La Terra Dove la Foresta Imparò i Nomi degli Uomini
Prima delle strade, delle cappelle e dei vigneti, esisteva solo la foresta. Furono gli immigrati a darle nuovi nomi e un nuovo destino.
Il giorno 17 febbraio 1884 albeggiò avvolto dalla nebbia che soleva posarsi sulle selve della Serra Gaúcha. L’estate avanzava già, ma le prime ore conservavano un freddo mite che ricordava, in modo lontano, le mattine della provincia di Vicenza. In quell’istante Pietro Cestonaro comprese di aver cessato di essere soltanto un viaggiatore. Diventava uno degli uomini destinati a scrivere i primi capitoli di una nuova civiltà.
Meno di tre mesi erano trascorsi dalla partenza da Genova. La traversata dell’Atlantico, l’attesa angosciosa sull’Isola delle Fiori e il cammino fino a São Sebastião sembravano ormai appartenere a un’altra esistenza. La sofferenza non era scomparsa dalla sua memoria, ma cominciava a cedere spazio a una certezza ben più grande: esisteva una terra che attendeva le sue mani. Il 29 dicembre 1883 Pietro e Angela Lovarini avevano lasciato São Sebastião diretti verso l’interno della serra. Il viaggio proseguì lungo sentieri aperti tra alberi giganteschi, superando fiumi dalla corrente rapida, pendii ripidi e mulattiere dove la foresta restava sovrana. Ogni chilometro percorso allontanava la coppia dall’Europa e li avvicinava a un destino che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Quando giunsero al Campo dos Bugres, il primo giorno di gennaio del 1884, trovarono un luogo che respirava ancora i primi sforzi della colonizzazione. La Casa di Immigrazione era semplice, costruita per offrire riparo temporaneo alla moltitudine di famiglie che attendeva la distribuzione delle terre. Non c’era lusso, soltanto l’indispensabile per mantenere viva la speranza di coloro che avevano attraversato un oceano in cerca di un futuro. Durante otto giorni Pietro osservò il movimento incessante dei nuovi arrivati. Vicentini, veronesi, trentini, bergamaschi e lombardi camminavano lungo gli stessi corridoi di legno. I dialetti variavano da gruppo a gruppo, ma tutti condividevano lo stesso sguardo inquieto di chi doveva ricominciare la vita senza quasi nulla oltre al coraggio.
Ogni giorno piccoli gruppi lasciavano l’ospizio per conoscere le terre disponibili. Era un rito silenzioso. Alcuni rientravano delusi. Altri tornavano con gli occhi illuminati da una speranza cauta. La scelta di un lotto significava ben più che acquisire una proprietà. Era decidere dove sarebbero nati i figli, sarebbero stati sepolti i genitori e sarebbero cresciute intere generazioni. Pietro percorse la lunga strada fino alla 16ª Légua Norte di Nova Trento. Solo dopo aver camminato per ore comprese la vera dimensione di quel territorio. Ci volevano quasi otto ore di viaggio per tornare al Campo dos Bugres. L’isolamento cessava di essere un’idea astratta e assumeva il peso concreto della distanza.
Più tardi conobbe le cosiddette colonie del Conte. Fu lì che la sua storia cambiò direzione. Tra radure appena aperte e alberi secolari, Pietro incontrò altre famiglie provenienti dalla provincia di Vicenza. I cognomi Zanovello, Frigo, Dal Zotto, Schiavo, Pasinato e Lovo suscitavano una familiarità impossibile da spiegare. Erano nomi che portavano la stessa origine, gli stessi costumi e la stessa disposizione ad affrontare una terra sconosciuta. Decisero di restare vicini gli uni agli altri. Sapevano che nessuna famiglia sarebbe sopravvissuta da sola in quell’immensità di selve.
L’acquisto del lotto rappresentava un rischio enorme. Il valore di ottocento fiorini sembrava quasi impossibile per uomini che erano sbarcati portando soltanto alcune valigie e gli strumenti di lavoro. Eppure le condizioni offerte apparivano un’occasione rara. Per due anni non vi sarebbe stato alcun interesse sul debito. Dopo quel termine, gli interessi avrebbero cominciato a trasformare ogni moneta in ritardo in un nuovo fardello. Il tempo assumeva un valore diverso. Ogni sorgere del sole avvicinava la data del pagamento. Ogni giorno sprecato diminuiva le possibilità di conservare la terra.
