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domingo, 23 de agosto de 2026

Emigrazione Italiana in Brasile – La Storia degli Italiani nel Sud del Brasile


Emigrazione Italiana in Brasile – La Storia degli Italiani nel Sud del Brasile

Non attraversarono l’oceano per arricchirsi. Lo attraversarono per conquistare ciò che la vecchia Europa non aveva mai promesso loro: il diritto di poter chiamare propria una porzione di terra.

Ci fu un tempo in cui l’orizzonte di un contadino del Veneto terminava alla recinzione del campo che non possedeva. La terra apparteneva a un altro. Il sudore era suo. Anche il raccolto, però, non gli apparteneva interamente. Viveva come mezzadro o bracciante, soggetto alla volontà dei proprietari, alle intemperie e alle tasse che si erano moltiplicate dopo l’unificazione italiana. Il sogno non era arricchirsi. Era semplicemente mangiare ogni giorno e lasciare ai figli un’esistenza un po’ meno dura della propria. Il pane, quando c’era, veniva accolto con gratitudine. La polenta era più una compagna che un alimento. La carne arrivava sulla tavola soltanto durante le grandi festività religiose. Il vino, quasi sempre annacquato, era meno un piacere che un conforto.

Forse per questo quegli uomini non si imbarcarono verso il Brasile spinti dall’avventura. L’avventura è un lusso per chi può scegliere. Partirono perché restare significava assistere lentamente all’esaurimento della propria speranza. Ogni villaggio del Veneto conosceva storie di famiglie che vendevano quel poco che possedevano per acquistare un biglietto verso l’ignoto. Vendevano il letto, il carro, il maiale, alcune galline, i pochi mobili ereditati dai nonni. Ciò che non riuscivano a vendere lo lasciavano indietro, come se una parte della propria vita rimanesse chiusa dentro le vecchie case di pietra.

È curioso pensare che, in quei giorni, attraversare l’Atlantico significasse molto più che attraversare un oceano. Significava spezzare il filo invisibile che univa le generazioni. Molti non avrebbero mai più rivisto la chiesa dove erano stati battezzati, la piazza dove avevano giocato da bambini, la campana che scandiva le ore della raccolta, il cimitero dove riposavano i loro genitori. La nostalgia cominciava ancora prima che la nave levasse l’ancora.

Quando finalmente raggiungevano il Sud del Brasile, scoprivano che la promessa e la realtà raramente camminavano mano nella mano. Al posto dei campi coltivati che immaginavano di trovare, si estendeva davanti a loro una foresta quasi infinita. Non c’erano vigneti, né ulivi, né strade di pietra. C’erano alberi giganteschi, pendii, fiumi impetuosi, pioggia, freddo e un silenzio così profondo da sembrare appartenere a un altro mondo.

Fu lì che avvenne la vera trasformazione.

In Italia erano agricoltori. In Brasile dovettero diventare pionieri.

Prima di piantare il primo mais, dovettero imparare ad abbattere alberi che non avevano mai visto. Prima di raccogliere l’uva, dovettero estirpare enormi ceppi con strumenti rudimentali. Prima di costruire chiese, innalzarono capanne coperte di scandole, attraverso le quali il vento passava liberamente durante i rigidi inverni della Serra.

Ogni metro di terra coltivata rappresentava giorni di lavoro brutale.

Ogni radura aperta nella foresta costava muscoli, calli e un’ostinazione che oggi sembra quasi impossibile comprendere.

Forse Rubem Braga avrebbe detto che certi alberi impiegavano secoli per crescere, ma bastavano alcuni uomini armati di asce e di speranza per trasformarli in case, fienili e chiese. E c’era qualcosa di profondamente umano in quella lotta impari. Non era una guerra contro la foresta. Era una lenta intesa tra l’uomo e la natura, nella quale entrambi finivano per essere trasformati.

Le mani callose di quei coloni impararono a conoscere legni i cui nomi non avevano mai pronunciato in Italia. Araucaria. Cedro. Cannella. Grápia. L’ascia divenne un’estensione del braccio. La zappa, una continuazione della volontà.

A poco a poco sorsero piccole proprietà dove prima esisteva soltanto una fitta foresta.

Forse questo fu il più grande miracolo di quella generazione.

Per la prima volta, molti di quegli uomini erano proprietari della terra che coltivavano.

Può sembrare una conquista semplice agli occhi di chi è nato circondato da atti di proprietà, registri e recinzioni. Ma, per un antico mezzadro del Veneto, possedere alcuni ettari significava cambiare completamente il destino della famiglia. Non lavorava più per arricchire un altro uomo. Piantava per nutrire i propri figli. Ogni vite piantata nel terreno rappresentava una radice definitiva. Ogni filare era quasi una silenziosa dichiarazione di permanenza.

Tuttavia, possedere la terra non significava possedere la facilità.

I primi raccolti spesso fallivano. I semi non sempre germogliavano. C’erano malattie, incidenti, alluvioni, siccità, isolamento e una distanza quasi insormontabile tra le colonie e i centri urbani. Molti percorrevano chilometri a piedi o su carri per vendere una piccola produzione di mais, fagioli o vino. Altri morivano prima di vedere prosperare la proprietà.

