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sexta-feira, 16 de outubro de 2026

Le Donne che Attraversarono l’Oceano: Donne nell’Emigrazione Italiana

 


Le donne che attraversarono l’oceano: il volto femminile della grande emigrazione italiana

“Non furono soltanto compagne di viaggio. Le donne italiane attraversarono l’oceano e contribuirono a trasformare l’emigrazione in una nuova storia di famiglia.”

Quando si parla della grande emigrazione italiana tra la fine dell’Ottocento e i primeiros decênios do século XX, l’immagine che più facilmente viene alla mente è quella di un uomo solo, con una valigia povera e qualche indirizzo scritto su un pezzo di carta, diretto verso un paese sconosciuto. Per molto tempo anche la storiografia ha dato maggiore visibilità a questa figura maschile. Ma quella immagine racconta soltanto una parte della storia. Dietro milioni di partenze ci furono anche donne che partirono, donne che rimasero e donne che, in modi diversi, contribuirono a trasformare l’emigrazione temporanea in un fenomeno familiare e permanente.
La presenza femminile nei grandi flussi migratori italiani non fu un episodio marginale. La sua intensità cambiò secondo il periodo, la destinazione e il tipo di emigrazione. In alcune correnti migratorie prevalsero inizialmente gli uomini, soprattutto quando la partenza era legata a lavori stagionali o temporanei. Minatori, operai, braccianti, muratori e lavoratori agricoli potevano partire da soli, con l'intenzione di guadagnare all'estero e tornare successivamente nel paese d'origine. In altre situazioni, invece, la partenza dell'uomo rappresentava soltanto il primo passo di un progetto destinato a coinvolgere l'intera famiglia.
La storia cambiava quando la moglie, i figli o altri parenti raggiungevano l'emigrante. A quel punto il viaggio non era più soltanto una strategia economica individuale. Diventava una scelta familiare. La donna assumeva così un ruolo decisivo nella trasformazione della migrazione da esperienza provvisoria a insediamento stabile.
Prima della partenza: le donne che restavano

Esiste però un’altra storia, meno visibile e spesso dimenticata: quella delle donne che non partirono immediatamente.
Quando il marito, il padre o un figlio prendeva la strada dell’emigrazione, la famiglia rimasta in Italia non smetteva di vivere. Al contrario, molte responsabilità ricadevano improvvisamente sulle donne. In numerose famiglie rurali spettava loro continuare a occuparsi della casa, dei figli e, insieme agli altri membri della famiglia, delle attività agricole.
La partenza di un uomo poteva significare anche una temporanea riorganizzazione dell’economia domestica. Le rimesse inviate dall’estero acquistavano quindi un’importanza enorme. Il denaro guadagnato in Francia, Svizzera, Argentina, Brasile, Stati Uniti o in altri paesi poteva essere utilizzato per acquistare terreni, migliorare l’abitazione, sostenere i familiari o affrontare debiti e spese necessarie.
In questo processo molte donne entrarono in contatto con realtà che in precedenza avevano avuto un ruolo secondario nella loro vita quotidiana. Uffici postali, sistemi di trasferimento di denaro, banche, amministrazioni comunali e altre istituzioni divennero luoghi attraverso i quali passavano una parte importante delle decisioni economiche della famiglia.
Non significa che l’emigrazione abbia automaticamente prodotto l’emancipazione femminile. Sarebbe una conclusione troppo semplice. Le donne continuarono a vivere in una società nella quale i rapporti familiari e sociali erano fortemente condizionati dalle disuguaglianze di genere. Tuttavia, l’assenza temporanea o permanente degli uomini poteva ampliare concretamente il loro spazio di responsabilità e di decisione.
La donna che rimaneva nel paese d'origine non era quindi una figura passiva in attesa del ritorno del marito. In molte famiglie diventava una delle persone attraverso cui il progetto migratorio veniva mantenuto in vita.
Quando il viaggio diventava familiare

Per molte italiane, soprattutto quando l’emigrazione maschile si trasformava in un insediamento stabile, arrivava il momento della partenza.
Quel viaggio aveva un significato diverso da quello dell'uomo che partiva da solo. La donna poteva lasciare il proprio paese per raggiungere il marito, ricongiungersi con genitori o fratelli oppure accompagnare l’intera famiglia verso una nuova destinazione.
Il ricongiungimento familiare ebbe conseguenze profonde sulle comunità italiane all’estero. Una presenza maschile inizialmente legata al lavoro poteva trasformarsi, con l’arrivo delle donne e dei bambini, in un nucleo familiare stabile. Intorno a questi nuclei nacquero quartieri, associazioni, parrocchie, società di mutuo soccorso, attività commerciali e reti comunitarie.
Le donne furono essenziali nella conservazione di molte pratiche culturali. La lingua parlata in famiglia, le ricette, le feste religiose, le abitudini domestiche, le forme di educazione dei figli e il rapporto con i parenti rimasti in Italia contribuirono a mantenere un legame con il paese d'origine.
Ma non bisogna immaginare queste famiglie come comunità chiuse e immobili. Le generazioni nate o cresciute all'estero entrarono progressivamente in contatto con nuove lingue, scuole, ambienti di lavoro e modelli sociali. Le madri si trovarono spesso al centro di questa trasformazione: cercavano di trasmettere ai figli una parte dell'eredità familiare mentre li preparavano alla vita nella società di arrivo.
Il lavoro delle immigrate

L’idea della donna immigrata esclusivamente impegnata nelle faccende domestiche non corrisponde alla complessità dell’esperienza migratoria.
Molte italiane lavorarono fuori casa. In Europa e nelle Americhe trovarono impiego in settori differenti, secondo le opportunità disponibili e le esigenze delle comunità locali. Fabbriche tessili, industrie manifatturiere, lavanderie, servizi domestici, attività commerciali e lavori a domicilio rappresentarono alcune delle possibilità offerte alle immigrate, anche se le condizioni variavano enormemente da un paese all'altro.
Negli Stati Uniti, per esempio, numerose immigrate italiane entrarono nel mondo del lavoro industriale, soprattutto nei grandi centri urbani del Nord-Est. Il settore dell'abbigliamento e altre attività manifatturiere impiegarono donne immigrate, spesso in condizioni difficili e con salari modesti.
Il lavoro femminile poteva assumere anche forme meno visibili. Alcune donne lavoravano all'interno della propria abitazione producendo o riparando capi di abbigliamento e svolgendo altre attività remunerate. Altre contribuivano all'economia familiare attraverso piccoli commerci, pensioni domestiche e servizi offerti alla propria comunità.
Questa partecipazione al lavoro non significava necessariamente libertà. Per molte immigrate significava piuttosto una seconda giornata: il lavoro retribuito si sommava alla cura della casa, dei figli e della famiglia.
Le donne e la difficile realtà delle fabbriche

L'industrializzazione e la grande migrazione internazionale crearono anche situazioni di grave sfruttamento.
Le giovani immigrate potevano essere particolarmente vulnerabili. Età, povertà, scarsa conoscenza della lingua e mancanza di reti di protezione aumentavano il rischio di abusi sul lavoro. Nel mondo industriale dell'epoca non erano ancora garantite le tutele che oggi consideriamo fondamentali.
Le cronache dell’epoca documentano inoltre casi di sfruttamento della prostituzione e di tratta di donne, fenomeni che colpirono persone provenienti da diversi paesi europei, comprese italiane. È importante, tuttavia, distinguere questi episodi dalla normale esperienza migratoria femminile: la maggioranza delle donne italiane emigrate non fu vittima di tratta. Ridurre la storia dell’emigrazione femminile a questi casi estremi significherebbe cancellare la vita quotidiana di milioni di donne che lavorarono, formarono famiglie e costruirono comunità.
Madri tra due mondi

Forse nessun aspetto mostra meglio la complessità dell’esperienza femminile quanto la maternità.
Una madre emigrata doveva spesso crescere i propri figli in un ambiente diverso da quello nel quale era nata. In casa poteva continuare a parlare italiano, dialetto o una varietà regionale; fuori, i figli incontravano la lingua e i costumi della società di arrivo.
La casa diventava così uno spazio nel quale due mondi potevano incontrarsi.
Le donne trasmettevano nomi, ricordi, ricette, preghiere, racconti familiari e tradizioni. Ma trasmettevano anche qualcosa di più difficile da definire: il senso della continuità familiare.
Non sempre riuscivano a conservare intatta l’identità ricevuta dai genitori. E forse non era nemmeno possibile. Ogni generazione modificava qualcosa. I figli imparavano una nuova lingua, frequentavano nuove scuole, facevano amicizie diverse e costruivano una propria identità. L’italianità delle famiglie immigrate non rimase dunque immutabile: si trasformò nel contatto con le società di accoglienza.
Lettere, fotografie e rimesse

Prima dell'epoca delle comunicazioni istantanee, la distanza aveva un peso concreto.
Le lettere erano uno dei principali strumenti attraverso i quali le famiglie separate dall'oceano mantenevano i rapporti. Una madre poteva aspettare settimane per ricevere notizie da un figlio. Una moglie poteva conoscere la vita del marito attraverso poche pagine scritte dall'altra parte del mondo.
Le fotografie avevano un significato altrettanto importante. Il ritratto dell'emigrante poteva diventare un oggetto prezioso conservato in casa, mentre le fotografie dei familiari rimasti in Italia attraversavano l'oceano nella direzione opposta.
Insieme alle lettere viaggiavano anche le rimesse. Il denaro inviato dagli emigranti non rappresentava soltanto un sostegno economico: manteneva vivo un legame tra chi era partito e chi era rimasto.
Per molte donne, gestire quelle risorse significava prendere decisioni concrete sul futuro della famiglia.
Donne che costruirono comunità

Quando le famiglie italiane si stabilirono all'estero, le donne contribuirono alla formazione delle comunità italiane in modi che spesso non compaiono nei documenti ufficiali.
La vita di un quartiere italiano non si costruiva soltanto nei luoghi di lavoro. Si costruiva anche nelle abitazioni, nelle chiese, nelle scuole, nei negozi, nelle feste religiose e nelle relazioni di vicinato.
Le donne partecipavano a queste reti sociali e, in molti casi, ne costituivano uno degli elementi fondamentali. Attraverso parentela, amicizia e vicinato si trasmettevano informazioni su lavoro, abitazioni, assistenza e possibilità di ricongiungimento.
Queste reti potevano rendere meno difficile l'inserimento dei nuovi arrivati. Una famiglia appena sbarcata in un paese straniero poteva trovare qualcuno disposto ad aiutarla proprio grazie ai rapporti costruiti dagli emigranti arrivati prima.
Una storia che non può essere raccontata soltanto dagli uomini

La grande emigrazione italiana fu dunque anche una storia di donne.
Donne che partirono sole o insieme ai familiari. Donne che raggiunsero mariti e fidanzati. Donne che attraversarono l'oceano con bambini piccoli. Donne che rimasero nei paesi italiani amministrando la casa e mantenendo i rapporti con chi era partito. Donne che lavorarono in fabbrica, nelle abitazioni, nei negozi e nei servizi. Donne che allevarono figli destinati a diventare italiani all'estero, italoamericani, italo-brasiliani, italo-argentini e membri di molte altre società nate dall'incontro tra migrazione e nuovi paesi.
La loro esperienza non fu uniforme. Alcune trovarono nuove possibilità; altre conobbero povertà, discriminazione e sfruttamento. Alcune conservarono per tutta la vita una forte relazione con il paese d'origine; altre si integrarono rapidamente nella società di arrivo. Molte fecero entrambe le cose contemporaneamente.
È proprio questa varietà che rende la storia dell'emigrazione femminile così importante.
Per comprendere davvero la grande emigrazione italiana non basta seguire gli uomini sulle banchine dei porti, nei cantieri, nelle miniere o nei campi. Bisogna entrare anche nelle case lasciate vuote, nelle stanze dove le madri aspettavano una lettera, negli uffici postali dove venivano ritirate le rimesse, nelle fabbriche dove lavoravano giovani immigrate e nelle abitazioni dove le nonne insegnavano ai bambini parole provenienti da un paese che forse non avrebbero mai visto.
La grande emigrazione non fu soltanto il movimento di milioni di persone attraverso le frontiere. Fu una trasformazione profonda delle famiglie italiane. E in quella trasformazione le donne non furono semplicemente compagne di viaggio degli uomini: furono protagoniste, lavoratrici, madri, amministratrici, custodi della memoria e, spesso, il punto di collegamento tra la terra lasciata e quella nella quale la famiglia avrebbe costruito il proprio futuro.