Per la prima volta nella sua vita Pietro cominciò a calcolare il futuro come chi misura con cura ogni palmo di un campo. Pensava ai fratelli rimasti in Italia. Se fossero stati lì, avrebbero potuto unirsi alla grande impresa situata a circa cinque ore di cammino dalla colonia, dove dodici italiani lavoravano per 6.550 fiorini e speravano di concludere il lavoro in cinquanta o cinquantacinque giorni. La famiglia divisa costava cara. L’immigrazione offriva opportunità, ma esigeva come prezzo la separazione di coloro che avevano sempre lavorato fianco a fianco. Tuttavia Pietro rifiutava di cedere allo sconforto. Metteva da parte parte del denaro per garantire la sopravvivenza di Angela e riservava un’altra somma per saldare i quaranta o cinquanta fiorini che doveva ancora consegnare al Conte per la documentazione definitiva della proprietà. La terra esisteva già. Mancava di trasformarla in patrimonio legittimo della famiglia.
Quando finalmente percorse l’intero lotto, rimase a lungo in silenzio. La proprietà scendeva dolcemente fino a un fiume dalle acque trasparenti. La selva fitta nascondeva i confini del terreno sotto una successione interminabile di alberi, liane e ombre. I brasiliani chiamavano tutto ciò semplicemente mato. Per Pietro, però, quel mato aveva un altro significato. Lì erano nascoste le pareti della futura casa. I tronchi avrebbero reso possibile la stalla. Le radure avrebbero lasciato spazio al grano. I pendii avrebbero accolto le viti. Il ruscello avrebbe fatto muovere un mulino e una segheria. Nulla esisteva. Ma tutto sembrava possibile.
I coloni più antichi mostravano piantagioni che stupivano qualsiasi europeo. Il sorgo cresceva vigoroso. Il grano rispondeva generosamente al suolo fertile. Tuttavia erano le viti a suscitare la maggiore ammirazione. A Vicenza si spandevano per i campi; in quella nuova terra si innalzavano in grandi pergolati vicino alle case, raggiungendo quasi due metri di altezza. Raccontavano che quindici viti, dopo tredici anni, bastavano a produrre un barile intero di ottimo vino.
Pietro contemplava quelle piante come chi osserva il proprio futuro. Immaginava bambini che correvano tra i vigneti dove ancora c’erano soltanto alberi nativi. Vedeva Angela che raccoglieva uve mature sotto un’ombra che ancora non esisteva. Percepiva che la foresta nascondeva, nel suo interno, un paesaggio completamente diverso da quello che gli occhi raggiungevano. La posizione della proprietà aumentava la sua fiducia. In soli quarantacinque minuti era possibile raggiungere la strada postale. L’acqua non sarebbe mai mancata. Il clima era sorprendentemente mite. Le notti restavano fresche anche durante l’estate, mentre il freddo non raggiungeva mai la durezza delle Alpi.
Pochi anni prima quella regione apparteneva quasi esclusivamente ai gruppi indigeni e a qualche avventuriero disperso. Ora circa quattordicimila italiani e tirolesi trasformavano lentamente il paesaggio. Gli alberi continuavano a dominare l’orizzonte, ma tra di essi sorgevano case di legno, piccoli esercizi commerciali, officine, fucine e cappelle. La foresta cominciava ad acquisire accento italiano.
Nelle mattine di domenica centinaia di cavalli occupavano i dintorni della chiesa in costruzione. Le famiglie percorrevano enormi distanze per assistere alla messa, preservando tradizioni religiose che avevano attraversato l’Atlantico insieme a loro. Sacerdoti, medici, farmacisti, fabbri e carpentieri arrivavano a poco a poco, formando le fondamenta di una società che nasceva ancora tra tronchi abbattuti e strade di fango.
Pietro osservava anche i brasiliani. Uomini con bombache larghe, cappelli a tesa larga, poncho gettati sulle spalle e coltelli lunghi fissati alla cintura attraversavano le strade montati su buoni cavalli. Molti portavano pistole e sciabole. Quella figura gli era parsa strana nei primi giorni. Poi comprese che anche loro avevano imparato a sopravvivere in una frontiera dove la natura imponeva ancora le proprie leggi.
Tutto intorno sembrava annunciare abbondanza. Le pesche spuntavano in quantità inimmaginabile per un uomo cresciuto a Vicenza. Il miele era generoso. Il vino si poteva acquistare a prezzo accessibile. L’acquavite proveniva dalla canna da zucchero. Maiali, galline e grano avevano valori accuratamente annotati da Pietro. Non scriveva ai genitori soltanto per alleviare la nostalgia. Scriveva per convincerli.
