare significa anche onorare i nostri antenati

Oggi, quando osserviamo la vita di tante famiglie discendenti dagli italiani, può sembrare difficile immaginare la realtà affrontata dai loro antenati.

La polenta servita ogni giorno, l’aringa appesa a uno spago, il pezzo di salame diviso con attenzione e l’osso che passava nelle case dei vicini sembrano appartenere a un mondo lontanissimo.

Eppure, questi ricordi sono ancora presenti.

Sono stati tramandati dai nonni, dai bisnonni e dagli antichi emigranti che, anche dopo aver costruito una nuova vita in Brasile, non dimenticarono le difficoltà lasciate alle spalle.

È possibile che alcuni di questi racconti abbiano assunto, con il passare delle generazioni, piccole differenze nei dettagli. È naturale per la memoria orale. Il loro significato umano, tuttavia, rimane: ci furono famiglie costrette a utilizzare ogni briciola, ogni alimento e ogni possibilità per riuscire a sopravvivere.

L’aringa affumicata appesa sopra la tavola è diventata un’immagine di quell’epoca.

Non occorre trasformarla in un’usanza universale per riconoscerne il valore storico. Basta comprendere ciò che rappresenta.

Dietro quello spago c’erano una famiglia numerosa, un pasto insufficiente e una realtà che offriva poche alternative.

Forse è proprio per questo che questa storia merita di continuare a essere raccontata.

Quando un discendente italiano cerca di conoscere l’origine del proprio cognome, di scoprire il piccolo paese da cui partirono i suoi nonni o di ricostruire il percorso della propria famiglia, sta anche recuperando una parte di questa storia.

Non erano soltanto cognomi registrati in antichi documenti. Erano persone che lavoravano, soffrivano, nutrivano i propri figli, condividevano quel poco che possedevano e sognavano una vita migliore.

Non dimenticare l’aringa affumicata significa, in fondo, non dimenticare la fame, la dignità e il coraggio di coloro che ci hanno preceduto.

Per continuare a conoscere la storia dei nostri antenati

Questo articolo è collegato alla pubblicazione originale in portoghese, apparsa nel Portale il 3 marzo 2018:

Non dimenticare l’aringa affumicata appesa a uno spago — versione in portoghese.

Per approfondire un altro aspetto fondamentale delle condizioni di vita nel Veneto, si può consultare anche lo studio dedicato alla pellagra nel Veneto.


NOTA DELL’AUTORE

In oltre trent’anni di contatto con famiglie di discendenti italiani, ho imparato che la storia dell’emigrazione non si conserva soltanto nei documenti ufficiali, nei registri dei passeggeri o nelle statistiche.

Si conserva anche nei racconti dei nonni, nelle abitudini alimentari, nelle parole tramandate e nei piccoli episodi che sembrano insignificanti, ma che racchiudono interi capitoli della vita dei nostri antenati.

La storia dell’aringa affumicata appesa a uno spago è uno di questi ricordi. Un’immagine semplice e dolorosa che ci aiuta a comprendere le condizioni in cui vissero molte famiglie venete prima di emigrare.

Preservare queste memorie significa restituire dignità a uomini e donne che, pur avendo conosciuto la privazione, seppero costruire nuove vite e lasciare ai discendenti un’eredità di lavoro, coraggio e identità culturale.

Ricordare il passato non significa vivere in esso. Significa comprendere meglio il presente e onorare coloro che ci hanno preceduto.

Dott. Luiz Carlos B. Piazzetta

Portal Emigrazione Veneta