Ma c’era qualcosa che nessuna difficoltà riusciva a distruggere.

La famiglia.

Se c’era una ricchezza che gli immigrati portarono dall’Italia, quella ricchezza non entrava nelle valigie.

Stava intorno alla tavola.

Padri, figli, nonni, zii e vicini trasformavano il lavoro in uno sforzo collettivo. Si costruiva una casa tutti insieme. Si innalzava una cappella con il lavoro di molte mani. Si condividevano semi, strumenti, alimenti e speranza. La comunità diventava una grande famiglia disseminata nelle valli.

Non ci volle molto perché sorgessero scuole, chiese, mulini, cantine e piccoli negozi. La foresta cominciava ad assumere un accento italiano. Le campane chiamavano alla Messa. Il profumo del pane appena sfornato si mescolava a quello del legno appena tagliato. La polenta, un tempo simbolo della povertà europea, cominciava lentamente a rappresentare abbondanza, convivialità e identità.

L’ironia della storia è delicata.

Ciò che in Italia ricordava la penuria si trasformò, in Brasile, in memoria affettiva.

Il vino, che un tempo era soltanto un alimento quotidiano, divenne cultura.

La lingua degli antenati sopravvisse tra montagne lontane dal Veneto.

Le feste religiose continuarono a riunire le famiglie sotto lo stesso cielo, anche se ora quel cielo era attraversato dai pini della Serra Gaúcha.

Con il passare dei decenni, i figli di quei coloni impararono a leggere. I nipoti aprirono piccole industrie. I pronipoti divennero insegnanti, medici, commercianti, ingegneri e imprenditori. L’ascia lasciò il posto alle macchine. Il carro si trasformò in camion. Gli antichi sentieri di terra diedero origine a città prospere.

Tuttavia, ridurre questa storia soltanto al successo economico sarebbe commettere un’ingiustizia.

La vera trasformazione non avvenne quando sorsero le cantine o le cooperative.

Avvenne molto prima.

Avvenne nell’istante in cui un uomo, abituato per tutta la vita a coltivare terre altrui, guardò il piccolo appezzamento coperto di foresta e comprese che, da quel momento in poi, ogni albero abbattuto, ogni seme gettato nel terreno e ogni frutto raccolto appartenevano alla sua famiglia.

Fu in quel momento che il contadino divenne colono.

E forse fu proprio lì che nacque anche un nuovo brasiliano.

Non un uomo che aveva abbandonato l’Italia, ma qualcuno che portava l’Italia dentro di sé mentre imparava ad amare un’altra terra. La memoria dei villaggi, delle campane, delle processioni, delle vigne e delle cucine riscaldate dal fuoco della legna non scomparve; attraversò l’oceano nascosta nell’anima di quegli immigrati e riapparve, trasformata, sulle colline della Serra Gaúcha. Non ricostruirono soltanto le loro case. Ricostruirono un modo di vivere, preservando la lingua, la fede, il lavoro comunitario e la convinzione che la famiglia fosse la più grande ricchezza che un uomo potesse possedere.

Oggi, quando percorriamo le strade della Serra Gaúcha e contempliamo vigneti che disegnano i pendii, chiese di pietra che sfidano il tempo e piccole proprietà tramandate di padre in figlio, è facile immaginare che tutto sia sempre stato lì. Ma non è stato così. Prima del vino, ci fu l’ascia. Prima della cantina, ci fu la capanna. Prima dell’abbondanza, ci fu la fame. Prima del colono rispettato, esistette il contadino povero che attraversò l’Atlantico portando poco più di un cambio di vestiti, un rosario, alcuni semi nascosti tra i propri averi e una speranza più grande della paura. Forse questa è la più bella eredità lasciata dagli immigrati italiani al Sud del Brasile. Dimostrarono che la vera ricchezza non nasce dalla terra, ma dal coraggio di coltivarla. E insegnarono, con la propria vita, che esistono uomini capaci di trasformare una foresta in una casa, un sogno in un patrimonio e una traversata in eternità.

Nota dell’Autore

Prima di tutto, è necessario sfatare un’idea molto ripetuta nel corso degli anni: quella secondo cui gli immigrati italiani vennero in Brasile soltanto in cerca di ricchezza. In realtà, la stragrande maggioranza di loro non osava nemmeno sognare la prosperità. I contadini che lasciarono il Veneto, la Lombardia, il Trentino e altre regioni del Nord Italia, tra gli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento, appartenevano agli strati più umili della popolazione rurale. Molti erano mezzadri, affittuari o semplici braccianti. Coltivavano terre appartenenti a grandi proprietari e vivevano intrappolati in un sistema agricolo che offriva loro poco più della sopravvivenza. La possibilità di acquistare una proprietà era, per quasi tutti, praticamente inesistente. La terra rimaneva concentrata nelle mani di poche famiglie da generazioni, mentre la frammentazione delle piccole eredità, la crescita della popolazione rurale e la crisi economica aggravata dopo l’unificazione italiana rendevano ancora più lontano qualsiasi progetto di ascesa sociale.

Fu proprio questa realtà a rendere straordinaria la trasformazione vissuta nel Sud del Brasile. Ricevendo un lotto coloniale, ancora coperto dalla foresta vergine, l’immigrato ottenne qualcosa che difficilmente avrebbe potuto conquistare nella propria terra natale: l’opportunità di diventare proprietario. È vero che quella terra richiedeva un prezzo altissimo. Bisognava abbattere alberi giganteschi, costruire la propria casa, aprire strade, piantare, affrontare malattie, isolamento e innumerevoli privazioni. Tuttavia, tutto questo sforzo aveva un significato profondamente nuovo: ogni colpo d’ascia, ogni seme gettato nel terreno e ogni raccolto andavano a beneficio della propria famiglia, e non di un proprietario terriero. Per la prima volta, il lavoro smetteva di arricchire un altro uomo per costruire il futuro dei propri figli.

Questa fu forse la più grande rivoluzione silenziosa prodotta dall’immigrazione italiana. In appena due o tre generazioni, i discendenti di famiglie che in Italia difficilmente sarebbero andate oltre la condizione di contadini poveri divennero proprietari terrieri, commercianti, industriali, insegnanti, medici, ingegneri e leader delle proprie comunità. Non fu una trasformazione immediata né priva di sofferenza, ma una conquista costruita lentamente, sostenuta dal lavoro familiare, dalla solidarietà tra vicini, dalla fede e dalla convinzione che il sacrificio del presente avrebbe aperto la strada alle generazioni future. La foresta brasiliana offrì ciò che la vecchia struttura agraria del Nord Italia negava loro: la possibilità concreta di cambiare il proprio destino. Forse per questo la storia dell’immigrazione italiana è molto più di una narrazione di spostamento geografico. È la storia di uomini e donne che scoprirono che la più grande ricchezza non era la terra in sé, ma la libertà di poterla chiamare, per la prima volta, propria. 

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



segunda-feira, 17 de agosto de 2026

L’Oceano che Faceva Ammalare Anche – La Vera Tragedia Sanitaria dell’Immigrazione Italiana in Brasile

 


L’Oceano che Faceva Ammalare Anche – La Vera Tragedia Sanitaria dell’Immigrazione Italiana in Brasile

Una Storia della Traversata, delle Malattie e della Speranza degli Immigrati Italiani


Il piroscafo lasciò lentamente il porto di Genova in una fredda mattina dei primi anni del Novecento. Mentre il continente scompariva dietro la nebbia, nessuno immaginava che il più grande nemico di quel viaggio non sarebbe stato l’Atlantico, ma ciò che ogni passeggero portava dentro il proprio corpo. Tra centinaia di emigranti viaggiava Giovanni Bellotto, un piccolo agricoltore del Veneto che aveva venduto i pochi beni della famiglia per cercare una nuova vita in Brasile. Sua moglie Teresa stringeva al petto la figlia di quattro anni, mentre il piccolo Carlo, di appena otto anni, osservava affascinato l’immensità del mare. Come milioni di italiani di quel periodo, credevano che la traversata sarebbe durata poche settimane. Non sapevano che, per molti, quei giorni sarebbero sembrati un’eternità. Nei ponti inferiori della nave si mescolavano uomini, donne e bambini provenienti dalle più diverse regioni d’Italia. C’erano contadini lombardi, operai piemontesi, famiglie venete e lavoratori del sud della penisola. Erano persone diverse, unite dalla stessa povertà e dalla stessa speranza. Le compagnie di navigazione pubblicizzavano imbarcazioni moderne e sicure. I dépliant promettevano igiene, assistenza medica e un comfort sufficiente per affrontare l’oceano. La realtà cominciava pochi minuti dopo l’imbarco. I dormitori erano stretti. L’aria diventava pesante già nelle prime ore di viaggio. L’odore di abiti umidi, cibo, carbone e corpi ammassati sembrava impregnare il legno della nave. Si dormiva poco. Si respirava peggio. Ufficialmente esisteva un servizio sanitario incaricato di seguire la salute degli emigranti durante la traversata. Medici governativi e commissari di bordo registravano i casi di malattia e redigevano rapporti che venivano successivamente inviati al Commissariato Generale dell’Emigrazione italiana. Nella pratica, però, quel sistema era ben lontano dal funzionare come avrebbe dovuto. Gli stessi rapporti ufficiali avrebbero riconosciuto, anni dopo, che i servizi sanitari, sia a terra sia a bordo, erano profondamente disorganizzati. Le statistiche registravano soltanto i malati visitati dai medici della nave. Un numero molto maggiore rimaneva invisibile. Giovanni se ne rese conto pochi giorni dopo la partenza. Un ragazzo della cabina vicina tossiva sangue durante la notte, ma rifiutava qualsiasi assistenza. Temeva che, arrivato in Brasile, sarebbe stato considerato incapace di lavorare e rimandato in Italia. Altri nascondevano febbri, ferite o difficoltà a vedere, convinti che la malattia avrebbe significato la fine del sogno americano. La paura diventava più forte del dolore. Non era soltanto diffidenza nei confronti dei medici. Molti emigranti provenivano da villaggi dove praticamente non avevano mai ricevuto cure mediche. Abituati ad affrontare le malattie da soli, vedevano i medici del governo come rappresentanti di un’autorità capace di distruggere anni di sacrifici. Anche Teresa nascondeva il malessere della figlia. La bambina aveva una lieve febbre da due giorni, ma qualsiasi visita all’infermeria sembrava un rischio maggiore della malattia stessa. A bordo circolavano storie spaventose. Si diceva che alcuni passeggeri venissero sbarcati direttamente negli ospedali. Altri raccontavano che intere famiglie erano state impedite dall’entrare nel paese di destinazione a causa di una semplice diagnosi medica. Nessuno sapeva esattamente cosa fosse vero. Ma tutti ci credevano. Decenni dopo, le statistiche avrebbero confermato ciò che Giovanni soltanto intuiva. Una parte significativa degli emigranti non compariva mai nei registri ufficiali. Molti viaggiavano su imbarcazioni semi-clandestine tollerate dalle compagnie di navigazione. Altri utilizzavano porti stranieri oppure si imbarcavano su navi praticamente prive di assistenza sanitaria. Vi erano inoltre coloro che semplicemente evitavano qualsiasi contatto con i medici durante l’intera traversata. Per questo motivo, i numeri ufficiali furono sempre inferiori alla reale dimensione della sofferenza vissuta nell’oceano. Man mano che la nave avanzava nell’Atlantico, le malattie cominciavano a circolare silenziosamente tra i passeggeri. Il morbillo si diffondeva con rapidità impressionante, soprattutto tra i bambini. Subito dopo veniva un’altra malattia molto conosciuta dai contadini italiani: la malaria. Sebbene molti credessero che la malattia appartenesse soltanto alle regioni paludose d’Italia, numerosi emigranti si imbarcavano già debilitati. Le statistiche sanitarie avrebbero registrato che la malaria figurava tra le malattie più frequenti nei viaggi verso l’America, superata soltanto dal morbillo. Altri passeggeri presentavano il tracoma, una malattia che lentamente rubava la vista. Vi erano inoltre numerosi casi di scabbia, conseguenza diretta delle precarie condizioni igieniche e del sovraffollamento degli alloggi. La nave si trasformava in una piccola città galleggiante, dove ogni malattia trovava terreno fertile per diffondersi. Giovanni osservava tutto in silenzio. Durante la terza settimana di viaggio, un vecchio agricoltore dell’Emilia smise di presentarsi ai pasti. Giorni dopo si seppe che era stato isolato a causa di un forte sospetto di tubercolosi. Il semplice nome della malattia diffondeva paura. La tubercolosi aveva già devastato migliaia di famiglie italiane prima ancora dell’emigrazione e avrebbe continuato a perseguitare molti lavoratori negli anni successivi. I registri ufficiali avrebbero mostrato che essa sarebbe diventata una delle malattie predominanti nei viaggi di ritorno dalle Americhe, soprattutto tra coloro che rientravano debilitati dopo anni di lavoro pesante. Non era l’unica. I rapporti avrebbero inoltre registrato l’aumento del tracoma tra i rimpatriati, oltre alla comparsa dell’anchilostomiasi, praticamente inesistente nei viaggi di andata e associata alle difficili condizioni di lavoro incontrate in diverse regioni americane. Nei ritorni provenienti dal Nord America, oltre alla tubercolosi polmonare, attirava l’attenzione l’elevato numero di casi di disturbi mentali. Pochi immaginavano il peso psicologico portato da uomini sconfitti che tornavano senza denaro, senza salute e, spesso, senza famiglia. Giovanni non avrebbe mai dimenticato un passeggero che trascorreva ore a guardare l’orizzonte senza pronunciare una sola parola. Alcuni dicevano che avesse perso la moglie durante un’altra traversata. Altri sostenevano che fosse impazzito lavorando nelle miniere americane. Forse nessuno conosceva la verità. Forse nemmeno lui stesso. Le statistiche ufficiali avrebbero dimostrato in seguito che i tassi di mortalità e di malattia erano sistematicamente più elevati nei viaggi verso il Sud America. Non era una coincidenza. Le navi dirette in Brasile e in Argentina trasportavano un numero enorme di famiglie complete, con donne, anziani e, soprattutto, bambini molto piccoli, naturalmente più vulnerabili alle epidemie e alle privazioni della lunga traversata. Nonostante ciò, la maggioranza sopravviveva. Quando finalmente apparve la costa brasiliana, Giovanni si accorse che tutti guardavano la terra in assoluto silenzio. Non c’erano grida. Né applausi. Soltanto lacrime discrete. Ogni sopravvissuto sapeva di non aver sconfitto soltanto un oceano. Aveva sconfitto anche settimane di paura, malattie nascoste, assistenza precaria e una realtà molto diversa da quella promessa dagli agenti dell’immigrazione. Anni dopo, i ricercatori avrebbero raccolto rapporti medici, diari di bordo e statistiche prodotte tra il 1903 e il 1925. Avrebbero scoperto che quei documenti rivelavano soltanto una parte della verità. Dietro ogni numero esistevano uomini e donne che avevano nascosto la febbre, bambini che avevano affrontato il morbillo lontano da casa, lavoratori debilitati dalla malaria, famiglie segnate dal tracoma e sopravvissuti alla tubercolosi. Gli archivi conservarono percentuali. L’oceano custodì storie. E fu su quelle storie silenziose, quasi mai scritte nei libri ufficiali, che milioni di italiani costruirono il primo capitolo delle loro vite in Brasile. Prima ancora di abbattere un solo albero, coltivare un solo campo o erigere la prima casa, dovettero superare la più invisibile di tutte le frontiere: la lotta per la propria sopravvivenza durante la traversata dell’Atlantico. 

Nota dell’Autore 

Nel corso di decenni di ricerca sull’immigrazione italiana, ho imparato che la Storia non è sempre scritta con le lacrime. Spesso arriva fino a noi sotto forma di tabelle, rapporti, statistiche e documenti ufficiali che registrano soltanto ciò che poteva essere contato. I sentimenti, le paure e le angosce quasi mai compaiono in quelle carte. È stato proprio per questo che ho sentito la necessità di scrivere questa narrazione. Quando ho trovato gli antichi rapporti del Commissariato Generale dell’Emigrazione Italiana e le osservazioni redatte dai medici delle navi che attraversavano l’Atlantico, ho capito che dietro ogni indice di mortalità, ogni percentuale di malattie e ogni annotazione burocratica esistevano volti che non furono mai identificati. Erano uomini, donne e bambini che si imbarcarono credendo di viaggiare verso il futuro, senza immaginare che la traversata stessa avrebbe potuto trasformarsi in una lotta quotidiana per la sopravvivenza. La grande epopea dell’immigrazione italiana viene solitamente ricordata attraverso le colonie fondate, le foreste abbattute, le città costruite e lo straordinario patrimonio culturale lasciato in Brasile. Poco si parla, invece, di quell’intervallo tra il porto di partenza e quello di arrivo. Poco si ricorda che anche l’oceano fu un campo di prova, dove la speranza condivideva lo spazio con la paura, la nostalgia camminava accanto all’incertezza e la malattia poteva distruggere, in pochi giorni, il sogno alimentato per tutta una vita. Scrivere di quella traversata significa restituire umanità a migliaia di persone rimaste anonime. Significa ricordare che molti nascosero la febbre per non essere impediti di sbarcare, sopportarono il dolore in silenzio per non compromettere il futuro della famiglia e affrontarono malattie senza alcuna garanzia di un’assistenza adeguata. Erano persone comuni poste di fronte a circostanze straordinarie. Considero inoltre importante ricordare questo episodio perché ci insegna che l’immigrazione non cominciò nelle colonie brasiliane. Cominciò molto prima, nei villaggi italiani segnati dalla povertà, continuò nei porti d’imbarco e raggiunse il suo momento più drammatico sulle acque dell’Atlantico. La nave non era soltanto un mezzo di trasporto; era la frontiera tra due esistenze. Molti arrivarono trasformati per sempre, non soltanto dall’oceano attraversato, ma dalle perdite, dalle sofferenze e dalle ferite invisibili che avrebbero portato con sé per il resto della vita. Se oggi milioni di brasiliani discendono da quegli emigranti, è giusto conoscere non soltanto le loro conquiste, ma anche il prezzo umano che pagarono per raggiungerle. Nessuna statistica può misurare il valore del coraggio di una madre che cercava di proteggere i figli in una stiva sovraffollata, di un padre che nascondeva la propria malattia per non perdere l’opportunità di ricominciare, o di un bambino che attraversava l’oceano senza comprendere perché avesse lasciato indietro tutto ciò che conosceva. Quest’opera cerca di dare voce proprio a questi personaggi dimenticati. Non per sostituire la Storia documentata, ma per camminare al suo fianco, illuminando gli spazi che gli archivi non sono riusciti a colmare. Perché credo che preservare la memoria dell’immigrazione italiana significhi molto più che conservare date, liste di passeggeri e fotografie antiche. Significa comprendere che la prosperità costruita dai loro discendenti nacque dal coraggio di uomini e donne che accettarono di affrontare l’ignoto quando persino il viaggio stesso poteva rappresentare una condanna alla sofferenza. Finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare queste storie, quei viaggiatori continueranno ad arrivare in Brasile, portando con sé non soltanto valigie di legno e sogni di un futuro migliore, ma anche la straordinaria dignità di chi non permise mai che la paura fosse più grande della speranza.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quarta-feira, 9 de novembro de 2022

Relação de Sobrenomes de Famílias Italianas em Votuporanga SP



Sobrenomes Famílias Italianas 
Votuporanga SP 



A


Aquiles 

Albertini 

Amedi 

Angeluci 

Armiato

Alduino 

Albertone 

Andreatta 

Anoni 

Antonell

Adriana 

Albino 

Andreetto 

Antoneli 

Arrostti

Agostineli (Agostinelli) 

Adami

(Adame) 