Desiderava che comprendessero che in quell’estremo del Brasile esisteva un’opportunità impossibile da trovare nella vecchia Europa. Le notizie sulla futura ferrovia che avrebbe collegato Porto Alegre a Santa Catarina rafforzavano ancora di più questa convinzione. Pietro intuisce che grandi trasformazioni erano vicine. Non sempre gli uomini percepiscono quando la Storia cambia direzione. Alcuni, però, riconoscono quell’istante mentre esso sta ancora accadendo.
Nel concludere la lettera inviò saluti a tutta la famiglia. Pensò alla sorella, alla nonna, agli zii, ai cognati e agli antichi vicini del villaggio. Tenue a rassicurare tutti circa la salute di Angela. La giovane che molti giudicavano gravemente malata aveva recuperato completamente le forze. Il clima, la speranza e la nuova vita sembravano restituirle la vitalità perduta prima della partenza.
Raccontò anche di aver incontrato, per caso, un conoscente dell’antica piazza del villaggio, ora sposato con una contadina mantovana e padre di tre figli. L’oceano separava le famiglie, ma riuniva anche destini improbabili in luoghi dove nessuno di loro aveva immaginato di vivere. Senza rendersene conto, Pietro Cestonaro registrava ben più di avvenimenti quotidiani. Registrava la nascita di una società.
Le colonie italiane del Rio Grande do Sul non sorsero soltanto per decreti, mappe o decisioni amministrative. Furono edificate da uomini e donne che impararono a scorgere città dove c’era soltanto selva fitta, vigneti dove esistevano alberi secolari e dimore dove ancora regnava il silenzio della foresta.
Fu così che Campo dos Bugres, Nova Trento e le colonie del Conte cessarono di essere semplici riferimenti geografici per diventare capitoli vivi dell’immigrazione italiana.
E fu così che una lettera scritta il 17 febbraio 1884 attraversò di nuovo l’Atlantico portando più che notizie. Portava la prova che la speranza poteva essere comprata con il lavoro, coltivata con il sacrificio e trasmessa di generazione in generazione, fino a trasformare una terra sconosciuta nella vera patria di un popolo.
Nota dell’Autore
La Storia suole essere narrata a partire da grandi avvenimenti, personaggi illustri e decisioni politiche. Tuttavia è nelle lettere private che spesso si trova il ritratto più autentico di un’epoca. Scritte senza l’intenzione di attraversare le generazioni, esse preservano il linguaggio quotidiano, le paure, i progetti, le difficoltà e le piccole conquiste di uomini e donne che costruirono la storia con le proprie mani.
Questa cronaca è nata da una di quelle corrispondenze, attualmente conservata nell’archivio di un museo storico dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul. La lettera, redatta nel febbraio 1884 da uno dei primi coloni della Serra Gaúcha, offre una rara testimonianza sui primi tempi della colonizzazione: la scelta del lotto, l’apertura della selva, i rapporti tra gli immigrati, le aspettative rispetto al futuro e il desiderio costante di riunire nuovamente la famiglia in terre brasiliane.
La narrazione, tuttavia, non pretende di riprodurre letteralmente quel documento. Si tratta di un’opera di finzione storica. I personaggi hanno avuto i nomi modificati e alcuni episodi sono stati ricreati o ampliati letterariamente, preservando però il contesto storico, l’epoca, i luoghi, i costumi e lo spirito della corrispondenza originale. Questa scelta cerca di proteggere l’identità dei protagonisti reali e, al tempo stesso, di trasformare un prezioso documento storico in una narrazione capace di avvicinare il lettore all’esperienza vissuta dai pionieri.
Ho scelto di scrivere su questo tema perché credo che la vera grandezza dell’immigrazione italiana non si trovi soltanto nelle città che sorsero o nella prosperità raggiunta dalle generazioni successive, ma soprattutto nel momento in cui tutto era ancora incertezza. Prima delle cantine, delle chiese, delle scuole e delle case di pietra, esistevano soltanto la foresta, il silenzio e il coraggio di coloro che osarono immaginare una comunità dove non c’era ancora nulla oltre ad alberi secolari. Fu questa capacità di scorgere il futuro prima che esistesse a rendere possibile la formazione delle colonie italiane nella Serra Gaúcha.
Nel trasformare questa lettera in letteratura, ho cercato di rendere omaggio a migliaia di immigrati anonimi che non scrissero mai libri, ma scrissero la propria Storia con l’ascia, l’aratro, la fede e il lavoro. Se questa narrazione riuscirà a destare nel lettore il desiderio di conoscere e preservare la memoria di questi uomini e donne, avrà compiuto lo scopo per cui è stata scritta.
Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta