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segunda-feira, 5 de outubro de 2026

La Canzone della Nonna Veneta a Chipilo

La canzone della nonna veneta a Chipilo

“Il Veneto era l’origine. Chipilo era la vita costruita dopo il viaggio.”


Ci sono case in cui una lingua si mescola agli odori della cucina, al rumore dei piatti e alle voci della famiglia. La mia storia comincia con la voce di mia nonna, in una casa di Chipilo, in una famiglia le cui origini risalivano alle terre venete tra il Trevigiano, il Feltrino e il Bellunese.
I suoi antenati erano partiti da quella parte del Veneto alla fine dell’Ottocento. Erano uomini e donne di paesi e campagne come quelli che si trovavano intorno a Segusino, Quero e Alano, luoghi dai quali provenivano molte delle famiglie che avrebbero formato la nuova comunità di Chipilo.
Non so da quale paese preciso fosse partita la famiglia di mia nonna. Nella mia storia, questo dettaglio non è rimasto. So soltanto che il Veneto era dall’altra parte dell’oceano e che, dopo il viaggio, Chipilo era diventato il luogo in cui la famiglia avrebbe costruito la propria vita.
Conosceva una vecchia canzone di cui non ho mai saputo il titolo né l’autore. Non ne ricordo tutte le parole. Ricordo però il ritmo lento con cui la cantava e il modo in cui abbassava la voce alla fine di ogni strofa. Forse l’aveva imparata da sua madre. Forse l’aveva sentita cantare da una donna della generazione arrivata dal Veneto. Non lo so.
Quello che ricordo bene sono le sue mani.
La mattina si legava il grembiule in vita con un gesto rapido, apriva le finestre della cucina e si metteva al lavoro. Spostava le sedie una alla volta per spazzare sotto il tavolo, scuoteva la tovaglia in cortile e poi la ripiegava con cura. Sistemava i piatti, metteva in fila i bicchieri e controllava la pentola sul fuoco.
Quando faceva la pasta, spargeva un po’ di farina sul tavolo, faceva una piccola conca con le dita e cominciava a impastare. Spingeva l’impasto con il palmo della mano, lo ripiegava verso di sé e ricominciava. In poco tempo aveva le mani bianche di farina.
Ed era allora che cominciava a cantare.
Io restavo ad ascoltarla dalla porta.
A volte entravo in cucina e lei, senza interrompere quello che stava facendo, mi indicava con il mento qualcosa da prendere. Un piatto, un canovaccio, il cucchiaio lasciato vicino al fornello. Se le portavo la cosa sbagliata, mi guardava, scuoteva la testa e sorrideva.
Poi continuava a lavorare.
Quando assaggiava il cibo, prendeva il cucchiaio, ci soffiava sopra e controllava il sapore. Se qualcosa bolliva troppo, abbassava il fuoco. Se vedeva una briciola sul tavolo, la raccoglieva con la punta delle dita.
Da bambino non ci facevo caso. Per me era semplicemente il modo in cui faceva le cose.
Quando arrivava una parte della canzone che conoscevamo, noi bambini cercavamo di cantare insieme a lei. Non sapevamo tutte le parole e spesso ne pronunciavamo qualcuna male. Lei ci lasciava fare. Se sbagliavamo una parola veneta, la ripeteva lentamente e poi tornava a impastare, a piegare un panno o a mettere in ordine la tavola.
Ogni tanto si fermava. Si asciugava le mani sul grembiule, ci guardava e riprendeva il lavoro.
Erano gesti semplici, quelli di ogni giorno. Ripetuti tante volte, finivano per diventare parte della casa.
In famiglia si passava con naturalezza dal veneto allo spagnolo, secondo le persone e le situazioni. Una parola detta a un bambino, un saluto a un parente, un richiamo dalla cucina. Per noi era normale sentire le due lingue nella stessa giornata.
Il veneto era arrivato nella nostra famiglia molto prima di noi. Era arrivato con gli emigranti partiti da quelle colline e da quelle campagne del Veneto e aveva attraversato l’oceano insieme a loro. A Chipilo, quella parlata aveva poi continuato a vivere nelle famiglie, trasformandosi nel contatto quotidiano con lo spagnolo. La varietà parlata nella comunità è infatti riconducibile all’area trevisano-feltrina-bellunese.
Per noi non era una lingua da studiare. Era semplicemente una lingua di casa.
Mia nonna faceva parte di quel mondo.
Non parlava del Veneto ogni giorno. Non ne aveva bisogno. Il Veneto era la terra da cui erano partiti i suoi antenati; Chipilo era il luogo in cui lei era nata, aveva lavorato, cresciuto i figli e vissuto la sua vita.
In lei le due realtà non erano in contrasto.
Una diceva da dove veniva la famiglia. L’altra diceva dove quella famiglia era diventata ciò che era.
Anche quella vecchia canzone faceva parte della sua vita senza bisogno di spiegazioni.
Quando ero bambino, pensavo che quella cucina sarebbe rimasta sempre uguale. La nonna avrebbe continuato a legarsi il grembiule, a spostare le sedie, a impastare, a controllare la pentola e a cantare mentre lavorava.
Poi i figli crebbero, i nipoti presero strade diverse e la casa cambiò. La nonna invecchiò. Le sue mani diventarono più lente. E arrivò il giorno in cui quella voce non si sentì più.
Molti anni dopo, mi capitò di sentire una melodia con lo stesso andamento. Non era la sua canzone, ma bastarono poche note perché la cucina di Chipilo mi tornasse davanti agli occhi.
Il grembiule. La farina sul tavolo. Il cestino del pane. E soprattutto quel movimento delle mani: l’impasto spinto in avanti, ripiegato verso di sé e poi di nuovo sul tavolo.
In quel momento capii che quella canzone era stata molto più di una semplice canzone.
Dentro quelle poche note c’erano le sue giornate, il lavoro delle sue mani e il modo semplice con cui aveva costruito la sua vita.
Ed è proprio qui che Chipilo diventa importante per me.
Mia nonna aveva ricevuto dalla generazione precedente una lingua, una canzone e tanti piccoli gesti. Ma li aveva fatti suoi. Li aveva portati dentro una casa messicana, dentro la sua famiglia e dentro una comunità nata dall’emigrazione veneta.
Il Veneto era l’origine. Quelle terre tra Treviso, Feltre e Belluno erano il punto da cui era partita la famiglia. Chipilo era la vita costruita dopo il viaggio.
Mia nonna non mi lasciò soltanto delle parole. Mi lasciò una cucina, un cortile, un grembiule annodato, la farina sulle mani, una tavola apparecchiata e una voce che accompagnava il lavoro.
Oggi non conosco tutte le parole della canzone.
Ma ne riconoscerei il ritmo fra cento altre.
E della mia nonna, prima ancora delle parole, mi vengono in mente le mani.
Quelle mani fanno parte della casa di Chipilo e, per me, anche della storia di una famiglia veneta diventata messicana.

Nota dell’autore

Ho scritto questa cronaca partendo da una convinzione che mi accompagna da molti anni: quando si racconta l’emigrazione italiana, i grandi numeri e le date sono importanti, ma non bastano a raccontare le persone.
Nel mio lungo rapporto con le comunità italiane e con i loro discendenti, ho incontrato spesso storie che cominciavano da dettagli molto piccoli: una fotografia, una parola rimasta nella parlata familiare, un mestiere, una ricetta, una lettera, il nome di un paese pronunciato dai nonni.
Sono proprio questi dettagli ad avvicinarmi di più alle vicende degli emigranti.
Per questo ho scelto di raccontare Chipilo attraverso una nonna, una cucina e una canzone. Ma ho voluto anche dare alla storia un luogo preciso di partenza: quelle terre del Veneto tra Trevigiano, Feltrino e Bellunese da cui provenivano molte delle famiglie che formarono la comunità chipileña.
La nonna di questa cronaca non è una persona storica specifica. I personaggi e le vicende familiari sono immaginari. Il contesto, invece, si ispira alla storia degli emigranti veneti arrivati in Messico alla fine dell’Ottocento e alla comunità fondata a Chipilo nel 1882.
Quello che mi interessa di questa vicenda è il passaggio da una terra all’altra. Gli emigranti partirono dal Veneto portando con sé una lingua, abitudini, ricette, modi di lavorare e un modo particolare di stare insieme. In Messico non si limitarono a ripetere la vita che avevano lasciato. Costruirono qualcosa di nuovo.
I loro figli e nipoti nacquero già in quella nuova realtà. Il Veneto rimase all’origine della storia familiare; il Messico divenne la terra della vita quotidiana.
È questo legame, tra le campagne venete da cui partirono gli emigranti e la comunità che costruirono a Chipilo, che ho voluto raccontare.
Perché, quando penso all’emigrazione veneta, non penso soltanto alle navi e ai viaggi. Penso alle case che vennero costruite, alle famiglie che crebbero, alle parole che passarono dai nonni ai nipoti e alle piccole abitudini che continuarono a vivere dall’altra parte dell’oceano.
E spesso tutto può cominciare con una nonna che impasta la pasta e canta mentre lavora.


Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta
Autore e ricercatore dell’immigrazione italiana e della storia familiare



segunda-feira, 28 de setembro de 2026

La Canson che la me Nona no la gà Desmentegà mai


La Canson che la me Nona no la gà Desmentegà mai

“Alcune cansoni no le se limita a sopraviver al tempo: le traversa paesi, generassion e le continua a viver dentro de noialtri.”


Gh’è dele case dove na lengua la se mescola coi odor de la cusina, col rumor dei piati e coi voxi dela fameja. La me storia la scominzia con la voxe dela me nona, in na casa de Chipilo, in na fameja che la gavea le so radise in Veneto.
I so noni i gera partii dal Veneto par sercar na vita nova in Messico. I gavea lassà drio de lori i paesi, le case e le campagne del Nord Italia e, dopo el viàjo, i gavea contribui a far su la comunità che dopo la sarìa diventada Chipilo. La me nona la gera nata tanti ani dopo, in quela tera che ormai la gera casa.
La conossea na vecia canson de cui mi no go mai savù el nome né chi che la gavea scrita. No me ricordo tute le parole. Me ricordo però el ritmo lento con cui la la cantava e el modo in cui la sbassava la voxe a la fine de ogni strofa. Forse la la gavea imparada da so mare. Forse la la gavea sentida cantar da na dona de la generassion rivada dal Veneto. No so.
Quel che me ricordo ben le xe le so man.
La matina la se ligava el grembiul in vita con un gesto rapido, la vertiva le finestre dela cusina e la se metea a lavorar. La spostava le careghe una a una par spazzar soto la tola, la scoteva la tovaia in cortil e dopo la la piegava con cura. La metea in ordine i piati, i biceri e le posate e la vardava la pignata sul fogo.
Quando la faseva la pasta, la butava un fià de farina su la tola, la faseva na picola conca coi diti e la scominziava a impastar. La spingea l’impasto avanti col palmo dela man, la lo tirava indrio verso de ela e dopo la tornava a spingerlo avanti. In poco tempo la gavea le man bianche de farina.
E proprio alora la scominziava a cantar.
Mi restavo a scoltarla de la porta.
A volte entravo in cusina e ela, sensa fermarse de quel che la stava fazendo, la me indicava col mento qualcossa da ciapar. Un piato, un strasso, el cuciaro lassà vissin al fogo. Se ghe portavo la roba sbaliada, la me vardava, la scuodeva la testa e la sorideva.
Dopo la continuava a lavorar.
Quando la assagiava el magnar, la ciapava el cuciaro, la ghe sofiava sora e la controlava el savore. Se qualcossa la boliva massa, la sbassava el fogo. Se la vedeva na briciola su la tola, la la tirava via co la ponta dei diti.
Da puteło no ghe fassevo caso. Par mi el gera semplicemente el modo che la gavea de far le robe.
Quando rivava un toco dela canson che conossemo, noialtri putei sercavimo de cantar con ela. No savevimo tute le parole e tante volte ne ghe ne scampava qualcuna. Ela ne lassava far. Se sbaliavimo na parola veneta, la la ripeteva pian pian e dopo la tornava a impastar, a piegar un pano o a meter in ordine la tola.
Ogni tanto la se fermava. La se sugava le man sul grembiul, la ne vardava e dopo la tornava al so lavoro.
I gera gesti semplici, quei de ogni giorno. Ripetui tante volte, i finiva par diventar parte dela casa.
In fameja se passava con naturalità dal veneto al spagnol, secondo le persone e le situassion. Na parola dita a un puteło, un saludo a un parente, un richiamo da la cusina. Par noialtri el gera normal sentir le do lengue dentro la stessa giornata.
El veneto el gera rivà ne la nostra fameja tanto prima de noialtri. El gera rivà coi emigranti partii dal Veneto e el gavea traversà el viàjo, i primi ani in Messico e le generassion dopo de lori. A Chipilo, quela lengua la gavea ciapà un modo suo de parlar. No la gera più esatamente quela che i gavea portà via da l’altra parte del mar. La gera diventada la lengua de Chipilo.
Par noialtri no la gera na lengua da studiar o da conservar con particolare atension. La gera semplicemente la lengua de casa.
La me nona la faseva parte de quel mondo.
La no parlava del Veneto ogni giorno. No ghe n’era bisogno. El Veneto el gera el paese da dove i so antenati i gera partii; Chipilo el gera el paese dove ela la gera nata, la gavea lavorà, la gavea tirà su i so fioi e la gavea vissù la so vita.
Dela so parte, le do robe no le gera in contrasto.
Una la spiegava da dove che vegniva la fameja. L’altra la spiegava chi che gavemo diventà.
Anca quela vecia canson la faseva parte dela so vita sensa bisogno de tante spiegassion.
Quando che ero puteło, pensavo che quela cusina la sarìa restada sempre uguale. La me nona la gavaria continuà a ligarse el grembiul, a spostar le careghe, a impastar, a vardar la pignata e a cantar mentre la lavorava.
Dopo i fioi i xe cresui, i neodi i ga ciapà strade diverse e la casa la xe cambiada. La me nona la xe inveciada. Le so man le xe diventade più lente. E xe rivà el giorno in cui quela voxe no se ga più sentìo.
Tanti ani dopo, me xe capità de sentir na melodia col stesso andamento. No la gera la so canson, ma bastava poche note par farme tornar davanti ai oci la cusina de Chipilo.
El grembiul. La farina su la tola. El cavagno del pan. E sora tuto quel movimento dele man: l’impasto spinto avanti, tirà indrio verso de ela e dopo de novo su la tola.
In quel momento go capìo che quela canson la gera sta molto più de na semplice canson.
Dentro de quele poche note ghe gera le so giornade, el lavor dele so man e el modo semplice con cui la gavea costruìo la so vita.
E xe proprio qua che Chipilo el diventa importante par mi.
La me nona gavea ricevù da la generassion prima de ela na lengua, na canson e tanti piccoli gesti. Ma ela no i gavea semplicemente conservai. La gavea cambiài insieme a la so vita. La gavea portai dentro na casa messicana, dentro la so fameja e dentro na comunità nata da l’emigrazion veneta.
El Veneto el gera l’origine. Chipilo el gera la vita costruìa dopo el viàjo.
La me nona no la me ga lassà soltanto parole. La me ga lassà na cusina, un cortil, un grembiul ligà in vita, la farina su le man, na tola pareciada e na voxe che la compagnava el lavoro.
Ogi no so tute le parole de quela canson.
Ma el so ritmo lo riconosserìa tra cento altre.
E de la me nona, prima ancora dele parole, me vegn in mente le man.
Quele man le fa parte dela casa de Chipilo e, par mi, anca dela storia de na fameja veneta diventada messicana.

Nota de l’autor

Go scrito sta cronaca partindo da na convinzion che la me acompagna da tanti ani: quando se conta l’emigrazion italiana, i grandi numeri e le date i xe importanti, ma no i basta par contar le persone.
Nel me lungo raporto coi comunità italiane e coi so discendenti, go incontrà spesso storie che le scominziava da detaji molto piccoli: na fotografia, na parola rimasta ne la parlada de fameja, un mestier, na riceta, na letera, el nome de un paese pronuncià dai noni.
Xe proprio quei detaji che i me avicina de più a le vicende dei emigranti.
Par questo go volesto contar Chipilo attraverso na nona, na cusina e na canson. Ma go volesto anca ricordar da dove che la storia la gera partida: dal Veneto.
La nona de sta cronaca no la xe na persona storica specifica. I personagi e le vicende de fameja i xe imaginari. El contesto, invese, el se ispira a la storia dei emigranti veneti rivai in Messico a la fine del Otocento e a la comunità che la xe vegnuda su a Chipilo.
Quel che me interessa de più de sta vicenda el xe el passagio da na tera a l’altra. I emigranti i xe partii dal Veneto portandose drio na lengua, abitudini, ricete, modi de lavorar e un modo particolare de star insieme. In Messico no i se ga limità a ripeter la vita che i gavea lassà. I ga costruìo qualcossa de novo.
I so fioi e i so neodi, come la nona de sta storia, i xe nati za dentro quela nova realtà. El Veneto el xe restà a l’origine dela storia de fameja; el Messico el xe diventà la tera de la vita de ogni giorno.
E a Chipilo la lengua stessa la ga continuà el so camin. La lengua rivada dal Veneto la ga ciapà parole, soni e modi de parlar che la ga fato so nel corso de le generassion. Xe cussì che una lengua portà da emigranti la xe diventada anca na lengua de Chipilo.
Xe sto legame, tra na partensa dal Veneto e na nova vita a Chipilo, che go volesto contar.
Perché, quando penso a l’emigrazion veneta, no penso solo a le navi e ai viàji. Penso a le case che le xe sta costruìe, a le fameje che le xe cresude, a le parole passade dai noni ai neodi e a quei piccoli gesti che i ga continuà a viver da l’altra parte de l’oceano.
E tante volte tuto pol scominziar con na nona che la impasta la pasta e la canta mentre la lavora.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



sábado, 26 de setembro de 2026

Da Segusino a Chipilo: La Grande Emigrazione Veneta in Messico nel 1882


Da Segusino a Chipilo La Grande Emigrazione Veneta in Messico nel 1882

“Partirono dalle montagne del Veneto senza sapere che, dall’altra parte dell’oceano, avrebbero costruito una nuova patria senza dimenticare quella antica.”

Domenico e Giuseppina non sono mai esistiti nei registri della colonia di Chipilo. Non sono una coppia realmente identificabile nei documenti dell’emigrazione italiana in Messico. Sono, invece, due nomi immaginati per raccontare la storia di migliaia di uomini e donne che, nell’Ottocento, dovettero imparare una delle lezioni più difficili che la vita possa imporre a una famiglia: si può amare profondamente la propria terra e, nello stesso tempo, essere costretti a lasciarla. Domenico e Giuseppina rappresentano una generazione. Rappresentano le famiglie di Segusino che nel 1882 misero poche cose dentro una valigia, si voltarono un’ultima volta verso le montagne del Trevigiano e presero la strada dell’oceano. La loro storia è inventata nei dettagli della vita quotidiana, ma il mondo nel quale si muovono è reale: è quello della povertà rurale veneta della fine dell’Ottocento, della grande emigrazione agricola verso il Messico e della nascita di Chipilo, una delle più straordinarie comunità venete sorte fuori dall’Italia. Nel 1881 Segusino contava 1.985 abitanti. Era un piccolo comune delle Prealpi trevigiane, un paese nel quale il paesaggio non era soltanto qualcosa da contemplare, ma una parte concreta dell’esistenza. La montagna determinava i sentieri, il lavoro, i pascoli, le coltivazioni, la distanza tra le case e perfino il modo in cui le persone misuravano il tempo. Per chi vi era nato, il paese non aveva bisogno di essere spiegato. Si conoscevano le contrade, le famiglie, i campi, la chiesa, i sentieri e le voci. Si conoscevano anche le difficoltà. La terra era poca. Il lavoro era molto. Una famiglia poteva impegnarsi per un’intera stagione e ottenere appena ciò che bastava per arrivare alla stagione successiva. Era un’economia nella quale la prudenza non era una virtù, ma una necessità. Nulla si sprecava. Il pane aveva valore. Il latte aveva valore. Una gallina aveva valore. Un paio di scarpe doveva durare il più possibile. Un vestito passava da un figlio all’altro. Le famiglie contadine vivevano in un equilibrio fragile, nel quale una malattia, un cattivo raccolto o un inverno particolarmente duro potevano trasformare la difficoltà in disperazione. Domenico, nella nostra storia, conosceva quella vita fin dall’infanzia. Aveva imparato a distinguere il rumore della pioggia dal rumore della grandine. Sapeva che la montagna aveva un proprio carattere e che il lavoro agricolo richiedeva pazienza. Non aveva mai posseduto molto, ma aveva imparato a considerare prezioso ciò che possedeva. Giuseppina conosceva la stessa povertà attraverso il lavoro della casa. La sua giornata cominciava prima dell’alba e terminava quando ormai gli altri dormivano. Il lavoro femminile non compariva quasi mai nei racconti ufficiali dell’economia rurale, ma senza quelle mani la famiglia non avrebbe potuto funzionare. C’era il pane, il latte, la cucina, la pulizia, la biancheria, l’assistenza agli anziani, la cura dei bambini e una lunga successione di gesti che nessuno chiamava lavoro perché erano semplicemente la vita. Quando la notizia dell’emigrazione verso il Messico cominciò a circolare nelle comunità venete, arrivò nelle case attraverso le conversazioni, le lettere, i racconti e le voci di chi aveva sentito parlare di nuove terre oltre l’oceano. Il Messico stava promuovendo la colonizzazione agricola con immigrati europei nel quadro della politica del governo di Porfirio Díaz. L’obiettivo era portare agricoltori stranieri in nuove colonie e trasformarli in produttori agricoli. Per gli organizzatori, erano coloni. Per le famiglie venete, erano persone che cercavano una possibilità. Il viaggio verso il Messico non era, naturalmente, una semplice decisione economica. Partire significava abbandonare una rete di rapporti costruita nel corso di generazioni. Significava lasciare i morti nel cimitero. Significava non sapere se si sarebbe mai più rivista la casa nella quale si era nati. Significava soprattutto accettare che i propri figli avrebbero potuto conoscere il paese d’origine soltanto attraverso i racconti. Per questo la decisione di emigrare non nasceva quasi mai da un singolo momento. Cresceva lentamente. Una famiglia ascoltava. Un vicino partiva. Qualcuno scriveva una lettera. Arrivava una notizia. Un’altra famiglia decideva di seguire la prima. L’emigrazione diventava così una corrente. Nel 1882 quella corrente avrebbe portato dal Veneto al Messico persone provenienti da diversi comuni delle province di Treviso e Belluno. Segusino avrebbe avuto un ruolo particolarmente importante, ma non sarebbe stato l’unico luogo d’origine. A Chipilo sarebbero arrivati anche emigranti di Valdobbiadene, San Pietro di Barbozza, Volpago del Montello, Quero, Feltre, Vas, Miane, Maser, Alano di Piave e altri comuni. La comunità che sarebbe nata in Messico non era quindi una semplice colonia di Segusino. Era una comunità veneta più ampia, nella quale le diverse provenienze si sarebbero incontrate e, nel tempo, avrebbero contribuito alla formazione di una nuova identità linguistica e culturale. Domenico e Giuseppina partirono, dunque, come tanti altri. Non sappiamo che cosa avessero messo nelle loro valigie, perché non esiste una valigia appartenuta a loro. Ma possiamo immaginare ciò che un emigrante di quell’epoca avrebbe considerato indispensabile: pochi vestiti, qualche oggetto religioso, gli utensili più necessari e forse una fotografia, se la famiglia ne possedeva una. Le fotografie erano ancora oggetti preziosi e non tutte le famiglie potevano permettersele. Ma c’era qualcosa che nessun elenco di bagagli avrebbe potuto registrare: la lingua. Il veneto partiva insieme a loro. Partiva nelle parole delle madri e nei rimproveri dei padri. Partiva nelle preghiere, nelle ricette, nei soprannomi e nei nomi delle cose quotidiane. Partiva nei bambini che ancora non sapevano che quella lingua sarebbe diventata, un giorno, una delle tracce più importanti della loro origine. Nel 1882, gli emigranti segusinesi raggiunsero il Messico in gruppi diversi. La documentazione ricostruita da Eduardo Montagner Anguiano mostra che 211 persone di Segusino arrivarono in Messico tra febbraio e settembre di quell’anno. Ma non tutte finirono a Chipilo. Quarantatré passarono dalla colonia Porfirio Díaz; undici furono destinate a Diez Gutiérrez; altre undici a La Aldana; trentanove abbandonarono Chipilo a partire dal 1883; mentre 107 risultano rimaste a Chipilo fin dall’inizio. Complessivamente, 146 segusinesi arrivarono a Chipilo in qualche momento del processo migratorio. Questa realtà rende la storia ancora più umana. L’emigrazione non era una linea tracciata su una carta. Era un percorso fatto di deviazioni, errori, trasferimenti, delusioni e ricominciamenti. Alcuni emigranti arrivavano in una colonia e scoprivano che la terra non era quella promessa. Altri venivano trasferiti. Altri ancora decidevano di partire nuovamente. L’emigrante non era una persona che aveva semplicemente cambiato paese. Era una persona costretta a prendere continuamente decisioni dentro un mondo che non conosceva. Prima ancora della nascita di Chipilo, il veneto di Segusino aveva già cominciato a risuonare in Messico. Il 24 febbraio 1882 era arrivato a Veracruz il piroscafo Messico, portando emigranti destinati alla colonia Porfirio Díaz. Alcuni di quei coloni sarebbero poi entrati nel percorso che avrebbe condotto alla formazione della comunità chipilegna. La grande arrivata a Chipilo avvenne però il 2 ottobre 1882, mentre la fondazione ufficiale della colonia viene indicata al 7 ottobre. Per Domenico e Giuseppina, il giorno dell’arrivo avrebbe avuto un significato diverso da quello che avrebbe assunto per i loro discendenti. Per loro non era ancora storia. Era fatica. Il futuro non aveva il volto romantico che spesso le generazioni successive attribuiscono ai pionieri. Aveva il volto della terra da lavorare, della casa da costruire, del cibo da trovare, degli animali da accudire e della paura di non farcela. La colonia non era un paese già pronto. Doveva diventarlo. Gli emigranti dovevano trasformarsi da passeggeri in coloni, da stranieri in vicini, da famiglie separate in comunità. E in questo passaggio la famiglia fu fondamentale. Quando un emigrante non possedeva nulla, possedeva almeno il lavoro delle proprie mani e la solidarietà dei propri vicini. Quando una famiglia non aveva ancora una casa, poteva aiutare un’altra famiglia a costruirla. Quando qualcuno aveva bisogno di un attrezzo, qualcuno poteva prestarglielo. Quando una donna partoriva, le altre donne sapevano che cosa fare. Quando un uomo si ammalava, la comunità poteva intervenire. La sopravvivenza non era soltanto individuale. Era collettiva. Giuseppina avrebbe trasformato il nuovo spazio in una casa attraverso gli stessi gesti che aveva imparato a Segusino. Avrebbe impastato il pane, preparato il cibo, conservato il latte, sistemato i vestiti, insegnato ai bambini le preghiere e custodito quelle piccole abitudini che sembrano insignificanti finché non diventano l’unica prova che una famiglia non ha dimenticato chi era. La cucina sarebbe diventata una delle prime forme di continuità. Non era necessario avere gli stessi ingredienti. Bastava ricordare i gesti. Il modo di preparare una pietanza, di conservare un alimento, di condividere il pane o di utilizzare il latte poteva sopravvivere anche quando il paesaggio era completamente diverso. Domenico avrebbe cercato nella nuova terra qualcosa che gli ricordasse il Veneto. Ma sarebbe stato il lavoro a creare quel legame. Gli emigranti veneti conoscevano l’agricoltura, l’allevamento e l’economia domestica. Quando le difficoltà dell’agricoltura resero necessario cercare altre possibilità, la produzione di latte e derivati acquistò progressivamente importanza. L’allevamento divenne una componente essenziale dell’economia della comunità. Formaggio, burro, latte e altri prodotti cominciarono a rappresentare non soltanto alimento, ma anche reddito. La capacità di adattamento degli emigranti trasformò così una difficoltà in una nuova competenza. È una delle caratteristiche più profonde dell’emigrazione italiana: il paese d’arrivo modifica l’emigrante, ma l’emigrante modifica a sua volta il paese d’arrivo. Domenico non poteva ricreare Segusino in Messico. Poteva però portare con sé ciò che Segusino gli aveva insegnato. La terra poteva essere diversa. Il clima poteva essere diverso. Le coltivazioni potevano essere diverse. Ma il principio rimaneva: lavorare, risparmiare, conservare, costruire. La comunità avrebbe fatto lo stesso. Nel frattempo, la nostalgia assumeva forme nuove. Nei primi tempi, Segusino era il luogo che mancava. Più tardi sarebbe diventato il luogo di cui si parlava. E infine sarebbe diventato il luogo che i figli e i nipoti avrebbero immaginato. Questa trasformazione è una delle esperienze più profonde dell’emigrazione. Per chi parte, la patria è memoria personale. Per chi nasce lontano, diventa memoria ereditata. Un bambino nato a Chipilo avrebbe potuto non avere mai visto Segusino, ma avrebbe conosciuto il nome del paese. Avrebbe ascoltato racconti sulle montagne. Avrebbe saputo che i suoi antenati erano partiti da lì. Avrebbe riconosciuto alcune parole venete. Avrebbe mangiato piatti preparati secondo tradizioni familiari. Avrebbe imparato che esisteva un luogo lontano nel quale qualcuno della sua famiglia era stato bambino. Così nasce una patria immaginata. Non è meno vera perché non è stata vissuta direttamente. È semplicemente una patria ricevuta attraverso la memoria. Ed è proprio attraverso questa memoria che Chipilo avrebbe conservato una delle caratteristiche più straordinarie della sua storia: la lingua. Gli emigranti arrivati nel 1882 non provenivano tutti dallo stesso paese. Il loro incontro linguistico contribuì alla formazione di una koinè veneta, una varietà comunitaria che non può essere semplicemente identificata con il dialetto di Segusino. Le ricerche linguistiche e storiche sottolineano infatti la presenza di diverse varietà venete provenienti dalle province di Treviso e Belluno. Per Domenico e Giuseppina, tuttavia, non si trattava di linguistica. Non avrebbero parlato di koinè. Avrebbero semplicemente parlato come sapevano parlare. Avrebbero chiamato i figli con le parole che conoscevano. Avrebbero chiesto il pane, il latte, l’acqua e gli attrezzi nel modo naturale della loro infanzia. E proprio perché quella lingua non era stata conservata come un oggetto da museo, ma usata per vivere, avrebbe potuto attraversare le generazioni. La lingua degli emigranti non sopravvive soltanto perché qualcuno decide di proteggerla. Sopravvive quando serve ancora a dire “mamma”, “casa”, “mangiare”, “dormire”, “venire”, “aspettare”, “ricordare”. Sopravvive quando una nonna la usa per parlare ai nipoti. Quando una famiglia ride insieme. Quando un padre rimprovera un figlio. Quando una madre chiama a tavola. Quando una comunità celebra una festa. La lingua sopravvive quando è ancora legata all’affetto. A Chipilo accadde qualcosa che non si verificò nello stesso modo in tutte le altre colonie italiane sorte in Messico in quel periodo. Gli emigranti provenienti da Segusino e dagli altri comuni veneti finirono per costruire una comunità nella quale la lingua e la cultura veneta mantennero una continuità eccezionale. Le altre colonie subirono processi di assimilazione molto più forti. A Chipilo, invece, il piccolo numero della comunità, la concentrazione geografica e i legami familiari contribuirono alla conservazione della lingua. Questo rende la storia di Chipilo molto più grande della semplice storia di una colonia agricola. È la storia di una memoria che ha trovato un luogo nel quale sopravvivere. Ed è anche la ragione per cui sarebbe sbagliato raccontarla come se fosse stata fondata esclusivamente da segusinesi. Segusino fu fondamentale. Ma Chipilo fu costruita da un insieme più ampio di veneti, soprattutto trevigiani e bellunesi, ai quali si aggiunsero nel tempo persone provenienti da altre regioni italiane. La stessa lingua chipilegna nacque da quell’incontro. La comunità era veneta, ma non era la copia di un singolo paese italiano. Era una nuova realtà. Domenico avrebbe imparato questo senza bisogno di formularlo. Avrebbe incontrato uomini che parlavano in modo leggermente diverso. Avrebbe riconosciuto alcune parole e non altre. Avrebbe scoperto che un uomo di un paese vicino poteva avere abitudini diverse dalle sue e tuttavia condividere lo stesso senso della famiglia, della religione e del lavoro. Questa è la ricchezza dell’emigrazione: quando persone diverse si incontrano lontano dalla patria, le differenze possono diventare parte di una nuova identità comune. Giuseppina avrebbe visto crescere i bambini. E forse, un giorno, avrebbe notato che essi non avevano più paura del Messico. Il Messico era diventato il loro mondo. Non avrebbero ricordato il viaggio. Non avrebbero conosciuto il dolore della partenza se non attraverso i racconti dei genitori. Non avrebbero sentito la stessa nostalgia. Avrebbero avuto altri sogni. E questo avrebbe potuto ferire Domenico e Giuseppina, perché l’emigrante spesso desidera che i propri figli ricordino ciò che egli ha perduto. Ma, nello stesso tempo, quello era il successo più profondo della loro partenza. Se i figli potevano sentirsi a casa in Messico, significava che la famiglia era sopravvissuta. La memoria non doveva impedire ai figli di appartenere alla nuova terra. Doveva soltanto permettere loro di sapere da dove erano venuti. La vecchia e la nuova patria potevano convivere. Questo è il segreto di molte famiglie immigrate. Non si tratta di scegliere tra passato e futuro. Si tratta di portare il passato nel futuro senza trasformarlo in una prigione. Domenico avrebbe potuto continuare a ricordare Segusino senza chiedere ai figli di vivere come se fossero ancora lì. Giuseppina avrebbe potuto preparare una ricetta veneta senza pretendere che il Messico diventasse il Veneto. La loro famiglia poteva diventare messicana senza smettere di essere veneta nelle proprie radici. E Chipilo poteva diventare messicana senza perdere completamente la lingua dei suoi fondatori. Il tempo, naturalmente, avrebbe continuato a cambiare tutto. Alcuni segusinesi avrebbero lasciato Chipilo. Alcuni avrebbero raggiunto altre colonie. Altri sarebbero emigrati nuovamente. Alcuni avrebbero finito per assimilarsi linguisticamente e culturalmente. Ma la comunità rimasta a Chipilo avrebbe mantenuto una continuità sorprendente. Il Comune di Segusino riconosce ancora oggi il legame storico e culturale con Chipilo, sottolineando che, a oltre undicimila chilometri di distanza, le due comunità hanno conservato tradizioni e lingua dialettale comuni. È difficile immaginare qualcosa di più commovente nella storia dell’emigrazione italiana. Una piccola comunità di montagna perde una parte della propria popolazione. Quelle persone attraversano un oceano. Arrivano in un continente diverso. Imparano a coltivare una terra nuova. Costruiscono case. Crescono figli. Imparano una nuova lingua. Entrano nella società messicana. Eppure, dopo più di un secolo, alcune parole nate sulle montagne venete continuano a vivere dall’altra parte del mondo. Forse Domenico, se fosse esistito esattamente come lo abbiamo immaginato, avrebbe guardato una sera verso la porta di casa e avrebbe ricordato Segusino. Avrebbe ricordato il freddo delle montagne, il rumore dei passi, le campane, la strada, la casa dalla quale era partito. Avrebbe ricordato che una volta aveva avuto paura di non trovare più nulla di familiare. E poi avrebbe ascoltato i figli parlare nella lingua della nuova terra e, poco dopo, sentito una parola veneta uscire dalla bocca della moglie. In quel momento avrebbe capito che non aveva perduto completamente il proprio mondo. Il mondo era cambiato, ma non era scomparso. Era diventato più grande. Giuseppina, invece, avrebbe saputo forse prima di lui che la memoria non vive nei luoghi. Vive nelle persone. La casa di Segusino poteva essere lontana. Le montagne potevano essere invisibili. Il viaggio poteva essere ormai soltanto un ricordo. Ma una famiglia poteva continuare a raccontare. E finché qualcuno racconta, una parte del passato continua a vivere. Questo è ciò che rende l’emigrazione italiana così profondamente umana. I migranti non portano con sé una patria intera. Portano frammenti. Una parola. Una ricetta. Un rosario. Un cognome. Una fotografia. Una preghiera. Un modo di lavorare. Un modo di stare a tavola. Un modo di educare i figli. E quei frammenti, messi insieme, possono diventare una nuova comunità. Chipilo fu una di queste comunità. Nacque dalla povertà, dalla speranza e dalla necessità. Crebbe attraverso il lavoro. Sopravvisse grazie alla famiglia. E conservò la propria memoria attraverso la lingua. Domenico e Giuseppina, allora, non sono importanti come individui. Sono importanti come simbolo. Potrebbero essere stati loro, o una coppia simile a loro, o centinaia di altre coppie i cui nomi oggi sono difficili da ricordare. La storia vera appartiene a tutti loro. Appartiene alle madri che partirono con i bambini. Agli uomini che lasciarono i campi. Agli anziani che forse non avrebbero mai rivisto il proprio paese. Ai giovani che immaginavano un futuro diverso. A coloro che rimasero in Messico e a coloro che continuarono a muoversi verso altre colonie. Appartiene a chi perse la propria lingua e a chi riuscì a conservarla. Appartiene soprattutto ai figli e ai nipoti, perché furono loro a trasformare una migrazione in una memoria collettiva. Nel 1882, gli emigranti di Segusino non potevano sapere che la loro partenza avrebbe creato una comunità destinata a essere ricordata più di un secolo dopo. Non potevano sapere che il loro dialetto sarebbe diventato oggetto di studi linguistici. Non potevano sapere che, a migliaia di chilometri di distanza, qualcuno avrebbe cercato di ricostruire i loro percorsi nei registri italiani e messicani. Non potevano sapere che Segusino e Chipilo sarebbero rimasti legati da una memoria comune. Sapevano soltanto che dovevano partire. E partirono. Forse è proprio questa la parte più importante della loro storia. Non la leggenda del viaggio. Non l’eroismo dei pionieri. Non la nostalgia trasformata in poesia. Ma il coraggio quotidiano di persone comuni che, davanti a un futuro incerto, decisero di attraversare l’oceano. Portarono con sé il poco che possedevano. Lasciarono alle spalle quasi tutto ciò che conoscevano. E in una terra lontana costruirono qualcosa che non era più Segusino, ma che senza Segusino non sarebbe mai esistito. Questa è la storia di Chipilo. Una storia veneta, messicana e italiana nello stesso tempo. Una storia di partenza e di permanenza. Di perdita e di continuità. Di una terra lasciata e di una nuova terra adottata. E soprattutto di una verità che ogni famiglia emigrante conosce, anche quando non sa formularla: si può attraversare l’oceano senza lasciare completamente a casa la propria memoria. A volte, la memoria attraversa il mare con noi e, molti anni dopo, mette radici dall’altra parte del mondo.

Nota dell’autore

In questa storia ho scelto di raccontare l’emigrazione attraverso Domenico e Giuseppina, due personaggi immaginari che non corrispondono a una specifica famiglia documentata. La loro funzione è rappresentare le migliaia di uomini e donne del Veneto che, nel 1882, lasciarono la propria terra per cercare in Messico una possibilità di vita che in patria sembrava sempre più difficile. La realtà storica che fa da sfondo alla narrazione è invece documentata. Segusino ebbe un ruolo particolarmente importante nell’emigrazione verso il Messico: nel 1882 partirono dal comune 211 persone e 146 di esse arrivarono a Chipilo in momenti diversi del processo migratorio. Ma Chipilo non fu una colonia esclusivamente segusinese. Vi confluirono emigranti provenienti da numerosi comuni delle province di Treviso e Belluno, creando una comunità veneta più ampia e, nel tempo, una particolare varietà linguistica nata dall’incontro delle diverse parlate originarie. Questo aspetto mi sembra essenziale per comprendere il vero significato di Chipilo. Non fu semplicemente un pezzo di Veneto trasferito dall’altra parte dell’oceano. Fu qualcosa di nuovo: una comunità nata dalla memoria del Veneto, ma cresciuta in Messico; una terra nella quale gli emigranti dovettero imparare a vivere senza rinunciare completamente a ciò che erano stati. Domenico e Giuseppina appartengono quindi alla letteratura, ma la loro esperienza rappresenta una realtà storica. Ho scelto di dar loro un volto immaginario perché, in questa cronaca, ciò che importa non è ricostruire la genealogia di una famiglia, ma restituire voce a tante famiglie che partirono senza sapere che, molti decenni dopo, i loro discendenti avrebbero ancora pronunciato parole nate sulle montagne del Veneto. Forse è proprio questa la più bella eredità dell’emigrazione: non conservare intatto il passato, ma riuscire a farlo vivere in una terra nuova.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta




sexta-feira, 12 de dezembro de 2025

A “Pequena Itália” no México — História, Imigração Vêneta e Tradições Preservadas


 

A “Pequena Itália” no México — História, Imigração Vêneta e Tradições Preservadas

No século XIX, em meio à fome e à instabilidade provocadas por enchentes e crises econômicas na região do Vêneto, muitas famílias decidiram deixar a Itália em busca de um novo começo. Em 1882, cerca de 50 famílias — totalizando aproximadamente 550 pessoas — originárias principalmente de comunidades como Segusino, Quero, Valdobbiadene, Feltre e Maser partiram rumo ao México. Essas famílias fundaram a colônia que viria a se chamar Chipilo, no estado de Puebla.

Inicialmente a localidade ficou conhecida como Colonia Fernández Leal, e depois como Chipiloc — nome de origem náhuatl. Em 1899, foi oficialmente reconhecida como povoado com o nome Chipilo. 

Chipilo Hoje: Demografia, Idioma e Identidade Cultural

 . População e herança vêneta

Atualmente, Chipilo permanece uma comunidade pequena — com pouco mais de 4 000 a 4 500 habitantes. A grande parte da população é descendente direta dos colonos originais. A comunidade preservou sobrenomes típicos de origem italiana/vêneta e manteve tradições culturais herdadas dos antepassados. 

. O dialeto vêneto e o “veneto-chipileño”

Uma das características mais notáveis de Chipilo é a manutenção do dialeto vêneto, adaptado localmente como “veneto-chipileño”. Apesar de estar no México, muitos habitantes continuam falando essa língua dentro de casa e entre si. Segundo relatos de moradores locais, as crianças aprendem o vêneto como primeira língua em casa — antes do espanhol — o que faz do Chipilo um caso raro no continente americano de preservação linguística de uma comunidade de imigrantes. 

Economia, Cultura e Tradições de Chipilo

. Agricultura, laticínios e carpintaria

Embora os colonos tivessem chegado com expectativas de cultivar uvas ou olivais, as terras se mostraram inadequadas para essas culturas. Em resposta, os imigrantes vênetos se adaptaram: voltaram-se para a criação de gado, produção de laticínios e, com o tempo, desenvolvendo a carpintaria e a fabricação de móveis rústicos. Essa adaptação permitiu não só a sobrevivência da comunidade como também seu crescimento econômico. Atualmente, os móveis artesanais de Chipilo têm alcance nacional e, em muitos casos, internacional.

Identidade, costumes e resistência cultural

Chipilo preserva diversas tradições trazidas da terra natal. A arquitetura, os costumes, a gastronomia — incluindo pratos, queijos e alimentos típicos — e o dialeto fazem com que a cidade seja conhecida como uma “pequena Itália” no México. 

Os habitantes mantêm forte senso de comunidade, e muitos valorizam a herança cultural de seus antepassados. Em festas, na comida, nos negócios e até no modo de cumprimentar — com o dialeto vêneto —, a italianidade permanece viva em pleno território mexicano. 

Chipilo: Um Caso Único de Imigração e Preservação Cultural

Chipilo representa um exemplo raro — talvez único em âmbito latino-americano — de como uma comunidade de imigrantes europeus conseguiu manter, por gerações, sua língua original, seus costumes e sua identidade cultural, mesmo vivendo fora da Itália. A comunidade resistiu à assimilação total e preservou sua essência, algo reforçado por gerações que aprenderam o dialeto em casa e transmitem às novas gerações. 

Estima-se que entre 3.800 e 4.000 chipileños descendem diretamente dos colonos italianos de 1882. Entre os sobrenomes vênetos que ainda se preservam em Chipilo, destacam-se aqueles trazidos pelos primeiros colonos vindos do Vêneto, como Bortolussi, Dalla Costa, Dall’Omo, Dal Pozzo, De Nardi, De Rocco, Durigon, Furlan, Marcon, Menegazzi, Ongaro, Pasin, Piovesan, Roncato, Rossetto, Sandrin, Sasso, Schiavon, Tonin, Toffoli e outros que, ao longo das gerações, mantiveram viva a identidade vêneta na comunidade. Esse grau de preservação cultural — idioma, sobrenomes, tradições — faz de Chipilo um patrimônio vivo da imigração italiana nas Américas.

Conclusão do Autor

Chipilo é muito mais do que uma curiosidade histórica: é a prova viva de que a migração, mesmo tão distante e difícil, pode preservar raízes culturais profundas. A comunidade formada por vênetos que partiram da Itália há mais de 140 anos construiu uma nova vida no México, mas não deixou para trás sua língua, seus costumes ou sua identidade. Hoje, Chipilo representa uma conexão vibrante entre o Vêneto e a América Latina.

Este texto busca homenagear essa trajetória — contar a história desses imigrantes, expor como, por meio da adaptação e da persistência, transformaram terras inóspitas em um refúgio de esperança. E mostrar que, mesmo longe da pátria, é possível manter viva a memória e a cultura. 

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta



domingo, 7 de dezembro de 2025

La “Pìcoła Itàlia” ’ntel Mèssico — Stòria, Imigrassion Vèneta e Tradission Conservà

 

La “Pìcoła Itàlia” ’ntel Mèssico — Stòria, Imigrassion Vèneta e Tradission Conservà


Stòria de ’l ’800: Fama, Crisi e ’l Viagio fin a Chipilo

Ntel sècolo XIX, in meso a la fame e a l’instabilità sossial causà da slavine, piene e crisi economiche ’nte la region del Vèneto, tante famèie i ga pensà de lassar l’Itàlia par catar un nuovo scomìnsio. ´Ntel 1882, da comunità come Segusino, Quero, Valdobiadene, Feltre e Maser, i ga partì intorno a 50 famèie — aprossimativamente 550 persone — drio ’ndar fin al Mèssico. Ste famèie i ga fondà la colònia che dopo la sarà ciamà Chipilo, ´ntel stato de Puebla.

´Ntel scomìnsio ’l posto el zera cognossù come Colònia Fernandez Leal, e dopo Chipiloc, nome de origen náhuatl. ´Ntel 1899 el vien ricognossù ufissialmente come paese con el nome de Chipilo.

Chipilo Ancó: Demografia, Lenga e Identità Culturale

.Popolassión e eredidà vèneta

Ancó Chipilo el ga restà ’na comunità pìcoła — da 4.000 a 4.500 abitanti. La parte granda de la zente la ze dessendente direta dai primi coloni. La comunità la conserva tanti cognomi típici de origen talian/vèneta e tradission che vien da i veci.

.El dialeto vèneto e el “vèneto-chipileño”

Una dele caraterìstiche pì interessante de Chipilo la ze la conservassion del dialeto vèneto, che ’el se ga trasformà in loco come “vèneto-chipileño”. Anca stando ’ntel Mèssico, tanti de lori i parla ancora questa lèngua in casa e tra de lori. Da testimonianse dei abitanti, i putei i impara prima el vèneto che el spagnolo — un caso raro de preservassion lingüìstega de ’na comunità imigrà ’nte tuto el continente americano.

Economia, Cultura e Tradission de Chipilo

.Agricoltura, lateria e falegnameria

I primi coloni i contava de piantar viti e olivi, ma la tera no zera bona. Cussì, i imigranti vèneti i se ga adatà: i ga svoltà verso lo slevamento, la produssion de derivà dal late e, con el tempo, anca la falagnameria e la costrussion de mòbili rùstegui. Sta capacità de ’ndar drìo ai fadighi ga portà vita a la comunità e un svilupo económico continuo. Ancó, i mobili artigianài de Chipilo i riva in tuto el Mèsico e anca fora.

.Identità, costumi e resistensa cultural

Chipilo la tien vive tante tradission portà dal Vèneto: l’architetura, i costumi, le maniere de magnar — con piati de la tradission vèneta, formài e altri magnar tìpichi — e sopratuto el dialeto. Par questo la zé cognossù come ’na “pìcoła Itàlia” ’ntel Mèssico.

La zente la ga ’n senso forte de comunità e la valora l’eredità dei noni. ´Nte le sagre, ´nte la cusina,´nte i negossi e anca ´ntel modo con che i se saluda — sempre con el dialeto vèneto — la venetissità la resta viva e forte.

Chipilo: Un Caso Ùnico de Imigrassion e Preservassion Cultural

Chipilo el ze un caso raro — forse ùnico ’nte tuto el Latinoamèrica — de come ’na comunità imigrada la ga riussì a tegner viva par generassion la loro lèngua, i loro costumi e la loro identità, anca vivendo fora de l’Itàlia. Lori no i se ga lassà assimilar, ma i ga continuà a transmetar tuto ai fiòi e ai nepoti.

Se stima che tra 3.800 e 4.000 chipileñi i ze dessendenti direti dei imigranti taliani del 1882. Tra i cognomi vèneti ancora vivi a Chipilo ghe ne ze tanti: Bortolussi, Dalla Costa, Dall’Omo, Dal Pozzo, De Nardi, De Rocco, Durigon, Furlan, Marcon, Menegazzi, Ongaro, Pasin, Piovesan, Roncato, Rossetto, Sandrin, Sasso, Schiavon, Tonin, Toffoli, e altri che, par generassion, i ga tegnù viva l’identità vèneta. Sta preservassion — de lèngua, cognomi e tradission — la fa de Chipilo un património vivo de l’imigrassion veneta ’nte le Amèriche.

Conclusión de l’Autor

Chipilo no la ze mia ’na sèmplisse curiosità de stòria: lal ze la prova viva che l’imigrassion, anca lontan e dura, la pol conservar radise profunde. La comunità de vèneti che i ga lassà l’Itàlia pì de 140 ani fa la ga costruì ’na vita nova ´nte’l Mèssico sensa mai perdar la so lèngua, i so costumi e la so identità.

Sto testo el vol far onor a sta caminada — contar la stòria dei imigranti, far védar come con l’adatassion e la volontà i ga trasformà un posto difìssile in un rifùgio de speransa. E ricordar che, anca lontan da la pàtria, se pol tegner viva la memòria e la cultura.

Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta


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sexta-feira, 4 de dezembro de 2020

Emigrações Vênetas Quase Esquecidas



Na emigração vêneta, o papel central pertence aos fluxos que partiram da província de Belluno. Nos anos entre 1876 e 1915, por exemplo, 589.872 pessoas da província de Belluno partiram para o exterior. Este número é igual a 32,4% das pessoas de todo o Vêneto que emigraram no mesmo período. Os "comuni" da província de Belluno são todos montanhosos e isto permite-nos associar esta dinâmica aos fatores que determinaram um forte despovoamento da zona de montanha na Itália. Entre 1876 e 1900, a região do Veneto enviou 299.739 emigrantes para a Alemanha de um total de 353.896 italianos. Já no que se refere à segunda fase, no nível regional certamente há evidências de contenção das saídas: os expatriados passam de 1.822.793 para 392.157 pessoas. As trilhas de 1959 e 1976 contam com 344.908 expatriados no Vêneto, trazendo a região para perto de 10% dos expatriados de toda a Itália. A província de Belluno continua a ser o reservatório de onde se alimenta principalmente o fluxo migratório de Vêneto. O ranking de destinos após a Segunda Guerra Mundial é liderado pela Suíça e Alemanha. No entanto, deve-se notar que a diáspora vêneta foi uma das mais significativas. 

Scalpellini Veneti in Romania


Três são os eventos migratórios bastante incomuns. Primeiro com a cidade de Ploštine, uma cidade localizada na Eslovênia (hoje Croácia), situada a cerca de cem quilômetros ao sul de Zagreb. Uma carta em croata datada de 26 de dezembro de 1876, acompanhada de uma brochura em italiano, com a qual os proprietários J. Reiser e F. Stein propunham oficialmente aos italianos vindos das montanhas de Veneto e Friuli a compra dos lotes de sua propriedade. “A habitual e consolidada emigração de Belluno naqueles anos sofreu um aumento dramático. Condições atmosféricas particularmente desfavoráveis ​​comprometeram a já precária economia de subsistência da região de montanha e, assim, tornou necessário, para sobreviver, emigrar para outro lugar, ainda mais do que antes”. Sete aldeias foram fundadas por imigrantes italianos na Eslovênia no início de 1880. Cerca de 45 famílias se estabeleceram em Khuenovo Selo,  nome antigo de Ploštine  mais tarde, outros imigrantes e seus parentes foram ali assentados, provenientes dos municípios de Longarone, Soverzene e Ponte delle Alpi, todos na província de Belluno. No início não faltaram as dificuldades, mas os emigrantes vênetos arregaçaram as mangas. Além da agricultura e da pecuária, se dedicavam à produção de carvão e até tijolos, único material com o qual podiam ser construídas casas e estábulos. Em 1904, a construção da igreja foi concluída e foi dedicada a Santo Antônio de Pádua. 

Há poucos anos o município de Segusino, na província de Treviso, publicou um livro  para recordar o gemellaggio celebrado em 1982 com a cidade de Chipilo, no estado de Puebla, no México, que acolhe uma comunidade de descendentes de colonos vênetos provenientes de Segusino, que emigraram no final do século XIX, e que representaria cerca de 80% da população atual do município de cerca de 4 mil habitantes. Em todo caso, é a outra fonte que se deve recorrer para reconstruir as etapas desse processo de migração. Com uma lei datada de 31 de maio de 1875, o Congresso da União dos Estados Mexicanos aceitou a proposta do Ministério do Fomento, Colonización, Industria y Comercio para uma nova legislação sobre imigração. Foi uma legislação mais pontualmente atenta às necessidades concretas da colonização que preparou uma série de garantias teóricas para que os assentamentos pudessem ser realizados em áreas propícias à salubridade. Apesar do disposto neste regulamento, as dificuldades enfrentadas ao nível operacional foram consideráveis. Ao apelo juntaram-se, entre outras, numerosas famílias de Segusino que em junho de 1882 chegaram a Chipilo, distrito de Cholula. Os migrantes vênetos que chegaram ao porto de Veracruz foram inicialmente fixados na colônia "Porfirio Diaz" de Barreto, no estado de Morelos, a qual foi uma experiência muito triste para eles.

No caso dos 1000 a 1500 italianos que no final do século XIX trabalharam nas pedreiras de Meulière, em Grigny, uma município do Departamento de Essonne, na França. A maioria deles veio dos municípios de Posina, Schio e Arsiero, na província de Vicenza. Os homens chegaram sozinhos e, assim que se acomodaram, trouxeram sua esposa e filhos da aldeia.



Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta
Erechim RS



quarta-feira, 7 de março de 2018

Emigração Vêneta para Chipilo no México






Emigração Vêneta para Chipilo no México


Já se passaram mais de 132 anos dessa outra incrível página da história protagonizada pelo vênetos fugindo da fome e falta de prospectiva de futuro, principalmente depois das enchentes ocorridas no rio Piave naquela época.

No ano de 1882 cerca de 50 famílias das Províncias de Treviso e Belluno a maioria de Segusino (Segusino, Quero, Valdobbiadene, Feltre e Maser), um total de cerca 550 pessoas, quase todos agricultores, partiram em emigração, deixando o município de Segusino para fundar a Colônia de Chipilo, no estado de Puebla, no México. A história da descoberta desta outra façanha dos vênetos ainda é bem recente e é contada no romance da escritora e pesquisadora Francesca Cazzaniga, no livro “Chipilo, uma Vila Vêneta no México”.






Chipilo está a 12 Km ao sul da cidade de Puebla, situada em um altiplano com 2150 metros sobre o nível do mar, a cerca de cem quilômetros da capital mexicana. Seu nome oficial é Chipilo de Francisco Javier Mina. Nos primeiros 20 anos a cidade foi batizada como Colonia Fernández Leal e em seguida batizada com o nome nativo Chipiloc de onde veio se originar o nome atual. Com pouco mais de 5.000 habitantes, os descendentes dos vênetos correspondem a dois terços desse total. O progresso pode ser visto por toda parte, com as suas inúmeras indústrias e negócios em contraste com os município vizinhos, mais na planície. Em Chipilo ainda hoje se fala o dialeto vêneto e os nomes vênetos e italianos podem ser vistos por todo o comércio local, em negócios e nas fábricas.

Atualmente em Chipilo existem 32 sobrenomes italianos muito comuns:

Barbizani, Berra, Bertoni, Bortolini, Bortolotti, Bronca, Colombo, Crivelli, Dossetti, Fascinetto, Galeazzi, Lavazzi, Martini, Mazzocco, Merlo, Minutti, Mioni, Montagner, Meotti, Orlansino, Pasqualli, Piloni, Précoma, Salvatori, Simoni, Spezzia, Stefanoni, Vanzzini, Zago, Zanella e Zecchinelli. Outros, como Melo, Zalot, Nanni y Facinetto são menos encontrados.


Chipilo tem gemellaggio com o comune de Segusino desde o ano de 1982, quando então se comemorava o centenário da fundação da Colônia de Chipilo. Além da língua também mantiveram inúmeras outras tradições vênetas, entre as quais a dedicação e amor ao trabalho.






Dr. Luiz Carlos B. Piazzetta

Erechim RS