Aniceto 

Arroio 

Assoni

Agune 

Alecio 

Andreott 

Antoniassi 

Assunpção

Alba 

Alfagalli 

Andretto 

Antonietto 

Avinhi

Albacete 

Alonso 

Andreu 

Antonio 

Avighi

Albaneze 

Amaro 

Andriotti 

Anzaloni 

Albarello 

Amati (Amato) 

Angelo 

Araldi 

Alberico 

Ambreu 

Angeloni 

Albelli 

Alberti 

Ambrosio 

Andreo 

Arduini


B


Bacanelli 

Baraldo 

Batarelli 

Beneduzzi 

Betani

Bacani 

Baratta 

Batocchio 

Benetti 

Bernardi

Badovani 

Barbarelli 

Bapttista 

Benini 

Bertelini

Bacco 

Barbin 

bazilio 

Belini 

Bertelli

Baeza 

Barbizani 

Bazaghia 

Benzati 

Berttellini

Bafone

(Bafoni) 

Barbieri

Barbiere 

Base

Basi 

Belucci, Beluci,

(Belucio) 

Bertholaia

(Bertolaia)

Baggio 

Barlioni 

Bozo 

Bertolchi 

Berti

Bagnola 

Baroni 

Bazzi 

Beraldi 

Bertillini

Baio 

Barrachini 

Beazolli 

Beraldo 

Bertochi

Balaroni 

Bartocci 

Becari 

Beraramo 

Bertolazi


Balbi 

Barussi 

Belentani 

Berardo 

Bertoldo


Balbina 

Bassaglia 

Bello 

Berbeli 

Bertolin


Baldan 

Bassoni 

Belucci 

Beretta 

Bertolino


Baldin

(Baldini) 

Barufi, Baruffi,

(Barufe) 

Belatti

(Belati) 

Belloni

(Belone) 

Bertoli

(Bertole)


Baldicera 

Basquisi 

Belluci 

Bergamin 

Bertollo


Balduini 

Bassan 

Bellotti 

Bergamini 

Bertolozzi

Balioni 

Bassi 

Beleramini 

Bergamo 

Bertone


Balioti 

Bassini 

Beltran 

Bernardelli 

Bertuolo

Banzato 

Basso 

Bellutti 

Bernardi 

Bessa

Baptista 

Batagin 

Bem 

Bernini 

Betin

Baptistussi 

Bataiello 

Benati 

Bersaneti 

Bevilaqua

Baracioli 

Batalha 

Benato 

Bertacini 

Biage (Biagi)

Biazzoli 

Bierini 

Biliato 

Binbato 

Biovezan

Biazzoto 

Bifaroni 

Biliazi 

Biante 

Birer

Bicco 

Bigai 

Billalba 

Bini 

Bisbiliari

Bicarelli

(Bicharelli) 

Bissi

(Bisse) 

Bocatto, Bocato 

Bochi

(Bocchi) 

Bortoleto

(Bortoleto)

Busuti 

Bonini 

Botaro 

Breviato 

Brunini

Blundi 

Bono 

Botte (Botti) 

Breseghello 

Bruno

Boccin 

Bonvicine 

Bolta 

Bressan 

Bruschi

Boleri 

Boracini 

Bottura (Botura) 

Breviglieri 

Budin

Bolotari 

Borelli 

Bozza 

Brianezi 

Bufulin


Bolotario 

Borgatto 

Brachini 

Brianti 

Buizan

Bombonato 

Borghi 

Bracolatti 

Brigati 

Butarellho


Bombardi 

Bortole 

Bragnara 

Brighenti 

Buso (Buzo)


Bombini 

Bortolucci 

Brambila 

Brocco 

Bossan 

Bossolani 

Brancaglion 

Brulari 

Bonesso 

Bossin 

Brandini 

Brunassi 

Boni 

Botta 

Brassolotto 

Brunelli 



C




Cagliari 

Cardili 

Cavassani 

Cherubini 

Colcci

Canelli 

Careti 

Cavenaghi 

Chiafroni 

Colleta

Caudato 

Carminatte 

Caviglione 

Chiesa 

Colombro

Caldorin 

Carrara 

Cecato 

Chinalia 

Comim


Camassa 

Casagrande 

Cecchini 

Chincheti 

Comini

Camassutti 

Casale 

Cecolin 

Chinelato 

Commar

Cambiaghi 

Caselli 

Cegantini 

Chinelato 

Condini

Camilla 

Coselli 

Celi 

Chiozini 

Conti

Camillati 

Castelleti 

Cella 

Chiparini 

Coradelo

Campoli 

Castellone 

Celine 

Chiaparini 

Cornachione

Gampoghioli 

Casteluci 

Cenedeze 

Chiuchi 

Coprtiglio

Canato 

Castrequini 

Cerantolla 

Chuppetta 

Costa

Capella 

Castriani 

Cesário 

Ciabotti 

Constanzo

Capellato 

Castelani 

Cestari 

Cicarelli 

Couvre

Capelleti 

Catanozi 

Cetrone 

Cioccari 

Cremoni

Caporalin 

Cavaleri 

Cezareto 

Ciocca 

Crivellari

Capri 

Cavalari 

Chamati 

Citrone 

Cucarolle


Caproni 

Cavallero 

Chapiche 

Cocolo 

Cucarolli

Carbonaro 

Cavalini 

Chareli 

Codinhoto 

Cuin

Cardi 

Cavalin 

Cheregati 

Colatruglio 

Curti

Cazzonato 

Cassonati 

Casonatto 

Cacionatti 

Cazonato



D



Dainese 

Dameglio 

Del Alamo 

De Lucca 

Dotti

Dainezi 

Dam 

Del Armelino 

Denari 

Dumbra

Dal Ben 

Daneluzzi 

Del Gobo 

De Roco 

Duo

Dal Bom 

Davanzo 

Della Fiori 

De Tomini 

Duran

Daloca 

Davanzzo 

Dellarmelino 

Dezan / Dezzan

Dalossa 

D’Avoglio 

Dela Rovere 

Domenicis 

Dalto 

Dazzi 

Dal Molin 

Donato 


E



Escorsi 

Escremin 




F



Fabiano 

Favaretto 

Ferri 

Foresto 

Furlan

Fabri 

Favaro 

Ferro 

Fornaziani 

Furlaneto

Facchini/Faccini 

Favero 

Fiamenghi 

Forti 

Furlanis /Furlani

Facin 

Feddozi 

Filazi 

Fortunato 

Fuzza

Faggion 

Feffin 

Fileto 

Fracolla 

Fuzetto

Falchi 

Feltrin 

Filpo 

Fraioli 

Fuzzari

Faneco 

Ferezin 

Fini 

Franceschetti 

Faneli 

Ferriani 

Finotti 

Franchi 

Fantin 

Fava 

Fiori 

Francinetti 

Farina 

Ferracini 

Folcchini 

Franciscato 

Farinazzo 

Ferraresi 

Fondello 

Franzin 

Farinelli 

Ferrarezze 

Fontinelli 

Fregonezi

Farma 

Ferrari 

Fontolan 

Friozi 

Fascina 

Ferrato 

Forestieri 

Friase 




G





Gabalini 

Gaspari 

Chiotto 

Gondin 

Grejamin

Galano 

Gasparini 

Giacarelli 

Goraib 

Guardagnolo

Galbiati 

Gastaldon 

Giacheto 

Gostaldon 

Gualda

Galeti 

Gatto 

Giacomette 

Gostinelli 

Guarizo

Gallardi 

Gava 

Gianesi /Gianezzi 

Gracato 

Guarnieri

Galletti 

Gavazza 

Gibin 

Graciato 

Gubolin

Gallo 

Gaviolli 

Giraldi 

Grandizzoli 

Guelfi

Gandini 

Geacomini 

Gerald 

Grangieri 

Guena

Galloro 

Geanine 

Gerotto 

Granzzatto 

Guerche

Garbelin 

Geanezi 

Gibertoni 

Greco 

Guerzoni

Gardini 

Geraldi 

Ginelli 

Greccoto 

Guzo

Garuzzi 

Geretti 

Giollo 

Gregio 

Guzzoni

Gasi 

Gerollo 

Giordani 

Gregoleti 

Giovanini 

Girald 

Gobetti 

Gregui 




H





Habimoradi 

Hippolytto 



I




Iani 

Ierini 

Inamorato 




L




Lagoin 

Lasso 

Libert 

Longuini 

Lucca

Lamana 

Lavesso 

Liborati 

Longo 

Lucci

Lanzan 

Lavezzo 

Liébana 

Loquetti 

Luppo

Landi 

Lazzaretti 

Locatelli 

Lorenzetti 

Luquette

Landin 

Lecho 

Lodette 

Loreto 

Laridindo 

Leva 

Longhin 

Lourencin 




M




Macelani 

Marzochi 

Mataruco 

Medaglia 

Meschiare

Mahi 

Maruci 

Matheus 

Mediani 

Marchiolli

Machio 

Mascellani 

Matiazzo 

Mega 

Micelli

Madalosso 

Maschio 

Mazi 

Megiani 

Michilini

Madi 

Massette 

Maziero 

Melegatti 

Miglioli

Maricatto 

Mozzol 

Mazotti 

Melin 

Minto

Marin 

Massuia 

Mazzaferro 

Melle 

Milani

Marini 

Massura 

Mazzi 

Mello 

Minucelli

Marinelo 

Mariotti 

Masso 

Melozzi 

Miron

Mariotto 

Mastrocolla 

Massa 

Menechelli 

Morelato

Marquezan 

Matta 

Ssoni 

Menegosso 

Morelli

Morgani 

Morgoni 

Murari 

Moro 

Muzetti

Marangoni 

Moriali 

Molini 

Morselli 

Moretin

Martinelli 

Mata /Matta 

Mechi (Meche) 

Meneghini 

Moreti

Martini 

Matarozzo 

Meque 

Merlote 

Mazzocatto




N





Nadalline 

Narezzi 

Nonato 

Nossi 

Nucci

Naressi 

Nascimbeni 

Nordi 

Novelli 




P





Pacheco 

Pagliarani 

Palma 

Paschoal 

Pastorello

Padovani 

Paglioni 

Pansani 

Paschoalotto 

Pavan

Padovez 

Paglione 

Papali 

Pascoalin 

Pavani

Paduan 

Paglinossi 

Pardin 

Pascoalini 

Pavin

Pagioro 

Paladini 

Parra 

Pascoarello 

Pavolin

Pazin 

Peresi 

Picoli 

Passarin 

Polizelli

Pazini 

Pergamini 

Piccolo 

Passoni 

Poloni

Pazzotto 

Perinelli 

Piconze 

Pinzan 

Poltronieri

Pecego 

Peripolli 

Pienhotti 

Pio 

Polveri

Pedrasse 

Permegiani 

Pierin 

Piovezan 

Pozenatto

Pedrassi 

Perrone 

Pierini 

Piovezam 

Pozzobon

Pegolo 

Perrucini 

Pietro 

Piquetti 

Pozebon

Pelaia 

Perseghin 

Pigoni
 
Pirani

Pradella

Pelegrefi 

Pesciotto 

Pignatari 

Pistilli 

Prandi

Pelegrini 

Pessin 

Pignati 

Pitarelli 

Prandini

Pelicer 

Petenucci 

Pilege 

Pitta 

Previato


Pellarin 

Petini 

Pilon 

Piva 

Prezzotto

Peluci 

Petrilli 

Pinatti 

Pivaro 

Princi

Pena 

Petronillo 

Piloni 

Pogi 

Proni

Penachioni 

Piacente 

Pinceratto 

Poiani 

Prosdocime

Penariol 

Pianta 

Pinge 

Polachini 

Puccinelli

Penarioto 

Picacio 

Pinhatari 

Poleghati 

Puci

Penasso 

Piccinin 

Pinhoti 

Poletti 

Puglia

Perbelini 

Picerne 

Pinzon 

Poli 

Pupin



Q



Quatrini 

Quatrochi 

Quinaglia 




R




Rabelo 

Redigolo 

Rinaldi 

Rondini 

Ruari

Reganini 

Redondo 

Risso 

Rosa 

Rubio

Regiotto 

Reganin 

Rizzatto 

Rossan 

Ruela

Ragnoli 

Regatieri 

Rizzi 

Rosário 

Rufatto

Raguitto 

Pegiani 

Roca 

Rossanezi 

Russafa

Raia 

Rego 

Roda 

Rossatto 

Ruzza

Randi 

Regonatto 

Roma 

Rossi 


Rauchi 

Ricci 

Romanenghi 

Rossignoli 

Rebelato 

Ricciardi 

Romano 

Rossini 

Rebeschini 

Rico 

Roncatti 

Roveri

Reche 

Rigo 

Roncolatto 

Rozetto 



S



Sabadotto 

Sasso 

Scamatti 

Segantine

Scorsi 

Solvestrini

Sabatin 

Savazi 

Scandelai 

Segatt 

Simielli

Sabino 

Savani 

Scarduzi 

Segna 

Simiolli

Sacchi 

Savoini 

Scandorelie 

Seguar 

Simonatto

Sagatine 

Savoine 

Scaramuzze 

Selingardi 

Simonetti

Saltini 

Sbadellini 

Scaranelli 

Semenzatto 

Simonis

Salvioli 

Sbrogio 

Schiavetto 

Semenzin 

Sirelli


Sandrin 

Scabeloo 

Scriavoni 

Serantoni 

Soldati

Sangregorio 

Scabin 

Seba 

Sestini 

Soler

Sano 

Scacalozi 

Secco 

Sette 

Stavarengo

Sapelli 

Scaglia 

Sechini 

Siccoti 

Stefanelli

Sarracini 

Scalf 

Sedano 

Signorini 

Stefanuti



T




Tadami 

Testoni 

Tolini 

Topazzo 

Troiani

Tagliari 

Tehome 

Tomé 

Toschi 

Trombella

Tagliavini 

Tiossi /Tossi 

Tomin 

Trento 

Tromboni

Tanganelli 

Tirapelli 

Tominatto 

Trevisan 

Tunussi

Terenze 

Tofarelli 

Tomiatti 

Tridapalli 




U




Uzelloto 



V




Valdambrini 

Valin 

Venturini 

Verlote 

Viale

Valereto 

Valoto 

Vera 

Verona 

Vagnoto

Valleriani 

Vechiato 

Verdi 

Vesutti 

Vitorelli

Valeriano 

Venci 

Vergani 

Vespa 

Vizona

Valiceli 

Vendramini 

Vergilio 

Vetorazzo 




Z



Zaccaro 

Zan 

Zngrando 

Zara 

Zonta

Zafalon 

Zanachi 

Zariboni 

Zava 

Zontini

Zafani 

Zanardi 

Zanin 

Zavatti 

Zotarelli

Zaine 

Zanco 

Zanini 

Zavate 

Zuanazzi

Zamberlan 

Zanelato 

Zanovelli 

Zieri 

Zucatto

Zamboni 

Zanella 

Zanaquetta 

Zeuli 

Zuchetti

Zambonaro 

Zanfolin 

Zanutto 

Zocatelli 

Zanzarini 

Zanzerolani 

Zaparolli 

Zoccal