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segunda-feira, 5 de outubro de 2026

La Canzone della Nonna Veneta a Chipilo

La canzone della nonna veneta a Chipilo

“Il Veneto era l’origine. Chipilo era la vita costruita dopo il viaggio.”


Ci sono case in cui una lingua si mescola agli odori della cucina, al rumore dei piatti e alle voci della famiglia. La mia storia comincia con la voce di mia nonna, in una casa di Chipilo, in una famiglia le cui origini risalivano alle terre venete tra il Trevigiano, il Feltrino e il Bellunese.
I suoi antenati erano partiti da quella parte del Veneto alla fine dell’Ottocento. Erano uomini e donne di paesi e campagne come quelli che si trovavano intorno a Segusino, Quero e Alano, luoghi dai quali provenivano molte delle famiglie che avrebbero formato la nuova comunità di Chipilo.
Non so da quale paese preciso fosse partita la famiglia di mia nonna. Nella mia storia, questo dettaglio non è rimasto. So soltanto che il Veneto era dall’altra parte dell’oceano e che, dopo il viaggio, Chipilo era diventato il luogo in cui la famiglia avrebbe costruito la propria vita.
Conosceva una vecchia canzone di cui non ho mai saputo il titolo né l’autore. Non ne ricordo tutte le parole. Ricordo però il ritmo lento con cui la cantava e il modo in cui abbassava la voce alla fine di ogni strofa. Forse l’aveva imparata da sua madre. Forse l’aveva sentita cantare da una donna della generazione arrivata dal Veneto. Non lo so.
Quello che ricordo bene sono le sue mani.
La mattina si legava il grembiule in vita con un gesto rapido, apriva le finestre della cucina e si metteva al lavoro. Spostava le sedie una alla volta per spazzare sotto il tavolo, scuoteva la tovaglia in cortile e poi la ripiegava con cura. Sistemava i piatti, metteva in fila i bicchieri e controllava la pentola sul fuoco.
Quando faceva la pasta, spargeva un po’ di farina sul tavolo, faceva una piccola conca con le dita e cominciava a impastare. Spingeva l’impasto con il palmo della mano, lo ripiegava verso di sé e ricominciava. In poco tempo aveva le mani bianche di farina.
Ed era allora che cominciava a cantare.
Io restavo ad ascoltarla dalla porta.
A volte entravo in cucina e lei, senza interrompere quello che stava facendo, mi indicava con il mento qualcosa da prendere. Un piatto, un canovaccio, il cucchiaio lasciato vicino al fornello. Se le portavo la cosa sbagliata, mi guardava, scuoteva la testa e sorrideva.
Poi continuava a lavorare.
Quando assaggiava il cibo, prendeva il cucchiaio, ci soffiava sopra e controllava il sapore. Se qualcosa bolliva troppo, abbassava il fuoco. Se vedeva una briciola sul tavolo, la raccoglieva con la punta delle dita.
Da bambino non ci facevo caso. Per me era semplicemente il modo in cui faceva le cose.
Quando arrivava una parte della canzone che conoscevamo, noi bambini cercavamo di cantare insieme a lei. Non sapevamo tutte le parole e spesso ne pronunciavamo qualcuna male. Lei ci lasciava fare. Se sbagliavamo una parola veneta, la ripeteva lentamente e poi tornava a impastare, a piegare un panno o a mettere in ordine la tavola.
Ogni tanto si fermava. Si asciugava le mani sul grembiule, ci guardava e riprendeva il lavoro.
Erano gesti semplici, quelli di ogni giorno. Ripetuti tante volte, finivano per diventare parte della casa.
In famiglia si passava con naturalezza dal veneto allo spagnolo, secondo le persone e le situazioni. Una parola detta a un bambino, un saluto a un parente, un richiamo dalla cucina. Per noi era normale sentire le due lingue nella stessa giornata.
Il veneto era arrivato nella nostra famiglia molto prima di noi. Era arrivato con gli emigranti partiti da quelle colline e da quelle campagne del Veneto e aveva attraversato l’oceano insieme a loro. A Chipilo, quella parlata aveva poi continuato a vivere nelle famiglie, trasformandosi nel contatto quotidiano con lo spagnolo. La varietà parlata nella comunità è infatti riconducibile all’area trevisano-feltrina-bellunese.
Per noi non era una lingua da studiare. Era semplicemente una lingua di casa.
Mia nonna faceva parte di quel mondo.
Non parlava del Veneto ogni giorno. Non ne aveva bisogno. Il Veneto era la terra da cui erano partiti i suoi antenati; Chipilo era il luogo in cui lei era nata, aveva lavorato, cresciuto i figli e vissuto la sua vita.
In lei le due realtà non erano in contrasto.
Una diceva da dove veniva la famiglia. L’altra diceva dove quella famiglia era diventata ciò che era.
Anche quella vecchia canzone faceva parte della sua vita senza bisogno di spiegazioni.
Quando ero bambino, pensavo che quella cucina sarebbe rimasta sempre uguale. La nonna avrebbe continuato a legarsi il grembiule, a spostare le sedie, a impastare, a controllare la pentola e a cantare mentre lavorava.
Poi i figli crebbero, i nipoti presero strade diverse e la casa cambiò. La nonna invecchiò. Le sue mani diventarono più lente. E arrivò il giorno in cui quella voce non si sentì più.
Molti anni dopo, mi capitò di sentire una melodia con lo stesso andamento. Non era la sua canzone, ma bastarono poche note perché la cucina di Chipilo mi tornasse davanti agli occhi.
Il grembiule. La farina sul tavolo. Il cestino del pane. E soprattutto quel movimento delle mani: l’impasto spinto in avanti, ripiegato verso di sé e poi di nuovo sul tavolo.
In quel momento capii che quella canzone era stata molto più di una semplice canzone.
Dentro quelle poche note c’erano le sue giornate, il lavoro delle sue mani e il modo semplice con cui aveva costruito la sua vita.
Ed è proprio qui che Chipilo diventa importante per me.
Mia nonna aveva ricevuto dalla generazione precedente una lingua, una canzone e tanti piccoli gesti. Ma li aveva fatti suoi. Li aveva portati dentro una casa messicana, dentro la sua famiglia e dentro una comunità nata dall’emigrazione veneta.
Il Veneto era l’origine. Quelle terre tra Treviso, Feltre e Belluno erano il punto da cui era partita la famiglia. Chipilo era la vita costruita dopo il viaggio.
Mia nonna non mi lasciò soltanto delle parole. Mi lasciò una cucina, un cortile, un grembiule annodato, la farina sulle mani, una tavola apparecchiata e una voce che accompagnava il lavoro.
Oggi non conosco tutte le parole della canzone.
Ma ne riconoscerei il ritmo fra cento altre.
E della mia nonna, prima ancora delle parole, mi vengono in mente le mani.
Quelle mani fanno parte della casa di Chipilo e, per me, anche della storia di una famiglia veneta diventata messicana.

Nota dell’autore

Ho scritto questa cronaca partendo da una convinzione che mi accompagna da molti anni: quando si racconta l’emigrazione italiana, i grandi numeri e le date sono importanti, ma non bastano a raccontare le persone.
Nel mio lungo rapporto con le comunità italiane e con i loro discendenti, ho incontrato spesso storie che cominciavano da dettagli molto piccoli: una fotografia, una parola rimasta nella parlata familiare, un mestiere, una ricetta, una lettera, il nome di un paese pronunciato dai nonni.
Sono proprio questi dettagli ad avvicinarmi di più alle vicende degli emigranti.
Per questo ho scelto di raccontare Chipilo attraverso una nonna, una cucina e una canzone. Ma ho voluto anche dare alla storia un luogo preciso di partenza: quelle terre del Veneto tra Trevigiano, Feltrino e Bellunese da cui provenivano molte delle famiglie che formarono la comunità chipileña.
La nonna di questa cronaca non è una persona storica specifica. I personaggi e le vicende familiari sono immaginari. Il contesto, invece, si ispira alla storia degli emigranti veneti arrivati in Messico alla fine dell’Ottocento e alla comunità fondata a Chipilo nel 1882.
Quello che mi interessa di questa vicenda è il passaggio da una terra all’altra. Gli emigranti partirono dal Veneto portando con sé una lingua, abitudini, ricette, modi di lavorare e un modo particolare di stare insieme. In Messico non si limitarono a ripetere la vita che avevano lasciato. Costruirono qualcosa di nuovo.
I loro figli e nipoti nacquero già in quella nuova realtà. Il Veneto rimase all’origine della storia familiare; il Messico divenne la terra della vita quotidiana.
È questo legame, tra le campagne venete da cui partirono gli emigranti e la comunità che costruirono a Chipilo, che ho voluto raccontare.
Perché, quando penso all’emigrazione veneta, non penso soltanto alle navi e ai viaggi. Penso alle case che vennero costruite, alle famiglie che crebbero, alle parole che passarono dai nonni ai nipoti e alle piccole abitudini che continuarono a vivere dall’altra parte dell’oceano.
E spesso tutto può cominciare con una nonna che impasta la pasta e canta mentre lavora.


Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta
Autore e ricercatore dell’immigrazione italiana e della storia familiare