Nota dell’Autore
Quando si racconta la storia dell’emigrazione italiana, l'attenzione tende naturalmente a concentrarsi sugli uomini che partirono per primi, sui piroscafi, sui porti, sulle colonie agricole, sulle fabbriche e sui luoghi nei quali trovarono lavoro. Ma questa prospettiva lascia nell'ombra una parte fondamentale della vicenda: le donne.
Non tutte vissero l'emigrazione nello stesso modo. Alcune rimasero in Italia per anni mentre mariti, padri o figli lavoravano all'estero. Altre attraversarono l'oceano in un secondo momento per ricongiungersi alla famiglia. Molte partirono con bambini piccoli e dovettero ricominciare la propria vita in una società sconosciuta. Altre ancora lavorarono nei campi, nelle fabbriche, nelle case, nelle attività commerciali o svolsero lavori remunerati all'interno della propria abitazione.
Per questo motivo, questo articolo non vuole descrivere un'unica esperienza femminile, ma mettere in evidenza la varietà delle situazioni vissute dalle donne italiane durante la grande emigrazione tra la fine dell'Ottocento e il Novecento.
Anche in Brasile la loro presenza ebbe un'importanza profonda nella formazione delle famiglie e delle comunità di immigrati. Attraverso il lavoro quotidiano, l'educazione dei figli, la cucina, la religiosità, la lingua e i ricordi familiari, molte donne contribuirono alla trasmissione di una parte dell'eredità italiana alle generazioni successive.
La storia dell'emigrazione, tuttavia, non si trova soltanto nei registri dei porti, nei documenti ufficiali e nelle statistiche. Esiste anche nelle fotografie conservate nelle case, nelle lettere ingiallite dal tempo, nei nomi tramandati oralmente, nelle ricette di famiglia e nei racconti delle nonne.
Ricordare le donne significa quindi ampliare lo sguardo sulla grande emigrazione italiana. Dietro molti degli uomini registrati nei documenti di viaggio c'era una famiglia. E dentro quella famiglia, spesso, c'era una donna che aspettava, partiva, lavorava, educava i figli e contribuiva a trasformare una terra straniera in una nuova casa.


Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta
Autore ricercatore dell´Imigrazione Italiana e Storie di famiglie emigrate


quarta-feira, 7 de outubro de 2026

La Pace che Lei Aspettava alla Finestra: Una lettera dall'Italia della Grande Guerra


La Pace che Lei Aspettava alla Finestra

Una lettera dall'Italia della Grande Guerra


Era una fredda mattina di gennaio del 1916 quando Maria Bellandi si sedette accanto alla finestra della sua piccola casa in montagna. Fuori, i castagni erano spogli e un sottile strato di neve copriva i sentieri che portavano al paese. Il vento passava tra i tetti e sembrava portare con sé l'eco lontana di una guerra che ormai era entrata nella vita di ogni famiglia.
Maria aveva settant'anni e aspettava notizie dall'altra parte dell'oceano. Sua nipote Lucia viveva in America da alcuni anni e, ogni volta che arrivava una sua lettera, il cuore della vecchia donna batteva più forte. Quelle buste erano diventate il filo sottile che teneva unita la casa di montagna alla nuova vita costruita lontano, oltre l'oceano.
Quando riconobbe la calligrafia sulla busta, Maria la strinse tra le mani prima ancora di aprirla. Non sapeva cosa avrebbe trovato dentro. Forse qualche notizia della famiglia, forse parole d'affetto, forse soltanto il conforto di sapere che, in un paese lontano, qualcuno pensava ancora a lei.
Lucia scriveva che stava bene e che anche la sua famiglia godeva di buona salute. Nella busta aveva messo anche alcune monete, mandate con affetto per aiutare la zia. Maria rimase a guardarle per qualche istante. Le sembravano troppe. Pensò subito ai sacrifici che la nipote doveva fare per guadagnare quel denaro e quasi si vergognò di averlo ricevuto.
Poi le venne in mente il piccolo pacco che aveva preparato qualche mese prima.
A settembre aveva raccolto alcuni funghi nei boschi vicino casa. Non erano molti e non erano particolarmente belli, ma Maria li aveva scelti con cura, li aveva fatti essiccare e li aveva avvolti nella carta. Voleva mandarli a Lucia perché, dall'altra parte dell'oceano, la nipote potesse ritrovare per un momento il profumo della terra da cui era partita.
Il pacco era stato spedito.
Lucia, però, non aveva ancora scritto per dire di averlo ricevuto.
Maria temeva che fosse andato perduto. In quei tempi difficili le lettere potevano scomparire, i pacchi non arrivare e le notizie impiegare molto tempo a raggiungere la loro destinazione. Ma la perdita di un piccolo pacco sembrava ben poca cosa rispetto a ciò che stava accadendo nel mondo.
La guerra aveva cambiato tutto.
L'Italia era entrata nel conflitto nel maggio del 1915. Da allora, gli uomini del paese venivano chiamati alle armi e mandati nelle diverse unità e sui vari fronti. Alcuni avevano già prestato servizio militare; altri erano giovani chiamati per la prima volta. Ora, però, tutti potevano essere necessari.
Nel paese erano rimaste soprattutto donne, anziani e bambini. Gli uomini erano partiti uno dopo l'altro. Alcuni erano appena usciti dall'adolescenza; altri avevano moglie e figli. I campi avevano perso le loro braccia più forti e le famiglie avevano dovuto imparare a vivere con l'assenza.
Maria aveva due figli.
Il maggiore, Pietro, aveva ventotto anni quando era morto in combattimento.
La notizia era arrivata circa due mesi prima, portata da un uomo in uniforme che aveva bussato alla porta nel tardo pomeriggio. Maria aveva capito subito. Prima ancora che quell'uomo pronunciasse il nome del figlio, aveva visto nei suoi occhi ciò che nessuna madre avrebbe mai voluto vedere.
Da allora, nella casa dei Bellandi, la sedia di Pietro era rimasta al suo posto.
Nessuno l'aveva spostata.
Sul tavolo c'era ancora la piccola tazza che usava quando tornava dal lavoro. Maria non la toccava. Non perché pensasse che Pietro potesse tornare, ma perché toglierla avrebbe significato accettare fino in fondo che non sarebbe più entrato da quella porta.
Il secondo figlio, Carlo, era ancora vivo.
Era lontano, in uniforme, al fronte.
Quando l'Italia entrò in guerra, Carlo aveva già una certa esperienza militare. Da circa sei anni era legato al servizio militare, ancora prima che il conflitto coinvolgesse l'Italia. La guerra, però, aveva trasformato quella che era stata una parte della sua vita in qualcosa di molto più duro.
Maria lo ricordava alto e magro, con le mani segnate dal lavoro e quel gesto che faceva quando era preoccupato: si passava le dita tra i capelli e rimaneva in silenzio per qualche momento.
Non era mai stato un uomo dalle molte parole.
Da ragazzo aveva imparato a non lamentarsi. Se aveva fame, mangiava. Se era stanco, si riposava. Se qualcosa andava storto, cercava prima di capire come rimediare.
Aveva anche le sue piccole abitudini.
Prima di uscire controllava sempre due volte ciò che aveva nelle tasche. Sistemava la giacca, si assicurava di non aver dimenticato nulla e poi cercava con gli occhi la madre.
Quel gesto Maria lo conosceva bene.
Era il suo modo di salutarla senza dire troppo.
Adesso era proprio quel ricordo a farle più male.
Carlo era al fronte.
Maria non sapeva esattamente dove.
Le notizie arrivavano frammentarie. Una lettera poteva impiegare settimane. A volte non arrivava affatto.
Quando pensava a lui, Maria non vedeva un soldato.
Vedeva suo figlio.
Lo rivedeva seduto al tavolo della cucina, con i gomiti vicino al piatto. Lo ricordava mentre spezzava il pane con le mani, beveva lentamente il vino e, dopo cena, restava ancora qualche minuto ad ascoltare gli altri parlare.
Era quello il Carlo che Maria portava dentro di sé.
Non l'uomo in uniforme della fotografia.
Il figlio che aveva conosciuto prima che la guerra gli cambiasse la vita.
Quando partiva, Maria cercava di non piangere davanti a lui. Gli sistemava il colletto, controllava che avesse tutto il necessario e poi lo guardava allontanarsi lungo la strada.
Solo quando non poteva più vederlo rientrava in casa e lasciava scendere le lacrime.
Ora Carlo continuava a combattere.
Maria non sapeva quando sarebbe tornato.
Se sarebbe tornato.
Per questo, ogni rumore alla porta le faceva battere più forte il cuore. Ogni movimento nel cortile attirava il suo sguardo, soprattutto quando il postino compariva in fondo alla strada.
La guerra aveva insegnato alla gente a convivere con le notizie incomplete e con i lunghi silenzi.
Maria continuò a scrivere alla nipote. Le raccontò del paese, dei giovani chiamati alle armi e delle famiglie che vivevano nel timore di ricevere una comunicazione ufficiale. Molti uomini venivano richiamati e alcuni che in precedenza erano stati dichiarati inabili venivano sottoposti a nuovi esami.
La mobilitazione sembrava non finire mai.
La guerra aveva bisogno di uomini e ogni nuova chiamata lasciava un'altra famiglia nella paura.
Maria rimase qualche minuto davanti alla finestra.
Guardò la neve cadere lentamente.
Pensò a Pietro.
Pensò a Carlo.
Pensò alle altre madri.
Forse, proprio in quel momento, in centinaia di piccoli paesi italiani, altre donne guardavano la stessa neve, lo stesso cielo, la stessa strada vuota. Ognuna aveva una fotografia nascosta in un cassetto. Ognuna conosceva il peso di un'assenza che nessuna parola riusciva a colmare.
Maria pensò allora alla nipote in America.
Lucia era partita anni prima. Aveva attraversato l'oceano con la speranza di costruirsi una vita diversa. Ora viveva lontano, in una terra che Maria non aveva mai visto. Parlava una lingua che la zia conosceva soltanto attraverso le poche parole che comparivano nelle lettere e cercava, nonostante la distanza, di mantenere vivo il legame con la famiglia rimasta in Italia.
La distanza era enorme.
Ma una lettera poteva attraversarla.
Maria prese di nuovo la penna.
Non voleva raccontare tutto il suo dolore.
Le madri spesso fanno così.
Tengono per sé le proprie paure per non aggiungerle a quelle dei figli.
Maria scrisse che, nonostante tutto, continuavano ad andare avanti.
Non era del tutto falso.
Continuavano davvero.
La gente lavorava.
Il pane veniva impastato.
Gli animali dovevano essere nutriti.
I bambini continuavano a crescere.
Il sole continuava a sorgere.
Eppure tutto aveva assunto un significato diverso.
Il pane era diventato più prezioso.
Il silenzio, più pesante.
Le feste, più tristi.
E in ogni famiglia c'era una sedia vuota.
Prima di finire la lettera, Maria rimase a lungo con la penna sospesa sul foglio.
Avrebbe voluto dire tante cose.
Avrebbe voluto raccontare quanto le mancava Pietro.
Avrebbe voluto dire quanto era preoccupata per Carlo.
Avrebbe voluto confessare che, alcune notti, si svegliava convinta di aver sentito la voce del figlio.
Ma non lo fece.
Scrisse invece ciò che per lei contava più di tutto.
Desiderava la pace.
Non una vittoria.
Non una punizione.
Non la gloria militare.
Soltanto la pace.
Una pace che riportasse gli uomini a casa.
Una pace che permettesse alle madri di non temere più il postino.
Una pace che restituisse i padri ai loro figli.
Una pace che permettesse alle famiglie di parlare di nuovo del futuro senza paura.
Maria non sapeva se avrebbe vissuto abbastanza da vederla.
Era questo il suo timore più grande.
Eppure continuava a credere che quel giorno potesse arrivare.
Perché, quando tutto il resto viene portato via, la speranza è spesso l'ultima cosa che rimane.
Quando ebbe finito, Maria rilesse lentamente la lettera. Piegò il foglio con cura e lo infilò nella busta.
Prima di chiuderla, pensò a Lucia.
Forse, quando quelle parole avessero raggiunto l'America, sarebbe già stata primavera. Forse Lucia avrebbe preparato il pranzo per la sua famiglia. Forse avrebbe aperto il pacco di funghi che Maria aveva spedito a settembre, se mai fosse arrivato.
E forse, per qualche istante, avrebbe ricordato la montagna, la casa, la voce della zia e i giorni della sua infanzia.
Maria chiuse la busta.
Poi si alzò.
Indossò lo scialle, prese la lettera e uscì di casa.
La strada verso l'ufficio postale era coperta di neve.
Camminava lentamente. Aveva settant'anni e sentiva il peso di ogni passo.
Portava con sé una semplice lettera, ma dentro quella busta c'era molto più di qualche riga.
C'era il dolore per la morte di un figlio.
La paura per un figlio ancora al fronte.
La nostalgia per una nipote emigrata.
Il ricordo di una famiglia divisa dall'oceano.
E il desiderio ostinato di una donna che voleva soltanto vedere tornare la pace.
Quando consegnò la lettera all'impiegato, Maria rimase per qualche secondo con la mano appoggiata sul bancone.
Poi la lasciò andare.
La busta scomparve tra le altre.
Forse sarebbe arrivata.
Forse no.
Maria tornò a casa.
Il cielo era ancora grigio e la neve continuava a cadere.
Prima di entrare, si voltò verso la strada.
Per un istante le sembrò di vedere qualcuno arrivare da lontano.
Rimase immobile.
Poi capì che era soltanto un'ombra.
Entrò in casa.
La sedia di Pietro era ancora al suo posto.
Maria si sedette accanto alla finestra.
Non sapeva quando avrebbe ricevuto notizie di Carlo, né quando la guerra avrebbe finalmente lasciato spazio alla pace.
Ma, finché fosse rimasta in vita, avrebbe continuato a credere che quel giorno sarebbe arrivato.
Perché, per una madre, la speranza non è una certezza.
È una scelta.
E Maria, nonostante tutto ciò che aveva perduto, continuava a scegliere la speranza.

NOTA DELL'AUTORE
Questa è una ricostruzione letteraria ispirata a una testimonianza epistolare reale del periodo della Prima guerra mondiale. I nomi, il paese e alcuni elementi familiari sono stati ricreati per preservare l'identità delle persone coinvolte e costruire una narrazione continua.
La storia conserva, tuttavia, i sentimenti presenti nella testimonianza: la paura della guerra, il dolore per la perdita di un figlio, la preoccupazione per un altro figlio al fronte, la lontananza della famiglia emigrata, il denaro inviato dalla nipote, il piccolo pacco di funghi secchi e l'importanza delle lettere come legame tra persone separate dalla guerra e dall'oceano.
Questa storia è dedicata alle madri, agli emigranti e a tutte le famiglie che, durante la Grande Guerra, impararono a vivere tra l'assenza, la paura e la speranza.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



sábado, 3 de outubro de 2026

La Madre Siciliana che Aspettò un Figlio che non Tornò Mai

 


La Madre Siciliana che Aspettò un figlio che Non Tornò Mai

«Aveva continuato a scegliere il domani. E una mattina il domani era finito.»

A Mistretta, piccolo paese della provincia di Messina, dove le case di pietra risalivano lungo i pendii dei Nebrodi e, tra gli ulivi, talvolta si intravedeva il mare, tutti sapevano che una madre può aspettare più a lungo di quanto un uomo possa vivere. Teresa Bellandi lo aveva imparato senza che nessuno glielo insegnasse. Sapeva dividere una pagnotta perché bastasse per tutta la famiglia, rammendare una camicia fino a rendere quasi trasparente la stoffa e riconoscere i passi di un figlio che tornava ancora prima che arrivasse alla porta. Il suo ultimo figlio, Matteo, era nato a Mistretta nel 1890, in una famiglia conosciuta in paese da generazioni. Il padre era falegname. La bottega si trovava accanto alla casa di famiglia, affacciata sulla strada stretta, e odorava di pino, legno d'ulivo, colla, segatura e del fumo leggero che arrivava dalla cucina. Matteo era cresciuto tra gli attrezzi. Prima ancora di comprendere il valore del denaro, aveva imparato quello delle cose ben fatte. Il padre gli aveva insegnato a raddrizzare una tavola imbarcata, a incastrare due pezzi di legno senza forzarli e a riconoscere al tatto se un asse meritasse di essere salvata. Matteo era orgoglioso di quel mestiere. Quello che non gli piaceva era il futuro che lo aspettava. C'erano poca terra, pochi soldi e ancora meno certezze. Un giorno il fratello maggiore avrebbe preso in mano la bottega. Matteo avrebbe potuto restare, lavorare al suo fianco, sposare una ragazza del paese, avere dei figli nelle stesse strade strette e vivere la vita che aveva vissuto suo padre. Non c'era nulla di vergognoso in quella vita. Ma nel 1911, quando compì ventun anni, la sentiva già scritta. L'America aveva cominciato ad arrivare nel paese attraverso le lettere. Un cugino era partito per New York. Il figlio di un vicino aveva trovato lavoro a Brooklyn. Un altro giovane era tornato per qualche settimana indossando un cappotto migliore di qualsiasi cosa avesse mai posseduto prima. Si parlava di salari, fabbriche, strade illuminate dall'elettricità e quartieri italiani nei quali un siciliano poteva sentire parole familiari senza dover tornare a casa. L'America non era più un paese lontano. Era diventata una possibilità. Nella primavera del 1911 Matteo partì. Aveva ventun anni. Non aveva mai attraversato il mare. Non aveva mai visto New York. Conosceva l'America soltanto attraverso le lettere e i racconti di chi era partito prima di lui. Vendette il suo paio di scarpe migliore, mise in una valigia due camicie, una giacca di lana, un piccolo coltello da tasca e una fotografia di sua madre. Teresa ricamò le sue iniziali all'interno della giacca. Prima che partisse, gli mise in tasca un piccolo crocifisso di legno. Non gli disse che aveva paura. Sapeva che un ragazzo che si appresta ad attraversare un oceano ha bisogno di coraggio più che della paura di sua madre. Alla stazione gli prese il viso tra le mani. Matteo aveva ventun anni, ma per un istante Teresa rivide il bambino che un tempo si addormentava accanto al banco da lavoro del padre. «Torna quando potrai», gli disse. Matteo promise che sarebbe tornato. A quei tempi le promesse si facevano anche contro la vastità degli oceani. Nel 1911 Matteo raggiunse il porto, salì su un piroscafo e attraversò l'Atlantico insieme a centinaia di altri italiani. C'erano uomini e donne provenienti dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania e dalla Puglia, con valigie piene di vestiti, fotografie, attrezzi da lavoro, medagliette religiose, indirizzi scritti su pezzi di carta e nomi di parenti già partiti. Alcuni fuggivano dalla miseria. Altri seguivano la famiglia. Altri ancora cercavano semplicemente la possibilità di costruirsi una vita che, a casa, sembrava difficile da raggiungere. Matteo portava con sé pochissime cose, ma dentro di sé portava il paese. Quando arrivò a New York nel 1911, la grandezza della città lo lasciò senza parole. Passò attraverso Ellis Island e si ritrovò in un mondo di treni sopraelevati, strade affollate, fabbriche, case popolari, carri trainati da cavalli, luci elettriche e lingue che gli arrivavano addosso da ogni direzione. Riuscì ad arrivare a Brooklyn, dove altri immigrati italiani lo aiutarono a trovare un letto in una stanza affollata e un lavoro in una fabbrica di mobili. La prima lettera arrivò a casa dopo alcune settimane. Teresa la lesse tre volte. Matteo scriveva che l'America era enorme. Diceva che la gente lavorava duramente e che tutto sembrava muoversi più in fretta che in Sicilia. Aveva trovato lavoro perché sapeva usare le mani. Stava imparando l'inglese. Metteva da parte qualche soldo. Ma soprattutto scriveva che un giorno sarebbe tornato. Teresa piegò la lettera con cura e la mise sotto la tovaglia della cucina. Quella notte dormì meglio. Tra il 1911 e il 1913 Matteo lavorò senza risparmiarsi. Imparò a muoversi nella città, migliorò il suo inglese e cominciò a mettere da parte qualche dollaro. Nel 1913, a ventitré anni, guadagnava già più di quanto avesse mai immaginato in Sicilia e riusciva a mandare a casa qualche soldo. Le lettere continuavano ad attraversare l'oceano. Matteo raccontava delle strade americane, delle panetterie italiane, dell'odore del carbone, del rumore della città e dello strano conforto che provava sentendo parlare siciliano a Brooklyn. Eppure ciò che gli mancava di più non era l'Italia in astratto. Era il suo paese. Era la cucina di sua madre. Era il rumore degli attrezzi del padre sul legno. Era la luce della sera sulle pareti di pietra. Era l'odore del pane appena sfornato. A New York Matteo era un immigrato italiano. In Sicilia era semplicemente Matteo. Nel 1915, a venticinque anni, Matteo aveva ormai acquisito esperienza nel mestiere e trovato un'occupazione più stabile. Conobbe Anna, figlia di immigrati siciliani. Si sposarono quell'anno e presero in affitto un piccolo appartamento a Brooklyn. Matteo continuava a pensare che, prima o poi, sarebbe tornato a Mistretta. Ma la vita stava cominciando a costruire per lui un'altra direzione. Quando gli Stati Uniti entrarono nella Prima guerra mondiale nel 1917, Matteo aveva ventisette anni. La guerra attraversò anche la sua vita americana, come attraversò quella di milioni di famiglie. Matteo continuò a lavorare e a occuparsi della propria famiglia, mentre il mondo che aveva conosciuto al suo arrivo cambiava rapidamente. Nel 1918 nacque il suo primo figlio. Qualche anno più tardi sarebbe arrivato il secondo. Teresa, in Sicilia, utilizzava parte del denaro che Matteo mandava per riparare il tetto e acquistare le medicine necessarie al marito. Il resto lo conservava in una piccola scatola di metallo nascosta sotto i vestiti. Alle vicine diceva che Matteo stava bene. Ed era vero. Era proprio questo il problema. La sua vita in America non era una tragedia. Era un successo. Nel 1920, a trent'anni, Matteo era ormai abbastanza esperto da tentare qualcosa di proprio. Insieme a un altro immigrato italiano aprì una piccola bottega di riparazione di mobili a Brooklyn. Non era ancora una grande attività. Era una stanza modesta, con pochi strumenti, un banco da lavoro e un'insegna semplice. Ma era sua. Le mani che un tempo avevano lavorato accanto a quelle del padre in Sicilia ora riparavano tavoli da pranzo, panche di chiesa, scale di legno, armadi e mobili di famiglia che i clienti portavano da lui perché non volevano perdere qualcosa che aveva un significato. Matteo comprendeva bene quell'istinto. Anche lui aveva attraversato l'oceano portandosi dietro qualcosa che non voleva perdere. Tra il 1921 e il 1928 la bottega crebbe lentamente. Matteo imparò a conoscere i clienti, risparmiò, acquistò nuovi attrezzi e riuscì a migliorare le condizioni della famiglia. I suoi figli crescevano a Brooklyn. Parlava ancora italiano a casa, ma l'inglese diventava sempre più naturale per i bambini. Matteo continuava a dire ad Anna che un giorno avrebbe portato tutta la famiglia in Sicilia, almeno per una visita. Nel 1929 arrivò la crisi economica. La Grande Depressione colpì duramente il paese e negli anni successivi molte attività chiusero e la disoccupazione aumentò enormemente. Anche Matteo vide diminuire il lavoro. La sua bottega non chiuse, ma per alcuni anni ogni ordine divenne importante. Tra il 1930 e il 1933 lavorò più a lungo, accettò riparazioni più piccole e cercò di mantenere la famiglia senza intaccare completamente i pochi risparmi messi da parte. In quel periodo comprese che tornare in Sicilia non sarebbe stato semplice. Non aveva più soltanto se stesso da mantenere. Aveva Anna, i figli, la bottega e una famiglia che dipendeva da lui. Fu proprio durante quegli anni difficili che la salute di suo padre peggiorò. Nel 1932 Matteo cominciò seriamente a progettare il viaggio di ritorno. Controllò le partenze dei piroscafi, fece i conti e parlò con il socio. Ma la bottega aveva bisogno di lui e la situazione economica era incerta. Ogni volta rimandava di qualche mese. Nel 1933 arrivò la notizia della morte del padre. Matteo lesse la lettera nel retro della bottega, seduto su una cassa rovesciata. Rimase a lungo senza muoversi. Suo padre era morto senza rivedere il figlio che aveva attraversato l'oceano. Matteo pianse, non soltanto perché suo padre non c'era più, ma perché comprese che una delle ragioni per cui si era sempre promesso di tornare era scomparsa per sempre. Non poteva più tornare dall'uomo che gli aveva insegnato il mestiere. Poteva tornare soltanto in un luogo nel quale quella parte della sua vita esisteva ormai senza di lui. Dopo il 1933 pensò più volte di partire comunque. Ma ormai una nuova paura aveva preso il posto delle vecchie esitazioni. E se, tornando, avesse scoperto che la Sicilia non era più casa sua? E se le strade gli fossero sembrate più piccole? E se la bottega fosse apparsa più povera? E se il volto di sua madre gli fosse sembrato estraneo? E se l'America lo avesse cambiato così profondamente da impedirgli di rientrare nella vita che aveva lasciato? Quella possibilità lo terrorizzava. Era più facile restare lontano che rischiare di scoprire di avere perduto entrambi i mondi. Negli anni Trenta la vita di Matteo si stabilizzò nuovamente. La bottega superò gli anni più duri della crisi. I figli crebbero. Matteo continuò a mandare denaro a Teresa e a scriverle, anche se ormai le lettere erano diventate meno frequenti. Non smise mai di amarla. Semplicemente si vergognava sempre di più della distanza tra l'amore e la presenza. Cominciò a scrivere meno spesso, non perché avesse meno cose da dire, ma perché ogni lettera sembrava chiedergli una spiegazione che non sapeva dare. Dopo aver chiuso la bottega, si sedeva alla scrivania con la penna in mano, deciso a scrivere: «Sto tornando». Poi scriveva del tempo. Parlava del lavoro. Mandava del denaro. Chiedeva come stesse. Evitava l'unica frase che sua madre aspettava. Con il tempo persino le lettere divennero difficili. Matteo scoprì una verità scomoda: a volte le persone smettono di scrivere non perché abbiano dimenticato qualcuno, ma perché ogni pagina bianca ricorda loro ciò che devono a quella persona. Nel 1941 gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale. Matteo aveva cinquantun anni. I suoi figli erano ormai giovani uomini e la guerra entrò nella casa anche attraverso le preoccupazioni, le notizie e l'attesa. In Sicilia, intanto, Teresa era diventata anziana. Gli anni della guerra resero ancora più difficile pensare a un viaggio attraverso l'Atlantico. Matteo continuò a lavorare, a mandare quello che poteva e a mantenere il contatto con sua madre quando le circostanze lo permettevano. Quando la guerra finì nel 1945, Matteo aveva cinquantacinque anni. I suoi figli erano adulti e la sua vita americana era ormai completamente costruita. La bottega prosperava. Ma Teresa aveva ormai più di settant'anni e la sua salute era peggiorata. Questa volta Matteo non fece un'altra promessa. Nel 1947, a cinquantasette anni, decise finalmente di tornare in Sicilia. Prenotò il viaggio. Per la prima volta dopo molti anni si permise di credere che avrebbe ancora potuto colmare quella distanza. Ma prima che potesse partire arrivò una lettera. Teresa era morta. Matteo rimase solo nella bottega, con il biglietto in tasca. Fuori, l'America continuava a vivere. Le strade erano piene di rumori, i clienti passavano, i carri e le automobili percorrevano le vie e la città continuava a muoversi senza sapere che, a migliaia di chilometri di distanza, un'anziana madre siciliana era morta e suo figlio era arrivato troppo tardi per salutarla. Matteo tirò fuori il biglietto, lo piegò una volta, poi un'altra. Non lo strappò. Lo conservò. Per il resto della vita avrebbe custodito piccoli frammenti della vita alla quale non era tornato: la fotografia, gli attrezzi del padre, il crocifisso di legno e le poche lettere scritte con la grafia attenta di sua madre. I suoi figli sapevano che il padre amava la Sicilia. Quello che non comprendevano fino in fondo era che ne aveva anche paura. Temeva che tornare avrebbe significato confrontarsi con gli anni che non avrebbe mai potuto recuperare. Temeva che il paese ricordasse il ragazzo di ventun anni che aveva promesso di tornare e giudicasse l'uomo più anziano che non aveva mantenuto quella promessa. Soprattutto, temeva che il perdono di sua madre — se fosse vissuta abbastanza a lungo da concederglielo — sarebbe stato più difficile da sopportare della sua collera. Matteo non aveva abbandonato la Sicilia con una sola decisione. Si era allontanato da essa attraverso centinaia di piccole decisioni, ciascuna comprensibile presa da sola. Un viaggio mancato. Una lettera rimandata. Un altro anno di lavoro. Un altro figlio. Un'altra responsabilità. Un'altra promessa di tornare più avanti. Questa era la tragedia. Non c'era stato un momento drammatico in cui aveva scelto l'America al posto di sua madre. Aveva semplicemente continuato a scegliere il domani. E una mattina il domani era finito. Negli anni successivi Matteo raccontò talvolta ai suoi figli del paese siciliano in cui era nato. Parlava delle case di pietra, delle campane, degli ulivi, della bottega, del caldo dell'estate e dell'odore del pane appena fatto. Raccontava di Teresa e delle sue mani capaci di rimettere a posto quasi ogni cosa. Parlava della Sicilia con tenerezza, ma mai senza una pausa. I suoi figli impararono a riconoscere quella pausa. Era lo spazio tra il paese che aveva lasciato e quello che aveva scelto. Matteo era diventato americano senza essere diventato meno siciliano. Ed era proprio questo il conflitto che aveva portato con sé fino alla fine. L'America gli aveva dato il lavoro, una moglie, dei figli, dignità e un futuro. La Sicilia gli aveva dato la prima lingua, il mestiere, i ricordi e la donna che lo aveva aspettato. Non poteva tradire nessuno dei due luoghi, eppure non sarebbe mai riuscito ad appartenere completamente a entrambi. Sua madre aveva aspettato un figlio che non sarebbe mai tornato. Matteo trascorse il resto della sua vita comprendendo che certi viaggi sono i più difficili proprio quando continuiamo a rimandarli fino a quando non c'è più nessun luogo verso cui partire.

Nota dell’autore

Questa storia è nata da una domanda semplice, ma difficile da dimenticare: quante madri italiane hanno aspettato un figlio che aveva promesso di tornare?
Matteo Bellandi e sua madre Teresa non sono mai esistiti. I loro nomi, la loro casa, la bottega del padre e le vicende raccontate in queste pagine appartengono alla finzione. Ma ciò che sta dietro la loro storia appartiene a una realtà vissuta da migliaia di famiglie italiane.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, milioni di italiani attraversarono l’oceano portando con sé una valigia, qualche fotografia, pochi oggetti e una promessa. Per molti quella promessa era semplice: «Tornerò».
Alcuni tornarono davvero. Altri non poterono farlo. Altri ancora continuarono a rimandare il viaggio, anno dopo anno, perché la vita aveva costruito intorno a loro nuove responsabilità: un matrimonio, dei figli, un lavoro, una casa, una piccola attività da difendere. E così il ritorno, da progetto concreto, finiva lentamente per trasformarsi in un ricordo.
È questo che mais me comove na história de Matteo: ele não deixou de amar sua mãe. Não deixou de amar a Sicília. Não deixou sequer de pensar em voltar. O que aconteceu foi mais humano e, talvez por isso mesmo, mais doloroso. Ele acreditou durante toda a vida que ainda haveria tempo.
Essa é uma das grandes contradições da emigração: o imigrante parte para construir o futuro, mas muitas vezes descobre, tarde demais, que o futuro também leva consigo aquilo que ficou para trás.
Matteo se torna americano. Cria filhos americanos. Constrói uma vida digna em Brooklyn. Aprende uma nova língua, domina um novo ofício e pertence cada vez mais ao país que o acolheu. Mas a Sicília continua vivendo dentro dele — não como um lugar ao qual necessariamente voltará, mas como o lugar de onde nunca conseguiu partir completamente.
Talvez seja por isso que tantas famílias de origem italiana ainda guardem fotografias antigas, cartas amareladas, medalhinhas, ferramentas, receitas, nomes de lugares e palavras que já quase não são pronunciadas. São pequenos vestígios de uma vida que atravessou o oceano e que, de algum modo, continua esperando para ser compreendida.
Escrevi esta história pensando também nessas famílias. Nos filhos que ouviram poucas histórias dos avós. Nos netos que encontraram um sobrenome em um documento antigo e começaram a procurar uma aldeia, uma cidade, uma província. E, sobretudo, nas mães que ficaram.
Porque a emigração não foi feita apenas daqueles que partiram. Foi feita também daqueles que permaneceram diante de uma porta, numa estação ferroviária ou num cais, vendo desaparecer no horizonte alguém que amavam.
Teresa esperou.
Matteo prometeu voltar.
A vida, porém, foi mais rápida do que os dois imaginavam.
E talvez seja essa a parte mais verdadeira desta história: às vezes não perdemos as pessoas porque deixamos de amá-las. Perdemos porque acreditamos que teremos tempo suficiente para voltar a encontrá-las.
Quando esse tempo termina, resta a memória.
E a memória, quando é verdadeira, não pede passagem. Atravessa oceanos, atravessa gerações e continua batendo à porta muito depois que aqueles que esperavam já não estão mais lá para abrir.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



domingo, 27 de setembro de 2026

La Chiave di Barbisano – famiglia italiana emigrata in Brasile


La Chiave di Barbisano – La Storia di una Famiglia Italiana emigrata in Brasile

“Attraversarono l’oceano in cerca di una nuova vita, ma non lasciarono mai dietro di sé la terra dove tutto era cominciato.”

Jacob aveva ora tredici anni. Era figlio di Domenico e Santina Scarsi, originari di Barbisano, allora appartenente al territorio di Refrontolo, nelle colline del Quartier del Piave, in Veneto, non lontano dalle acque del Lierza. Nel 1888 Domenico e Santina avevano lasciato quella terra alle spalle, portando con sé i primi tre figli, Giuditta, Anna e Giuseppe, e accompagnati dal padre di Domenico, vedovo da poco tempo. Erano passati quattordici anni da quando la famiglia aveva lasciato il porto di Genova, e Jacob, nato già in Brasile, cominciava a scoprire che una persona poteva ereditare una terra che non aveva mai visto. Quella mattina del 1902, seduto su una pietra al bordo del campo, osservava la nebbia sparire lentamente tra gli alberi della proprietà. La 4ª Colonia conservava ancora molto del paesaggio che gli immigrati avevano trovato. C’erano boschi che sembravano non avere fine, pendii difficili, strade di terra e piccole proprietà sparse nelle colonie. In lontananza si poteva udire il suono attutito di un’ascia che colpiva un tronco. Il padre stava già lavorando. Domenico cominciava presto, come aveva fatto fin dall’arrivo. Jacob conosceva quel lavoro. Sapeva che una proprietà non nasceva già pronta. Bisognava conquistare ogni pezzo di terra. Prima arrivavano gli alberi. Poi i tronchi bruciati, i ceppi estratti con fatica, la terra rivoltata, i primi semi. Solo allora spuntavano il mais, i fagioli, la manioca, la vite e, poco a poco, una casa che potesse essere chiamata casa. Jacob guardò la propria casa. Era semplice, costruita in legno, ma a lui sembrava antica e solida, come se fosse stata lì da sempre. Non sapeva che, quando era arrivato suo padre, non c’era nulla di simile. Solo bosco, terra e incertezza. Domenico raccontava spesso che i primi mesi erano stati i più difficili. La famiglia non conosceva ancora il clima, i sentieri, le piante né i pericoli della nuova terra. Anche la lingua creava difficoltà. C’erano italiani di molte regioni, ciascuno con il proprio dialetto, oltre ai brasiliani e ad altri immigrati. Per Domenico, abituato alle parole del Veneto, il portoghese sembrava una lingua che bisognava imparare con le mani. Imparava ascoltando, chiedendo, lavorando. Santina imparava allo stesso modo. Sapeva che non poteva aspettare che la nuova terra si adattasse a loro. Erano loro che dovevano imparare a viverci. Quando arrivarono, Giuditta era ancora piccola. Anna era poco più grande. Giuseppe cominciava a capire che quel viaggio non sarebbe stata un’avventura passeggera. Il nonno, invece, portava già un’altra età e un’altra tristezza. Aveva sepolto la moglie poco prima della partenza e aveva lasciato dietro di sé quasi tutto ciò che aveva conosciuto. Tra i pochi oggetti che aveva conservato c’erano un rosario, una fotografia antica e una piccola chiave di ferro. Jacob aveva visto quella chiave molte volte, ma non ne aveva mai compreso l’importanza. Il nonno la custodiva dentro una scatola di legno e non permetteva mai a nessuno di toccarla. Un giorno, quando Jacob chiese che cosa aprisse, il vecchio rispose soltanto: «Una porta.» Il ragazzo aspettò ancora. Non arrivò nessuna spiegazione. «Ma dove si trova quella porta?» chiese. Il vecchio lo guardò e rispose: «In Italia.» Jacob non capì. Come poteva una chiave aprire una porta che si trovava a migliaia di chilometri di distanza? Solo anni dopo scoprì che alcune chiavi non esistono per aprire porte. Esistono per impedire che siano dimenticate.

Il viaggio del 1888 era cominciato a Genova. Per Domenico e Santina il porto aveva rappresentato la fine di una vita e l’inizio di un’altra. Non sapevano esattamente che cosa avrebbero trovato. Sapevano solo che cosa lasciavano. Barbisano sarebbe restato dietro di loro con le sue colline, i suoi sentieri, le sue case, le sue chiese, le sue vigne e i volti conosciuti. L’oceano sarebbe stata la frontiera tra ciò che conoscevano e ciò che ancora non riuscivano a immaginare. Durante la traversata Santina si prendeva cura dei bambini mentre Domenico cercava di apparire più sicuro di quanto non fosse in realtà. Suo padre passava lunghi periodi in silenzio. Quando qualcuno chiedeva da dove venissero, rispondeva il nome della regione e poi taceva. Per lui dire il nome della terra natale era sufficiente. Il Brasile cominciò a esistere per quella famiglia molto prima che i loro piedi toccassero il suolo. Esisteva come promessa. Esisteva come paura. Esisteva come necessità. Quando finalmente arrivarono, scoprirono che nessuna promessa era semplice. La terra poteva essere fertile, ma esigeva lavoro. La foresta poteva essere bella, ma doveva essere vinta. Il futuro poteva esistere, ma non stava aspettando a braccia aperte. Bisognava costruirlo. Domenico costruì. Abbatté alberi, aprì campi, eresse muri e imparò a riconoscere i suoni del bosco. Santina trasformò una costruzione povera in una casa. Fece il pane, preparò la polenta, cucì vestiti, si prese cura dei figli e mantenne dentro quella piccola proprietà i costumi che aveva portato dall’Italia. La domenica, quando era possibile, la famiglia si riuniva per la messa. Nelle feste religiose le comunità di immigrati mostravano che la fede era anche un modo per tenere viva la memoria. A poco a poco le case smisero di sembrare rifugi provvisori. Le famiglie cominciarono a mettere radici. Sorsero sentieri, cappelle, scuole, piccole botteghe e rapporti di vicinato. La vita restava difficile, ma non sembrava più provvisoria. Fu in quel mondo che nacque Jacob. Per questo, quando sentiva il padre dire che erano italiani, c’era dentro di lui un dubbio che non sapeva formulare. Lui era brasiliano. Era nato in quella terra. Conosceva le sue montagne, i suoi fiumi, le sue strade e le sue stagioni. Non conosceva Barbisano. Non conosceva Genova. Non aveva mai visto il Lierza. Non aveva mai camminato sulle colline dove i suoi genitori erano cresciuti. Eppure c’era qualcosa di quella terra dentro di lui. Stava nelle parole della madre, nei gesti del padre, nelle storie del nonno e nel modo in cui la famiglia pronunciava i nomi dei morti.

Quella mattina del 1902 Jacob chiese finalmente al padre: «Papà, perché lei parla tanto dell’Italia?» Domenico impiegò un po’ a rispondere. Continuò a lavorare per alcuni istanti, conficcando la zappa nella terra. Poi alzò la testa. «Perché è lì che ho cominciato a essere chi sono.» Jacob guardò il campo. «Ma lei vive qui.» Domenico sorrise discretamente. «Adesso sì.» E tornò al lavoro. Quella risposta avrebbe accompagnato Jacob per molti anni. Gli anni seguenti passarono senza chiedere permesso. Giuditta raggiunse l’età di sposarsi. Anna divenne una donna abile nei lavori di casa. Giuseppe cominciò a lavorare al fianco del padre. I figli più piccoli, nati in Brasile, non avevano più alcun ricordo dell’Italia. Per loro la storia della famiglia cominciava in quella proprietà. Per Domenico, invece, cominciava molto prima. La famiglia crebbe. La casa divenne piccola. Il campo si allargò. Una vite piantata da Domenico cominciò a produrre i primi grappoli. Santina conservava alcune uve per fare il vino e altre per la tavola. Quando Jacob era bambino, il padre gli aveva detto che una vite aveva bisogno di tempo. «Piantala oggi e aspetta domani, dopodomani e poi molti anni.» Jacob avrebbe compreso più tardi che Domenico stava parlando anche della famiglia. Un pomeriggio d’estate un temporale distrusse parte della piantagione. Il vento strappò le foglie, abbatté alcune piante e sparse per terra ciò che aveva impiegato mesi a crescere. Jacob rimase fermo davanti al campo, sentendo una rabbia che non sapeva contro chi dirigere. Domenico si avvicinò. «Non serve guardare ciò che è caduto», disse. «Guarda ciò che è rimasto.» Jacob si accorse allora che alcune piante restavano in piedi. Era una lezione semplice, ma sarebbe rimasta con lui per tutta la vita. Le famiglie di immigrati imparavano così. Perdevano raccolti e ricominciavano. Perdevano animali e ne compravano altri. Perdevano parenti e continuavano. Costruivano case che poi venivano ampliate. Piantavano alberi il cui frutto sarebbe stato raccolto dai figli. La vita era fatta di piccole perdite e piccole vittorie che, sommate, costruivano una storia.

Il vecchio Scarsi invecchiava. Non camminava più fino al campo tutti i giorni. Si sedeva davanti alla casa e osservava i nipoti. A volte parlava italiano. Altre volte mescolava parole italiane con il portoghese. Jacob amava ascoltarlo. Era come se quelle parole portassero con sé un paesaggio lontano. Un giorno il nonno lo chiamò. Gli consegnò la piccola chiave di ferro. Jacob rimase sorpreso. «Adesso è tua», disse il vecchio. «Ma che cosa apre?» Il nonno sorrise. «Lo scoprirai.» Non spiegò nient’altro. Poco tempo dopo morì. Fu sepolto nella terra brasiliana che non aveva mai imparato completamente a chiamare sua. Jacob seguì il funerale in silenzio. In quel momento comprese qualcosa che non avrebbe mai dimenticato: il nonno era arrivato in Brasile portando l’Italia dentro di sé e ora sarebbe stato sepolto portando con sé ciò che nessuno avrebbe più potuto recuperare completamente. La chiave rimase con Jacob. La custodì per anni. Quando Giuseppe si sposò e lasciò la casa, quando Giuditta formò la propria famiglia, quando Anna partì per un’altra proprietà, quando nacquero nuovi figli e la casa tornò a riempirsi di voci, la chiave continuò a essere custodita. Jacob divenne uomo. Lavorò, si sposò e ebbe figli. Non era più il ragazzo che restava seduto vicino al campo pensando a che cosa significasse essere italiano. Ora aveva i propri figli che chiedevano da dove venisse il cognome Scarsi. Fu allora che cominciò a raccontare tutto di nuovo. Parlò di Domenico e Santina. Parlò del nonno. Parlò di Giuditta, Anna e Giuseppe. Parlò della nave che aveva lasciato Genova nel 1888 e del lungo viaggio fino al Brasile. Parlò dei primi anni nella 4ª Colonia, del bosco, del campo, delle difficoltà e delle feste. Parlò di Barbisano. Uno dei suoi figli chiese se conosceva l’Italia. Jacob sorrise. «No.» Il ragazzo rimase sorpreso. «Allora come fa a sapere tante cose?» Jacob portò la mano in tasca e tirò fuori la piccola chiave. «Perché alcune cose possono essere ricordate anche quando non sono mai state viste.» Quando Jacob invecchiò, la piccola chiave era già annerita dal tempo. Uno dei suoi nipoti chiese di nuovo che cosa aprisse. Questa volta Jacob rispose: «Una casa che forse esiste ormai soltanto nella memoria.» E raccontò la storia del nonno. Raccontò come quella chiave avesse attraversato l’oceano. Raccontò come fosse appartenuta a una casa di Barbisano e come l’uomo che l’aveva portata fosse morto senza mai dimenticare il luogo dove aveva lasciato parte della propria vita. Il nipote tenne la chiave nel palmo della mano. Per la prima volta comprese che quel piccolo pezzo di ferro era più di un oggetto. Era la prova che la famiglia aveva avuto una storia prima del Brasile. Anni dopo Jacob non riusciva più a lavorare come prima. Si sedeva davanti alla casa al crepuscolo e osservava le stesse montagne che aveva conosciuto da ragazzo. Il paesaggio era cambiato. Alcuni boschi erano scomparsi. Le proprietà erano cresciute. I sentieri erano diversi. Ma la terra restava lì. Un giorno, guardando l’orizzonte, Jacob pensò al nonno. Si ricordò della domanda che aveva fatto tanti anni prima: «Che cosa apre questa chiave?» Finalmente comprese la risposta. Non apriva una porta. Apriva una storia. La storia di una famiglia che aveva lasciato Barbisano nel 1888, aveva attraversato l’oceano e aveva ricominciato nella 4ª Colonia. Una famiglia che aveva perso la vecchia casa, ma ne aveva costruita un’altra. Che aveva scambiato un paesaggio con un altro. Che aveva insegnato ai figli parole italiane e aveva imparato da loro la lingua brasiliana. Che aveva portato semi, costumi, fede, ricette, nomi e ricordi. E che, senza accorgersene, aveva creato qualcosa che non esisteva prima del viaggio: una famiglia brasiliana con radici italiane.

Quando Jacob morì, la piccola chiave passò ai suoi figli. Poi ai nipoti. Nessuno sapeva più esattamente quale porta avesse aperto a Barbisano. Forse la casa non esisteva più. Forse era stata demolita. Forse ci viveva un’altra famiglia. Non importava. La chiave aveva compiuto la sua vera funzione. Aveva tenuto aperta la memoria. E fu così che la storia di Domenico e Santina Scarsi attraversò le generazioni. Non come una storia di grandi ricchezze o di uomini famosi. Ma come la storia di migliaia di famiglie italiane che arrivarono in Brasile portando poco più della coraggio, della fede e della speranza che i loro figli avrebbero avuto una vita migliore. Non sapevano che cosa avrebbero trovato. Non sapevano se avrebbero vinto. Non sapevano nemmeno se un giorno sarebbero stati capaci di chiamare quella terra casa. Ma restarono. Lavorarono. Piantarono. Costruirono. Ebbero figli. Seppellirono i loro morti. Celebrarono i loro santi. Fecero il vino. Cuocero il pane. Raccontarono storie. E, soprattutto, trasmisero ai figli ciò che nessun oceano era riuscito a portare via: il ricordo di dove tutto era cominciato. Jacob nacque brasiliano, ma crebbe circondato dalla memoria italiana. I suoi figli nacquero brasiliani e ereditarono quella memoria. I suoi nipoti forse non parlavano più la lingua di Domenico. Forse non avrebbero mai visitato Barbisano. Forse non sapevano esattamente dove scorreva il Lierza. Ma finché qualcuno pronunciava ancora il nome Scarsi e chiedeva chi fossero quei primi uomini e donne che avevano attraversato l’oceano nel 1888, il viaggio non sarebbe terminato. Perché un’immigrazione non termina mai completamente quando la nave arriva in porto. Continua nei figli, nei nipoti, nei cognomi, nelle fotografie, nelle ricette, nelle chiese, nelle piantagioni e nelle storie raccontate a tavola. E forse è questo il vero significato della piccola chiave che attraversò l’oceano. Non apparteneva più alla casa di Barbisano. Apparteneva alla memoria di una famiglia. E finché quella memoria fosse rimasta viva, la porta sarebbe restata aperta.

Nota dell’Autore

La storia che avete appena letto è un’opera di finzione. Domenico, Santina, Jacob, Giuditta, Anna, Giuseppe e gli altri personaggi sono stati creati per dare volto, voce e sentimenti a un’esperienza che appartenne a migliaia di famiglie italiane che lasciarono l’Europa e attraversarono l’oceano in cerca di una possibilità di vita in Brasile. I loro nomi, le relazioni familiari e gli avvenimenti particolari appartengono alla narrazione. Tuttavia, il mondo in cui questa famiglia è stata collocata è storicamente reale. L’emigrazione italiana verso il Rio Grande do Sul, la formazione della 4ª Colonia, la presenza di immigrati provenienti dal Veneto, le difficoltà incontrate all’arrivo, il lavoro di apertura delle proprietà, la costruzione delle case, le piccole coltivazioni, le comunità religiose, la conservazione dei costumi e la trasmissione delle tradizioni da una generazione all’altra fanno parte di una storia documentata e vissuta da migliaia di pionieri. La scelta di Barbisano non è casuale. Molte delle famiglie che lasciarono il Veneto alla fine del XIX secolo partirono da piccoli villaggi e comunità rurali dove la vita era profondamente legata alla terra, alla famiglia, alla chiesa e ai rapporti di vicinato. Per coloro che partirono, emigrare non significava semplicemente cambiare paese. Significava interrompere una continuità che esisteva da generazioni. È difficile per chi è nato molte decenni dopo comprendere la dimensione di quella rottura. Oggi possiamo attraversare un oceano in poche ore, conversare istantaneamente con qualcuno che vive in un altro continente e vedere fotografie di qualsiasi luogo del mondo. Per un immigrato del 1888 l’oceano era una distanza quasi assoluta. Una volta imbarcato, l’uomo o la donna che lasciava l’Italia poteva non rivedere mai più il proprio villaggio. Poteva morire senza rivedere i genitori, i fratelli, la chiesa dove era stato battezzato, il cimitero dove erano sepolti i suoi antenati o la casa dove aveva trascorso l’infanzia. La partenza aveva, dunque, una specie di silenzio definitivo. Non era soltanto l’addio a una casa. Era l’addio a un mondo intero. I pionieri portavano con sé ciò che riuscivano a trasportare: alcuni vestiti, documenti, immagini religiose, oggetti di famiglia, semi, attrezzi, fotografie, lettere e, soprattutto, ricordi. Ma c’erano cose che non potevano essere messe in una valigia. L’odore della terra dopo la pioggia. Il suono delle campane della chiesa. Il sentiero percorso quotidianamente fino al campo. La voce di una madre che chiamava i figli. Il paesaggio delle colline. Il dialetto udito fin dall’infanzia. Il volto di qualcuno rimasto indietro. Queste cose accompagnavano l’immigrato senza occupare spazio fisico. Erano, allo stesso tempo, la sua ricchezza e il suo dolore. In Brasile la distanza assumeva un’altra dimensione. La nuova terra esigeva tutta l’attenzione. Bisognava abbattere il bosco, preparare la terra, costruire una casa, procurarsi cibo, imparare nuovi sentieri e creare mezzi di sopravvivenza. Non c’era tempo per vivere permanentemente guardando indietro. Ma ciò non significava dimenticare. Spesso significava imparare a convivere con un’assenza che diventava parte della propria identità. L’immigrato cominciava una nuova vita mentre una parte di lui rimaneva in quella antica. Era come vivere tra due luoghi: con i piedi conficcati in Brasile e la memoria rivolta verso l’Italia. Per alcuni questa distanza produceva una nostalgia silenziosa. Per altri si trasformava in storie ripetute per decenni. Il nonno parlava del villaggio. La madre insegnava una ricetta. Il padre pronunciava il nome di un luogo che i figli non avevano mai visto. Una fotografia passava di mano in mano. Una lettera veniva custodita per anni. Una canzone riportava indietro un paesaggio che non esisteva più esattamente come era stato ricordato. Così la patria perduta cominciava a sopravvivere dentro la famiglia. E c’era una contraddizione dolorosa in questo processo. Gli immigrati desideravano che i loro figli fossero brasiliani, che imparassero la lingua, prosperassero e avessero opportunità che forse loro stessi non avevano mai trovato in Italia. Allo stesso tempo temevano che i figli dimenticassero completamente da dove venivano. Volevano che le nuove generazioni appartenessero al Brasile senza che ciò significasse abbandonare la memoria italiana. Questa tensione accompagnò molte famiglie per decenni. I figli nati in Brasile chiedevano di una terra che non avevano mai visto. I genitori rispondevano con storie. E ogni storia trasformava un luogo reale in una specie di patria immaginata. Per la prima generazione l’Italia era un ricordo. Per la seconda, spesso, era un’eredità. Per la terza poteva diventare una domanda. Da dove vengono i miei nonni? Perché portiamo questo cognome? Perché la nostra famiglia fa le cose in un determinato modo? Perché esiste ancora una parola italiana in mezzo a una frase in portoghese? Perché qualcuno ha custodito per cinquant’anni una fotografia di una persona che nessuno conosce più? È a questo punto che la finzione di questa cronaca incontra la storia. Jacob non è una persona la cui vita viene qui presentata come un documento genealogico. Rappresenta molti ragazzi e ragazze che nacquero in Brasile dopo l’arrivo dei genitori o dei nonni italiani e crebbero tra due memorie. Una era la realtà che conoscevano: il Brasile, la proprietà, la scuola, la chiesa, gli amici, il lavoro e il paesaggio brasiliano. L’altra era la memoria ereditata: un villaggio italiano che forse non avrebbero mai visitato, ma che esisteva nelle parole dei genitori e nei ricordi dei nonni. La piccola chiave di Barbisano è anch’essa un simbolo creato per questa storia. Rappresenta ciò che gli immigrati portarono con sé senza sapere di starlo portando: il legame con una vita rimasta indietro. Forse è proprio questo che rende così potente la storia dell’immigrazione italiana in Brasile. Non si tratta soltanto di una storia di spostamento. È una storia di trasformazione. Uomini e donne partirono da piccole comunità italiane, attraversarono un oceano e aiutarono a costruire nuove comunità in Brasile. I loro figli crebbero in un’altra lingua e sotto un altro cielo. I loro nipoti divennero brasiliani di corpo e di vita, ma continuarono a portare nomi, costumi e memorie che attraversarono generazioni. L’Italia cessò di essere soltanto un luogo sulla carta geografica e divenne una parte della memoria familiare. E il Brasile, che un giorno era stata la terra sconosciuta per i pionieri, divenne la patria dei loro discendenti. Forse è questa la verità più grande dietro questa storia fittizia: gli immigrati non lasciarono semplicemente una patria per trovarne un’altra. Passarono il resto della vita cercando di costruire un ponte tra le due. Un ponte fatto di lavoro, nostalgia, fede, silenzio, ricordi e speranza. Molti morirono senza tornare nella terra natale. Altri non riuscirono mai a spiegare completamente ai figli la grandezza della mancanza che sentivano. Ma lasciarono qualcosa che nessun oceano poteva distruggere: la memoria. E finché i loro discendenti continueranno a cercare i nomi dei loro antenati, a ricostruire alberi genealogici, a visitare antichi villaggi italiani o semplicemente a chiedere alla famiglia «da dove veniamo?», quel viaggio iniziato nel XIX secolo continuerà ad avvenire. Perché alcune storie terminano quando i personaggi muoiono. La storia degli immigrati, no. Continua ogni volta che un discendente apre una fotografia antica, trova un cognome in un registro, riconosce una parola dimenticata o scopre, dopo più di un secolo, il nome del piccolo villaggio da cui partì il suo bisnonno. In quell’istante la distanza diminuisce. L’oceano sembra meno profondo. E la vecchia casa, anche se non esiste più, torna ad aprire la sua porta.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



quinta-feira, 24 de setembro de 2026

La Promessa Strappata Dell’orizzonte - Il viaggio di una famiglia di immigrati italiani dalla Sicilia alla Pennsylvania (1897–1903)


 La Promessa Strappata Dell’orizzonte

Il viaggio di una famiglia di immigrati italiani dalla Sicilia alla Pennsylvania (1897–1903)

Ellis Island e Reading, Pennsylvania — 1897–1903

Quando Salvatore Cucionotto lasciò il suo villaggio in Sicilia, nel maggio del 1897, la mattina era grigia e fresca, e la campana della piccola chiesa suonava sui tetti come aveva suonato per generazioni. Si fermò una volta al bordo del paese e guardò indietro. Le case erano ancora lì. La chiesa era ancora lì. Le colline dove suo padre aveva lavorato la terra erano ancora lì. Ma Salvatore sapeva di lasciarle alle spalle. Aveva trent’anni e andava in America perché non c’era più lavoro abbastanza per tenere la famiglia nutrita.

Con lui andavano la moglie, Concetta, di ventotto anni, e i due figli, Rosalia, di quattro, e Carmelo, di due. Possedevano ben poco. Una sola valigia di cuoio consumata conteneva i loro vestiti, un po’ di pane duro, un pezzo di formaggio e alcune cose che Concetta non poteva sopportare di lasciare. Tra queste c’era una piccola immagine della Madonna, avvolta con cura nel fazzoletto di lino che la madre le aveva dato.

Salvatore portava la valigia. Concetta portava Carmelo ogni volta che il bambino era troppo stanco per camminare. Rosalia teneva saldamente la mano del padre. Non capiva cosa significasse l’America. Sapeva solo che la madre le aveva detto che andavano in un posto molto lontano.

Il viaggio fino a Napoli fu seguito dalla lunga attesa del vapore che li avrebbe portati attraverso l’Atlantico. Quando finalmente si imbarcarono, Salvatore cercò di mantenere la famiglia calma. Aveva sentito che la traversata poteva durare settimane. Aveva anche sentito che l’America era un posto dove un uomo disposto a lavorare poteva guadagnare abbastanza per costruire una vita migliore. Voleva crederci.

I quattro erano tra i passeggeri di terza classe, ammassati nella stiva con gente di diverse parti d’Italia e di altri paesi. La traversata fu difficile. L’aria era afosa, i posti per dormire erano sovraffollati, e l’odore di cibo, sudore, carbone e malattia sembrava permanere ovunque. I bambini piangevano durante la notte. Alcuni passeggeri si ammalavano. Salvatore passava gran parte del tempo pensando al denaro nascosto dentro i suoi vestiti e chiedendosi se sarebbe stato sufficiente per ricominciare. Concetta si preoccupava di più dei bambini. Osservava Rosalia con attenzione e teneva Carmelo vicino. Ogni volta che poteva, apriva la valigia e controllava la piccola Madonna. Era una delle poche cose che ancora la legavano a casa.

Dopo più di due settimane in mare, la nave entrò nel porto di New York. Salvatore salì sul ponte e vide la terra. Vide navi, fumo, edifici e, in lontananza, la Statua della Libertà. Per alcuni momenti nessuno nella famiglia parlò. Rosalia stava al suo fianco, guardando la statua senza sapere cosa rappresentasse. Concetta si fece il segno della croce. Salvatore pensò a tutte le promesse che aveva sentito prima di lasciare la Sicilia: lavoro, cibo, terra e una possibilità perché i suoi figli avessero una vita diversa.

La nave arrivò alla stazione di immigrazione di Ellis Island nel maggio del 1897, mentre gli edifici originali di legno erano ancora in uso. La famiglia fu portata a terraferma insieme agli altri passeggeri di terza classe. Aspettarono in fila, portando il poco che possedevano. Gli impiegati controllavano i loro nomi e facevano domande su da dove venivano, dove andavano e che lavoro speravano di trovare. L’ispezione era spaventosa, specialmente perché Salvatore capiva pochissimo l’inglese. Gli avevano detto che le persone potevano essere rifiutate all’ingresso, e non smetteva di chiedersi cosa sarebbe successo se qualcuno avesse deciso che la sua famiglia non apparteneva all’America. Concetta capiva ancora meno, ma rimaneva calma. Teneva la mano di Carmelo e teneva Rosalia vicino.

La famiglia superò l’ispezione. Per Salvatore quel momento non era ancora un trionfo. Era semplicemente un sollievo. Erano entrati nel paese, ma non avevano dove abitare e nessun lavoro li aspettava.

Fuori dalla stazione di immigrazione, incontrarono persone che offrivano indicazioni, trasporti, alloggi e lavoro. Alcune erano legittime. Altre erano interessate a guadagnare soldi dai nuovi arrivati che non parlavano inglese. Salvatore aveva sentito storie sufficienti durante il viaggio per essere cauto. Teneva il denaro nascosto sotto i vestiti e rifiutava offerte che sembravano troppo facili.

Un compatriota italiano gli disse che c’era lavoro in Pennsylvania, dove la costruzione di ferrovie e altri lavori pesanti impiegavano molti immigrati italiani. Salvatore non aveva nessun desiderio particolare di lavorare su una ferrovia. Aveva semplicemente bisogno di un posto dove potesse guadagnare abbastanza per tenere la famiglia unita. Lui e Concetta decisero di andare a Reading, Pennsylvania.

Reading era una città industriale in crescita, e gli immigrati italiani stavano già arrivando lì negli anni Novanta dell’Ottocento. Molti trovavano lavoro nelle squadre ferroviarie e nell’edilizia, spesso attraverso agenti di manodopera o persone dei loro stessi villaggi. Per Salvatore, questo bastava come motivo per andare.

Il viaggio da New York alla Pennsylvania fu un’altra lezione su quanto fosse grande l’America. Dalla finestra del treno, Rosalia osservava il paesaggio cambiare. Non aveva mai visto nulla di simile. I campi si estendevano oltre i binari. Le città apparivano e scomparivano. I pali del telegrafo accompagnavano la ferrovia. Salvatore contemplava la campagna che passava in silenzio, cercando di immaginare dove la famiglia avrebbe vissuto.

Quando arrivarono a Reading, non c’era nessun comitato di benvenuto né una casa che li aspettava. Un uomo legato alla ferrovia aiutò a orientare Salvatore verso un lavoro e un posto dove la famiglia potesse affittare una piccola stanza. Era angusta, ma era un riparo.

Salvatore cominciò a lavorare in una squadra ferroviaria. Il lavoro era duro e pericoloso. I lavoratori italiani erano comunemente impiegati nella costruzione e manutenzione dei binari, e il compito richiedeva lunghe ore di sollevamento, scavo, carico e lavoro all’aperto in qualsiasi tipo di tempo. Salvatore imparò rapidamente che le promesse che aveva sentito in Sicilia non erano state completamente false. C’era lavoro in America. Ma c’era una grande differenza tra avere un lavoro e avere una vita.

I suoi salari sparivano in fretta. Il cibo costava soldi. L’affitto costava soldi. Gli attrezzi costavano soldi. Il carbone costava soldi. Perfino il sapone era qualcosa che bisognava contare.

Durante il primo inverno, Salvatore tornava a casa esausto quasi ogni sera. Le mani erano coperte di crepe e vesciche. In alcune sere a malapena riusciva a mangiare prima di cadere nel sonno. Concetta vedeva cosa il lavoro stava facendo a lui. Capiva anche che non poteva restare a casa ad aspettarlo. Trovò lavoro cucinando e pulendo in una casa americana. Il suo inglese era scarso, e le istruzioni arrivavano in fretta, ma imparava osservando. Imparò i nomi dei cibi, degli utensili, delle stanze e dei compiti quotidiani. Imparò a dire sì, no, dopo, domani e basta. Spesso tornava a casa stanca, ma non si lamentava. Sapeva che ogni dollaro che guadagnava significava un dollaro in meno che Salvatore doveva trovare.

Anche Rosalia cominciò a cambiare. All’inizio stava vicino alla madre perché le strade e le voci in inglese la spaventavano. Poi conobbe altri bambini. Alcuni erano italiani. Altri erano irlandesi, tedeschi o nati in America. I bambini non si preoccupavano tanto degli accenti quanto gli adulti. Rosalia cominciò ad assorbire parole inglesi senza rendersi conto di stare imparando un’altra lingua. La prima parola che ripetè con orgoglio a casa fu “bird” (uccello). Presto arrivarono “apple” (mela) e “wind” (vento). Concetta sorrideva sentendo la figlia. Salvatore ascoltava in silenzio. Capiva che qualcosa era iniziato e che non poteva fermarlo. Rosalia sarebbe appartenuta a un mondo diverso da quello che lui aveva lasciato alle spalle.

Nella primavera del 1899, la famiglia era ancora povera, ma non era più estranea a Reading. Salvatore conosceva i cantieri ferroviari e gli uomini che lavoravano al suo fianco. Concetta sapeva quali case potevano assumerla e quali negozi vendevano cibo ai prezzi migliori. Avevano cominciato a fare amicizia con altre famiglie italiane. La domenica andavano a messa quando potevano. A volte condividevano pane, formaggio e vino con i vicini. Il cibo era semplice, ma ricordava la Sicilia. Concetta teneva ancora la piccola Madonna avvolta nel fazzoletto di lino della madre. La metteva in un posto sicuro in qualsiasi stanza stessero affittando. Non era esattamente un altare, ma era suo.

Con il passare degli anni, Salvatore cominciò a inviare lettere in Sicilia. Scriveva a parenti e amici che volevano sapere se l’America fosse così prospera come avevano sentito. Non mentiva loro. Diceva che c’era lavoro, ma che il lavoro poteva spezzare il corpo di un uomo. Li avvertiva degli agenti di manodopera disonesti e delle persone che si approfittavano degli immigrati che non parlavano inglese. Diceva loro di portare abbastanza soldi per sopravvivere ai primi mesi. Soprattutto, diceva che l’America richiedeva pazienza.

«C’è lavoro qui», scrisse in una lettera, «ma devi essere preparato a lavorare più duramente di quanto abbia mai immaginato.»

Concetta voleva qualcosa di diverso da quello che voleva Salvatore. Salvatore sognava di avere terra. Concetta sognava di avere una casa dove potesse chiudere la porta la notte e sapere che nessuno poteva chiedere loro di andarsene. Per molto tempo, nessuno dei due sogni sembrava possibile.

Poi, nel 1901, Salvatore cominciò ad accettare lavori extra ogni volta che poteva. Aiutava a riparare recinzioni, scaricava merce, lavorava in cantieri edili e accettava turni difficili che altri uomini evitavano. Metteva da parte piccole somme di denaro e le teneva nascoste. A volte tornava a casa con solo alcune monete. Altre volte tornava con abbastanza per far sorridere Concetta. Lei custodiva i risparmi con cura e si rifiutava di spenderli a meno che non fosse assolutamente necessario.

Nel 1903, sei anni dopo l’arrivo, Salvatore aveva risparmiato abbastanza per comprare un pezzo modesto di terra alla periferia di Reading. Non era la terra fertile che aveva immaginato quando era ancora in Sicilia. Era semplicemente un pezzo di suolo della Pennsylvania che gli apparteneva. Quando ricevette il documento che confermava la proprietà, lo portò a casa e lo mise sul tavolo. Concetta lo lesse insieme a lui. Nessuno dei due parlò per diversi minuti. Poi lei tirò fuori la Madonna dal panno e la mise accanto alla carta. Salvatore guardò i due oggetti insieme. Uno rappresentava da dove erano venuti. L’altro rappresentava dove avevano deciso di restare.

La prima casa era piccola. Salvatore ne costruì gran parte da solo, usando i materiali che poteva permettersi. Le pareti non erano perfettamente dritte, e le finestre erano semplici, ma la casa apparteneva a loro. Concetta fece delle tende con tessuto economico. Teneva la cucina pulita e a poco a poco la riempiva dell’odore di cibi che ricordavano la Sicilia. Rosalia aiutava ogni volta che poteva. A quel punto, il suo inglese era già più forte dell’italiano. A volte doveva cercare una parola italiana che aveva conosciuto solo pochi anni prima. Concetta se ne accorse prima di Salvatore. Era orgogliosa dell’inglese della figlia, ma si preoccupava anche della possibilità che qualcosa del paese antico scomparisse. Cominciò a insegnare a Rosalia le ricette che la propria madre le aveva insegnato. Le mostrò come impastare il pane, come preparare pasti semplici e come preservare le tradizioni familiari che potevano sopravvivere anche quando la famiglia era lontana dalla Sicilia.

Un pomeriggio di settembre, dopo che la casa era abbastanza pronta perché si sentissero stabiliti, Salvatore piantò una vite vicino alla casa. Non aveva portato nessuna piantina dalla Sicilia. La pianta era di suolo americano e di ceppo americano, ma il ricordo dietro di essa era interamente suo. Mentre lavorava, ricordava il padre che gli insegnava a potare le viti sulle colline della Sicilia. Ricordava l’odore della terra dopo la pioggia e il modo attento con cui il padre spiegava che una vite doveva essere curata con pazienza se si sperava che producesse buoni frutti.

Salvatore premette la terra intorno alla giovane piantina e si alzò. Concetta osservava dalla porta. Rosalia uscì e chiese cosa stesse facendo. Lui disse che un giorno la vite avrebbe prodotto uva. Rosalia guardò la pianticella e rise. Pensò che sembrasse troppo debole per sopravvivere. Salvatore sorrise. Sapeva qualcosa sulle cose deboli che sopravvivono.

Quella notte, la famiglia mangiò pane alla propria tavola. Il pasto era semplice, ma Concetta guardò intorno alla stanza e si rese conto che avevano realizzato qualcosa che un tempo avevano considerato impossibile. Avevano una casa. Avevano terra. I figli erano al sicuro. Sentivano ancora la mancanza della Sicilia, ma il sentimento non era più lo stesso di quando erano a bordo della nave. La casa era diventata due posti allo stesso tempo.

Salvatore non dimenticò mai quanto gli fosse costata l’America. Ricordava la nave affollata, la paura di Ellis Island, i primi mesi difficili in Pennsylvania, le ferite, il freddo, le lunghe ore sulla ferrovia e i giorni in cui si chiedeva se avesse commesso un terribile errore. Ma ricordava anche le prime parole in inglese di Rosalia. Ricordava Concetta che metteva la Madonna accanto all’atto di proprietà della terra. Ricordava la prima notte in cui dormirono nella propria casa. Quei ricordi contavano tanto quanto gli altri.

L’America non era stata il paradiso descritto nelle storie che aveva sentito in Sicilia. Era stata più dura, più complicata e più esigente. Ma gli aveva dato qualcosa che non avrebbe potuto immaginare quando era partito: la possibilità di costruire un futuro per i figli. Salvatore comprendeva che i figli sarebbero diventati americani in modi in cui lui non avrebbe mai potuto. Rosalia avrebbe parlato inglese senza accento. Carmelo sarebbe cresciuto sapendo che la Pennsylvania era la sua casa. Avrebbero celebrato alcune tradizioni italiane, ne avrebbero dimenticate altre e ne avrebbero create di proprie. Salvatore non sapeva esattamente cosa sarebbero diventati. Sapeva solo che il futuro apparteneva a loro.

La vite crebbe lentamente. Nei primi anni produsse poco frutto. Salvatore continuò a potarla, ad annaffiarla e a proteggerla attraverso le stagioni. Non si lamentò mai del lavoro. Per lui, la vite era un ricordo del fatto che le radici non dovevano necessariamente rimanere nel posto dove erano cominciate. A volte potevano essere portate nella memoria e piantate da qualche altra parte.

E così Salvatore restò. Non perché l’America avesse mantenuto tutte le promesse, ma perché lui e Concetta avevano costruito qualcosa di proprio. Erano arrivati con una valigia, una piccola immagine della Madonna, un po’ di soldi e due figli piccoli. Sei anni dopo, avevano una casa, un pezzo di terra in Pennsylvania e una figlia che stava già diventando parte di un nuovo paese.

La loro storia non era la storia che avevano immaginato quando avevano lasciato la Sicilia. Era migliore in un aspetto importante: era loro.

Anni dopo, Rosalia si sarebbe ricordata della casetta, della vite, del pane della madre e delle mani del padre. Si sarebbe ricordata che i genitori avevano attraversato un oceano perché credevano che i figli meritassero una possibilità. Non si sarebbe ricordata di tutte le difficoltà. I bambini raramente se le ricordano. Ma si sarebbe ricordata della sensazione di appartenere a una famiglia che aveva ricominciato. E quella fu la promessa che alla fine rimase.

Nota dell’Autore

La Promessa Strappata dell’Orizzonte è un’opera di finzione storica. Salvatore Cucionotto, Concetta, Rosalia e Carmelo sono personaggi fittizi, creati per rappresentare le esperienze condivise da molte famiglie di immigrati italiani che arrivarono negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo. La loro storia non è presentata come la biografia documentata di una famiglia di immigrati specifica. È una storia composta, ispirata alle circostanze storiche affrontate da migliaia di nuovi arrivati italiani.

Negli anni Novanta dell’Ottocento, gli immigrati italiani arrivarono in gran numero e entrarono in comunità in tutta la Pennsylvania. Molti trovarono lavoro nelle ferrovie, nell’edilizia, nelle opere pubbliche, nelle miniere, nelle fabbriche e nell’agricoltura. A Reading e in altre comunità della Pennsylvania, i lavoratori italiani erano particolarmente visibili nel lavoro ferroviario e nell’edilizia. Le loro vite erano spesso difficili, e molti dipendevano da agenti di manodopera, parenti o conterranei per trovare lavoro e alloggio.

Tuttavia, l’immigrazione non fu mai solo una storia di difficoltà. Fu anche una storia di famiglie, bambini, fede, cibo, lingua, lavoro e della creazione graduale di nuove comunità. Per i discendenti che oggi ricercano la storia delle loro famiglie italo-americane, la parte più significativa di una storia di immigrazione spesso non è il nome famoso o l’avvenimento straordinario. È il dettaglio ordinario: la valigia che attraversò l’oceano, la ricetta che una madre si rifiutò di dimenticare, la fotografia custodita in un cassetto, la lettera inviata di nuovo in Italia, la prima parola in inglese pronunciata da un bambino, o il pezzo di terra comprato dopo anni di risparmi. Sono queste piccole cose che spesso sopravvivono nella memoria familiare.

La storia di Salvatore, quindi, non appartiene a una famiglia documentata, ma all’esperienza più ampia degli italo-americani i cui antenati attraversarono l’Atlantico in cerca di lavoro e di un futuro. Arrivarono con poco, ma portarono tradizioni, memorie, fede e la determinazione di dare ai figli opportunità che loro stessi non avevano mai conosciuto.

Per molte famiglie italo-americane, la storia dell’America cominciò esattamente così: con qualcuno che lasciò il paese antico, mise piede su un suolo sconosciuto e a poco a poco imparò a chiamarlo casa.

La vite in questa storia è più di un simbolo. Rappresenta il modo in cui l’eredità viaggia attraverso le generazioni. Le radici cominciano in un paese, ma i rami crescono altrove. E a volte, decenni dopo, un discendente scopre che il ramo è ancora vivo.

«Se la vostra famiglia è venuta in America dall’Italia, dalla Sicilia o da un’altra parte del paese antico, questa storia può ricordare qualcuno del vostro albero genealogico.»

“La tua famiglia ha una storia simile? Raccontacela nei commenti o cerca i tuoi antenati su Ellis Island.”

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta


quarta-feira, 16 de setembro de 2026

I figli della nave: La storia di una famiglia italiana tra l’Italia e il Nuovo Mondo

 


I figli della nave: La storia di una famiglia italiana tra l’Italia e il Nuovo Mondo

"Alcuni bambini nacquero nei villaggi d’Italia. Altri vennero al mondo tra due continenti, cullati dal mare e sospinti verso un nuovo mondo che non avevano ancora visto."
Ci furono bambini che aprirono gli occhi per la prima volta sotto le campane di una chiesa di paese, accompagnati dal rumore di un piccolo fiume, dal raspare delle galline nell’aia e dal vento che passava tra le vigne del Veneto, della Lombardia o del Friuli. E poi ci furono quelli che vennero al mondo a bordo di una nave, durante una traversata dell’Atlantico, cullati non dal canto degli uccelli o dai rumori familiari di un paese, ma dal gemito dei motori, dallo scricchiolio delle strutture in legno, dal sibilo del vapore e dal movimento incessante dell’oceano.
La loro prima casa fu una nave.
Il loro primo paesaggio fu il mare.
A volte mi chiedo che cosa abbia significato cominciare la vita in quel modo.
Le navi degli emigranti erano comunità galleggianti affollate, costruite di ferro e di legno, che trasportavano persone costrette a lasciare quasi tutto ciò che conoscevano. Uomini che avevano lavorato la terra per generazioni. Donne che avevano chiuso la porta della propria casa senza sapere se un giorno l’avrebbero riaperta. Anziani che portavano con sé un rosario, una medaglia di un santo, una fotografia o, talvolta, una manciata di terra del luogo che avevano sempre chiamato casa.
E tra quei passeggeri c’erano anche donne incinte.
Alcune potevano essere partite soltanto poche settimane prima del parto. Altre forse non sapevano con certezza quando sarebbe arrivato il momento. Raramente esisteva un momento davvero adatto per aspettare.
Il biglietto era già stato comprato.
La data della partenza era arrivata.
La povertà non chiedeva il permesso.
E così il viaggio continuava.
Da qualche parte, nel mezzo dell’Atlantico, una donna poteva avvertire quel dolore inconfondibile che annunciava l’inizio del parto. La nave non si sarebbe fermata. L’oceano non avrebbe cambiato direzione. Al porto successivo non ci sarebbe stato un ospedale ad attenderla.
C’erano invece altre donne.
Una portava dell’acqua. Un’altra cercava della stoffa pulita. Una madre più esperta prendeva forse in mano la situazione. Il marito poteva rimanere accanto a lei, spaventato e impotente, in attesa del primo vagito.
Se a bordo si trovava per caso un sacerdote, forse qualcuno gli chiedeva di pregare.
E fuori, il mare continuava il suo viaggio come se nulla stesse accadendo.
È proprio questo contrasto che mi ha sempre colpito.
Dentro la nave, una creatura stava entrando nel mondo.
Fuori, l’Atlantico continuava senza fine.
Provo a immaginare quei parti.
Non c’era una sala parto come la conosciamo oggi. Non c’era una cameretta preparata per il neonato. Non c’era una nonna ad aspettare dietro la porta. Non c’erano parenti riuniti nel corridoio. La madre poteva essere circondata da sconosciuti, in uno spazio angusto, mentre la nave oscillava sotto di lei e nell’aria si mescolavano l’odore del carbone, quello delle macchine e quello del mare.
Eppure, per quelle poche ore, degli sconosciuti potevano diventare qualcosa di molto simile a una famiglia.
Quando finalmente il bambino piangeva, intorno alla madre doveva cambiare qualcosa.
Per un momento, la nostalgia, la stanchezza, la paura e l’incertezza potevano lasciare spazio a qualcosa di più semplice: il sollievo.
Una nuova vita era arrivata.
Forse quel neonato ricordava a tutti, senza saperlo, qualcosa in cui avevano disperatamente bisogno di credere: che il futuro fosse ancora possibile.
I genitori avevano lasciato l’Italia perché speravano che altrove la vita potesse essere migliore.
Il bambino arrivava prima ancora di aver visto quella terra promessa.
Nato durante la traversata, occupava un posto singolare nella storia della propria famiglia: italiano per origine, americano come destinazione, ma ancora senza appartenere veramente a nessuno dei due paesaggi.
Era un figlio del viaggio.
Un figlio della traversata.
Un bambino la cui prima esperienza del mondo cominciava con il movimento del mare.
La maggior parte di quei bambini sarebbe poi cresciuta sulla terra americana. Avrebbe imparato la lingua del nuovo Paese, spesso continuando ad ascoltare in casa l’italiano, il dialetto dei genitori o quello dei nonni. Avrebbe lavorato, si sarebbe sposata, avrebbe avuto figli, coltivato orti, costruito case, aperto attività, frequentato chiese e contribuito a creare comunità che i genitori difficilmente avrebbero potuto immaginare quando erano saliti a bordo.
Alcuni avrebbero conservato il cognome e le tradizioni della famiglia.
Altri avrebbero lentamente perduto la lingua degli antenati.
Molti sarebbero diventati semplicemente americani.
Ma, da qualche parte all’inizio della loro storia familiare, sarebbe rimasto un fatto straordinario:
erano nati in mare.
Oggi, quando mi capita di imbattermi in un vecchio documento di viaggio che contiene una breve annotazione come “nato in mare” o “nato durante la traversata”, mi fermo a leggerla con maggiore attenzione.
Sono parole così piccole.
La storia che nascondono, invece, non lo è.
C’era una madre.
C’era una nave.
C’era un oceano.
C’era una famiglia che aspettava un nuovo inizio.
E c’era un bambino arrivato prima che il viaggio fosse terminato.
Quel bambino un giorno avrebbe camminato sulla terra americana, forse senza sapere mai quanto fosse stato straordinario l’inizio della sua vita.
I genitori avevano attraversato l’Atlantico cercando un luogo nel quale la loro famiglia potesse sopravvivere e costruire un futuro.
Il loro bambino aveva attraversato qualcosa di ancora più intimo: il confine invisibile tra una vita e un’altra, tra il vecchio mondo lasciato alle spalle e quello nuovo che ancora li aspettava.
Forse questo aiuta a comprendere qualcosa che ricorre spesso tra i discendenti degli emigranti: la sensazione di appartenere a più di un luogo.
Non sempre si manifesta attraverso le parole.
A volte vive in un cognome.
A volte in una ricetta.
A volte in una vecchia fotografia.
A volte in poche parole di dialetto pronunciate da un nonno.
E a volte è semplicemente la sensazione che casa non sia un luogo soltanto.
Forse una parte di quel sentimento è nata a bordo delle navi.
I figli della nave ereditarono più dei cognomi dei loro genitori.
Ereditarono un viaggio.
I loro genitori avevano attraversato il mare perché credevano che il domani potesse essere migliore dell’ieri.
Quei bambini nacquero nel mezzo di quella speranza.
Ed è forse questa la cosa più straordinaria di loro.
Non cominciarono la loro vita alla destinazione.
La cominciarono lungo la strada.
Nacquero durante la traversata.
E quella traversata entrò per sempre nella loro storia.
Nota dell’autore
Tra le innumerevoli storie dell’emigrazione italiana in America, alcune delle più straordinarie sono anche quelle che rischiano più facilmente di essere dimenticate.
Una di queste è la storia dei bambini nati durante la traversata dell’Atlantico.
Dalla fine dell’Ottocento fino alle grandi ondate migratorie dei primi decenni del Novecento, le navi passeggeri trasportarono migliaia di famiglie italiane verso il Nord America. I viaggi potevano essere lunghi, difficili e fisicamente estenuanti. Le famiglie partivano con pochi bagagli, prospettive incerte e la consapevolezza che tutto ciò che conoscevano sarebbe rimasto alle loro spalle.
Tra quei passeggeri c’erano anche donne incinte.
Per alcune, il momento della partenza non poteva essere rimandato semplicemente perché era atteso un bambino. La povertà, le opportunità di lavoro, le esigenze familiari e la disponibilità dei biglietti contribuivano a determinare il momento della partenza.
La nave, dunque, non era soltanto un mezzo di trasporto.
Per alcune famiglie diventava il luogo nel quale un capitolo della vita si chiudeva e un altro cominciava.
Quando un bambino nasceva a bordo, l’evento poteva essere registrato nei documenti della traversata, talvolta con poche parole. Oggi quelle brevi annotazioni possono sembrare quasi insignificanti: “nato in mare”, “nato durante la traversata” o formule analoghe.
Ma dietro quelle parole c’era una storia umana.
C’era una madre che partoriva lontano da casa. C’era un padre davanti a un futuro incerto. C’erano altri passeggeri che potevano offrire aiuto, conforto, una preghiera o semplicemente la loro presenza. E c’era un neonato la cui prima esperienza del mondo non era un paese, una casa, una fattoria o una strada cittadina, ma una nave in movimento sull’Atlantico.
Quell’immagine è potente perché racchiude qualcosa di essenziale nell’esperienza dell’emigrazione.
I genitori lasciavano un mondo senza sapere ancora quale aspetto avrebbe avuto quello nuovo.
E talvolta i loro figli venivano al mondo proprio in quello spazio incerto tra la partenza e l’arrivo.
Da sempre mi colpisce la semplicità di quelle vecchie registrazioni. Un elenco dei passeggeri può contenere nomi, età, professioni, luoghi di provenienza e destinazioni. E poi, qualche volta, compare un’annotazione straordinaria: un bambino è nato durante il viaggio.
La storia dell’emigrazione viene spesso raccontata attraverso i numeri.
Quanti partirono?
Da quali regioni?
Su quali navi?
Dove si stabilirono?
Che lavoro fecero?
Sono domande importanti. Ma dietro ogni numero c’era una persona, e dietro ogni famiglia esisteva un insieme di esperienze quotidiane che raramente riuscì a entrare nei documenti della Storia.
La nascita era una di queste.
Un bambino nato in mare non aveva scelto il viaggio. Non aveva scelto l’Italia, l’America, la povertà, le opportunità o l’esilio.
Eppure, fin dal primo respiro, quel bambino diventava parte della storia dell’emigrazione.
Per i discendenti degli emigranti italiani, storie come questa offrono un altro modo di guardare al passato. L’emigrazione non fu fatta soltanto di porti, liste passeggeri, contratti, fattorie, fabbriche e quartieri affollati.
Fu fatta anche di madri che partorivano lontano da casa.
Di padri che aspettavano con ansia.
Di sconosciuti che aiutavano altri sconosciuti.
Di preghiere sussurrate nei dialetti italiani.
Di neonati cullati dal movimento dell’Atlantico.
E di famiglie che continuavano ad andare avanti perché credevano che, da qualche parte oltre il mare, potesse esistere una vita migliore.
I figli della nave è un’opera di narrativa storica e di riflessione. Le circostanze generali qui descritte sono radicate nella realtà delle migrazioni transatlantiche, ma le scene e le emozioni appartengono alla ricostruzione letteraria e non raccontano la vicenda documentata di una specifica famiglia.
Ho scritto queste pagine pensando ai discendenti di quegli emigranti: a coloro le cui storie familiari cominciarono in un villaggio italiano, a bordo di una nave affollata, in un porto d’arrivo o in qualche punto sospeso tra tutti questi luoghi.
Perché, a volte, la parte più rivelatrice della storia di un emigrante non è soltanto il luogo da cui una famiglia partì o quello nel quale alla fine si stabilì.
È ciò che accadde lungo il cammino.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta